«The Walk» e «Spectre»: la libertà in bilico sul filo

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Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Leggenda vuole che il padre dei fratelli Lumière giudicasse « u n’invenzione senza futuro» il cinematografo appena concepito nel 1895 a Parigi. Non è andata proprio così, il che oltretutto la dice lunga sulla perspicacia dei genitori. Non v’è dubbio infatti che il cinema sia un simulacro della macchina del tempo, ovvero quanto di più vicino si possa immaginare al sogno dell’uomo di viaggiare in epoche diverse, che si tratti di risuscitare gli spiriti del passato o di costruire un futuro allettante. Ogni tanto alcuni film giungono a ribadire questa valenza onirica eppure profondamente «realistica» del Cinema. Non sono sempre film d’autore, magari di quelli – prediletti da Woody Allen – che contengono la parola «morte» nel titolo. Anzi, spesso la resistenza immaginifica al presente «immutabile» o la scorribanda fra utopie e distopie si annida in prodotti spettacolari di massa.

Il coraggio delle meraviglie

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Riprendiamo un articolo di Alessio Galbiati apparso sulla rivista online Rapporto confidenziale.

Disattendere. Lasciare per strada aspettative e preconcetti, scivolare oltre le ovvietà e l’affresco bucolico, oltre la natura più scontata e buonista, al di là del cinema furbo, delle inquadrature ammiccanti, oltre la facile bellezza delle grandi bellezze. Disseminare segni e frustrare ogni emozione. È un viaggio sorprendente intrapreso per vie traverse quello scritto e diretto da Alice Rohrwacher. Un film personale che trae spunto dalla propria autobiografia e vive nei luoghi della sua stessa esistenza, una terra – tra Toscana, Umbria e Lazio – osservata nella sua mutazione di un ventennio, cristallizzata su pellicola 35mm in un imprecisato anno dei ’90. Non c’è una storia, pur essendoci una trama che dilatata si compone in una afosa estate, ma ci sono personaggi da osservare a distanza ravvicinata con un terzo occhio cinematografico che somiglia tanto a quello della memoria (personale). Diceva Truffaut, «L’adolescenza lascia un buon ricordo solo agli adulti che hanno una pessima memoria». Un occhio che è sguardo, che è cinema, ben sintetizzato da una mirabile sequenza capace di cogliere la polvere che a mezz’aria si solleva al passaggio di un auto.

Roma. Quattro modi di morire in prosa 4: Elena Stancanelli

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Concludiamo la serie di articoli dedicati a Roma con un intervento di Elena Stancanelli tratto da A immaginare una vita ce ne vuole un’altra pubblicato da minimum fax nel 2007. Qui le puntate precedenti.

I non-luoghi

di Elena Stancanelli

Per semplicità, ero solita dividere i luoghi di Roma in due categorie: quelli che potevo raggiungere con la vespetta e quelli che non potevo raggiungere. I secondi semplicemente non esistevano. Facevano parte di un’altra città, nella quale non abitavo. Come Venezia o Torino, avrebbero potuto essere straordinari ma erano luoghi di vacanza. Non si raggiungevano, ci si andava in gita. Per vacanza o per lavoro.

La scarsa efficienza dei servizi di trasporto pubblico rende Roma una città misteriosa agli abitanti stessi. Quelli di Roma nord sanno di quelli di Roma sud soltanto storie, luoghi comuni, leggende, e viceversa. Le ville dell’Eur, lo spaccio a San Basilio, le puttane della Salaria, i rumeni ad Anagnina. Se abiti al Trullo non ci vai a Tor Bella Monaca, né da Dragona ti azzardi a raggiungere la Bufalotta. Puoi calare al centro, questo sì, ed è lì che probabilmente si tramandano le leggende sui quartieri.

Come fu temprato il vino di D’Alema

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Michele Masneri dopo l’esordio con Addio Monti si è rifugiato in campagna, nel cuore del Paese. Non si è occupato però di delitti a sangue freddo, come Truman Capote, ma di un vino molto misterioso nel cuore dell’Umbria…

Questo pezzo è uscito su IL a ottobre 2013. Oggi alle 19 Michele Masneri presenta Addio Monti alla libreria Gogol& Company di Milano con Federico Sarica e Mario De Santis.

Intanto i nomi. La tenuta si chiama La Madeleine, e uno si aspetterebbe di veder spuntare dai filari qualche Guermantes, o almeno una marchesa di Villeparisis, o un Saint-Loup: e comunque sfarzo, lusso e voluttà. Il vino più importante della produzione si chiamerà Sfide – un cabernet in purezza di cui si faranno 3.000 bottiglie l’anno. Poi l’enologo prescelto, Riccardo Cotarella, presidente ma per estensione “Re” degli enologi italiani, secondo la vulgata, già consulente di Berlusconi e Clooney.

Insomma, da questa tenuta Madeleine di Massimo D’Alema ci si aspettano grandi cose. Messa su nel 2009, sono quindici ettari tra Narni e Otricoli, nel sud dell’Umbria, a un’ora e qualcosa da Roma. Non solo la collaborazione col Re degli enologi ma anche l’inserimento della Madeleine in un ambizioso Wine Research Team per fare vini naturali rivoluzionari d’alta gamma senza l’uso di solfiti. Al progetto aderiscono altre 25 tenute tra cui le araldiche Conte Leone de Castris e Domaine du Comte de Thun.

La Parigi del Roland Garros

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È iniziata il 22 maggio e proseguirà fino al 10 giugno l’edizione 2012 del Roland Garros. Pubblichiamo un reportage di Francesco Longo, uscito su «Il Riformista» nel 2009, per raccontare l’atmosfera del torneo.

«So French, so Roland Garros», recita lo slogan di questa edizione. Il torneo parigino Roland Garros 2009 riproduce lo spirito della capitale francese che lo ospita. Al centro di Parigi, tra i boulevard, i bistrot e le montagne di ostriche, si incontrano solo visi pallidi, mentre nei quartieri arabi e neri ci si ritrova spesso ad essere gli unici occidentali. Nello stesso modo, fuori dall’impianto del torneo, già la mattina, esauriti i biglietti ufficiali, non si contano i bagarini africani che spacciano posti come bustine di crack. Nigeriani, tunisini, marocchini, tutto il Maghreb traffica oltre le transenne e smercia occasioni per il Phillipe Chatrier (il campo centrale) o per il Suzanne Lenglen (che i romani chiamerebbero «il centralino»). Prezzi da capogiro.