Lo spiegone di Interstellar, ovvero la fede scientifica e la chiacchiera spaziale

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“Spiegazioni” scientifiche ridicole, recitate da un attore che si sforza di restare serio, mentre corre o digita tasti a casaccio: ci siamo abituati, è il cinema, non un convegno di fisica. Così, quando un giornalista troppo zelante scrive un articolo per sottolineare le molte incongruenze della fisica di Interstellar, viene giustamente accolto come un nerd: “È solo un film!”1. Eppure, perdendoci nella terra di nessuno tra science e science fiction che il cinema si assume il compito di esplorare, ci imbattiamo in un problema serio, di cui Interstellar è un esempio da manuale. Il problema non sta nella complessità di teorie scientifiche contemporanee su buchi neri e quinte dimensioni – peraltro, si tratta di programmi di ricerca aperti dall’esito ampiamente incerto – ma nel fraintendimento della scienza in generale, quale si dovrebbe conoscere a livello scolastico. Questa viene infatti sistematicamente scambiata per una fonte di miracolose certezze. Un fisico come Carlo Rovelli ha recentemente richiamato l’attenzione su questo punto: la mentalità scientifica coincide sempre con la consapevolezza dell’incertezza. Le teorie scientifiche sperimentalmente più efficaci presentano le idee attualmente migliori per la comprensione della natura, ma chi è impegnato nella ricerca fisica sulla struttura e lo sviluppo dell’universo (con teorie come gravità quantistica e stringhe) sa bene che le congetture sono talmente tante che non è prevedibile un futuro punto di arrivo.