Ricordando Nanni Balestrini, “artista totale”. La svolta degli anni Sessanta

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di Rossella Farnese

« […] il pubblico della poesia è infinito vario inafferrabile/ come le onde dell’oceano profondo/ il pubblico della poesia è bello aitante avido temerario/ guarda davanti a se impavido e intransigente// mi vede qui che gli leggo questa roba/ e la prende per poesia/ perché questo è il nostro patto segreto/ e la cosa ci sta bene a tutti e due// […] il pubblico della poesia non ama mica me/ questo lo sanno tutti lui ama qualcun altro/ di cui io non sono che uno dei tanti valletti/ diciamo messaggeri se proprio vogliamo farci belli// il pubblico della poesia ama lei/ lei e/ solo lei e/ sempre lei// lei che è sempre così imprevedibile/ lei che è sempre così impraticabile/ lei che è sempre così imprendibile/ lei che è sempre così implacabile/ lei che attraversa sempre col rosso/ lei che è contro l’ordine delle cose/ lei che è sempre in ritardo/ lei che non prende mai niente sul serio/[…] lei che è la cosa più bella che ci sia// perché ama la poesia vi chiederete/ forse perché la poesia fa bene/ cambia il mondo/ diverte/ salva l’anima/ mette in forma/ illumina/ rilassa/ apre orizzonti […] il pubblico della poesia ama la poesia/ perché vuole essere amato vuole essere amato/ perché si ama profondamente e vuole essere rassicurato/ del suo profondo amore per se stesso […]»

da Le ballate della signorina Richmond (1977)

È morto ieri a Roma Nanni Balestrini, gravitante attorno all’antologia-manifesto della Neoavanguardia, I Novissimi, evento editoriale del 1961 che sfocerà qualche anno dopo nella fondazione del Gruppo ‘63. Nell’Introduzione all’antologia – che comprendeva testi anche di Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Antonio Porta, Edoardo Sanguineti – Alfredo Giuliani ribadisce che rispetto alla «contemporaneità pura e semplice» dei Novissimi, il «moderno» dei lirici nuovi – alludendo all’antologia curata da Luciano Anceschi nel 1943 – cioè Ungaretti, Montale, Luzi, Sereni, Penna diventa passatismo e «preistoria».

Transpoesia: la tredicesima edizione del festival Punta della Lingua

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di Valerio Argo

Il viaggio è uno dei temi preferiti dalla poesia, specie quella epica, dall’Odissea all’Eneide, dalla Commedia fino alla Ballata del vecchio marinaio e al ponte della ferrovia dove c’è la casa della Ragazza Carla. E al viaggio chiama la tredicesima edizione del poesia festival La Punta della Lingua.

Il programma è un’applicazione di una precisa politica culturale, attuata dall’organizzazione Nie Wiem, che, invece di sbandierare forti poetiche per deboli pratiche, preferisce la teoria della prassi. Il festival non è quindi solo un inno al transito, ma la pratica che lo rende possibile, a partire dall’uso delle risorse pubbliche per eventi senza scopo di lucro, nella maggior parte dei casi gratuiti.

“Anteprima mondiale” di Aldo Nove, vent’anni dopo “Woobinda”

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La recensione che segue è uscita sul Venerdì, che ringraziamo.

di Giorgio Vasta

È il marzo del 1996 e l’editore Castelvecchi pubblica un libro – sulla copertina arancione una specie di doppio Bill Gates giovanissimo e la scritta Vidal – che si intitola Woobinda e altre storie senza lieto fine, contiene quaranta racconti suddivisi in otto lotti ed è uno dei varchi d’ingresso nella narrativa italiana contemporanea.

Il suo autore all’epoca ventinovenne, Aldo Nove, riferisce di un’epoca sempre più spezzettata, nutrita di oroscopi e di tegolini, in eterna contemplazione della tv, un mondo che nel congedarsi dal tragico eleva il farsesco a nuova normalità. Vent’anni dopo – un tempo storico, certo, ma come aveva intuito Dumas anche prepotentemente letterario – La nave di Teseo pubblica Anteprima mondiale (stavolta in copertina c’è una coppia biancovestita che contempla un paesaggio che serenamente esplode), non tanto il seguito di Woobinda quanto l’ulteriore messa a punto di un discorso su qualcosa (i «rigagnoli d’umanità residua») che per Nove è ossessione, tormento, ragione di infinito stupore.

Umberto Eco, un grande italiano

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È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest’intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento.

Enrico Filippini. La grande cura di verità

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Questo articolo è uscito sul numero 65 di Nuova Prosa, nuova serie, a cura di Giacomo Raccis, dedicato ai «Maestri ritrovati». (Nella foto, da sinistra: Giangiacomo Feltrinelli, Uwe Johnson e Enrico Filippini. Fonte immagine)

Questo che racconto

Questo che racconto secondo la mia esperienza di lettore, attraverso quello che mi ha emozionato cioè, e innanzitutto, è il caso di un autore che non è proprio un autore e di un libro che non è proprio il suo libro.

Non è neanche, almeno tecnicamente, il caso di un autore italiano, nonostante abbia vissuto a Milano e a Roma, e nonostante nell’italiano abbia trovato, si può dire, una seconda più vera patria.

Gruppo 63: alcune divergenze

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Cinquant’anni fa nasceva il Gruppo 63. È da poco uscito per L’Orma, curato da Nanni Balestrini e Andrea Cortellessa, Gruppo 63. Il romanzo sperimentale. Contiene gli atti del terzo convegno del Gruppo e una sezione intitolata Col senno di poi, nella quale Cortellessa ha raccolto i contributi dei partecipanti al convegno e di alcuni scrittori e critici del nostro tempo. On line, su “Le Parole e le cose”, sono stati postati l’intervento di Gianluigi Simonetti e di Andrea Cortellessa È stato chiesto al sottoscritto un intervento. Eccolo, a disposizione dei lettori di m&m.

Benché in Italia di gite a Chiasso ci sia sempre bisogno, le avventure del Gruppo 63 non mi hanno mai scaldato in un modo che andasse oltre la fascinazione un po’ superficiale per un’iniziativa (qualunque essa fosse) dichiaratamente ostile a un sistema di potere. Il che è abbastanza strano. Credo di aver amato molti dei maestri cari ai contro-controriformatori di Palermo. Ogni anno rileggo Sotto il vulcano di Malcolm Lowry con immutata passione, non mi separo dai miei Beckett, Proust, Joyce, Faulkner, coltivo Georg Trakl con devozione e inseguo Artaud dietro ogni angolo in cui mi sembra di sentire puzza di teatro della peste. Allo stesso modo, sento molto vive in me le forme di un certo romanzo di ricerca per come si è evoluto dopo in Europa (da Berhnard a Sebald), in nord America (da DeLillo a David Foster Wallace al Pynchon pur molto amato dal Gruppo, fino al neo-modernismo di opere come Suttree di Cormac McCarthy) nonché nel Sud America di Cortázar e Bolaño.