La pigrizia

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Pubblichiamo, ringraziando Einaudi per l’autorizzazione non esclusiva e limitata a minima&moralia, un testo di Natalia Ginzburg contenuto nell’antologia Un’assenza – Racconti, memorie, cronache, da poco in libreria (fonte immagine).

di Natalia Ginzburg

Nel ’44, nel mese di ottobre, venni a Roma per trovare lavoro. Mio marito era morto nell’inverno. A Roma aveva sede una casa editrice, dove mio marito aveva lavorato per anni. L’editore si trovava allora in Svizzera; ma la casa editrice, subito dopo la liberazione di Roma, aveva ripreso la sua attività.

Pensavo che, se avessi chiesto di lavorare in quella casa editrice, m’avrebbero dato lavoro; e tuttavia il chiederlo mi pesava, perché pensavo che mi sarebbe stato dato per compassione, essendo io vedova, e con figli da mantenere; avrei voluto che qualcuno mi desse un posto senza conoscermi e per le mie competenze.

Il male era che io competenze non ne avevo. Avevo intrattenuto questi pensieri nei mesi dell’occupazione tedesca. Ero allora con i miei bambini nella campagna toscana. Di là era passata la guerra, poi era sopravvenuto il silenzio che succede alla guerra, e infine, nella campagna immota e sui villaggi sconvolti, erano arrivati gli americani. Noi ci trasferimmo a Firenze; lasciai i bambini con i miei genitori e venni a Roma.

Parise, Poeta

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di Sofà. Quadrimestrale dei sensi nell’arte: ringraziamo la testata e l’autore.

GOFFREDO PARISE, POETA. Così, tutto in maiuscolo, come farebbe un writer che volesse ingentilire il caseggiato, come fece Parise, che avvertì rovinarsi, nel giro di quel “decennio di ideologismo verbale incontrollato e permanente” che seguì il Sessantotto, quasi una cultura intera, la nostra, e compose i Sillabari, un libro che si assentò dal proprio tempo e che ebbe accesso alla classicità, a quello status invidiato, fin da subito; tutti in maiuscolo,come andrebbero scritti i titoli delle «poesie in prosa» che stanno a sillabare i sentimenti elementari di cui quel libro è l’itinerario, l’avventura misericordiosa.

Un’educazione

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Prologo: «Vanessa ti ricordi Barbapapà?», mi chiede un amico «Certo», rispondo. «Ricordi Barbottina? Avevi mai notato che nella sua stanza i due poster erano la riproduzione del manifesto del maggio francese, quello de “la lotta continua” e di Angela Davis?». No non lo ricordavo non l’avevo mai notato allora. E allora il mio amico quella stanza me l’ha portata ed eccola qua accanto, icona subliminale di un decennio, di un’educazione.

Io e gli altri. Quando ero bambina mia madre mi regalò un’enciclopedia che si intitolava Io e gli altri, «Serve per fare le ricerche», mi disse. Io le ricerche non dovevo farle, però, perché la mia era una scuola sperimentale, stavamo lì fino alle quattro del pomeriggio, non avevamo compiti per casa e passavamo un’ora al giorno nei laboratori.

Le vite sbobinate di Alfredo Gianolio

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La sociolinguistica li chiama «semicolti». Sono coloro i quali pur essendo alfabetizzati hanno con la lingua madre un legame saldamente incerto, come se l’esperienza linguistica fosse soprattutto inghippo, trappola, materia fragile sulla quale è pericoloso avventurarsi. Eppure il semicolto, pur riconoscendo che la lingua madre è anche matrigna, non retrocede ma si inoltra nello spazio vacillante della frase.

Vite sbobinate e altre vite di Alfredo Gianolio (Quodlibet) può essere letto come documento storico, sociale, antropologico. A imporsi su ognuna di queste prospettive, e a compendiarle, è l’ottica linguistica: la consapevolezza di trovarsi davanti a un repertorio di voci sbriciolate ed epiche, fertilissime e inconseguenti. Voci «semicolte» che rimandano a corpi, i corpi alle persone, le persone a storie individuali direttamente connesse alla Storia (o meglio dalla Storia spesso stravolte, divelte, tagliate in due).

Variazioni su un tempo di mezzo

Joan-Didion

Pubblichiamo un riepilogo sulle letture dell’anno appena passato scritto da Giusi Marchetta, ringraziando l’autrice (nella foto, Joan Didion).

di Giusi Marchetta

La storia delle mie letture è sempre stata declinata al maschile. Al liceo credevo nei classici: russi, italiani, europei soprattutto. I classici avevano l’autorità per restituirmi del mondo un’immagine più vera e completa di quella che avrei potuto concepire da sola. Non avevano bisogno di convincermi che le cose stessero in un certo modo: Dostoevskij era Dostoevskij, Pavese era Pavese e Flaubert era Emma Bovary. Mi bastava quello.

Qualche anno dopo, pronta per una scrittura che non mi aiutasse a capire ma a distruggere quello che avevo capito, ho lasciato che Nabokov, Celine e molti altri usassero parole nuove, parole-martello, contro di me. Mi è piaciuto. Mi serviva.

La poesia che s’intravede dentro Die, l’album di Iosonouncane

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(fonte immagine)

di Nicolò Porcelluzzi

Comprensione del testo

Manca ancora qualcosa alla fine di questo 2015 ma c’è un disco che, già in piena estate, si è imposto come serio candidato a Disco Italiano dell’Anno. Parlo di Die, di Iosonouncane. Non voglio parlare del panorama musicale contemporaneo, ma dell’ambizione letteraria del disco. I testi, in poche parole. Come se fossimo nel 2025 e Die fosse già canonizzato. Non uno sforzo eccessivo, per quanto mi riguarda.

Le scarpe rotte di Angela Zucconi (1914-2014)

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(Nella foto: Adriano Olivetti, Bobi Bazlen e Angela Zucconi. Ringraziamo la Fondazione Adriano Olivetti per la gentile concessione.)

Quando Angela Zucconi è morta, il 17 novembre del 2000, da pochi giorni era stata pubblicata, per l’editore L’ancora del Mediterraneo di Napoli, la sua autobiografia: Cinquant’anni nell’utopia, il resto nell’aldilà. Il titolo, la Zucconi, lo aveva preso in prestito da un’idea di Emilio Sereni per un convegno del 1946: L’utopia di oggi sarà la politica di domani. Protagonista della ricostruzione repubblicana, non a caso aveva voluto scegliere proprio quello slogan, così datato, per parlare di sé, e di una vita che era proseguita ben aldilà di quegli anni: perché allora, nell’immediato dopoguerra, con Sereni come con Manlio Rossi Doria, Adriano Olivetti, Guido Calogero, Angela Zucconi aveva inseguito, nel segno di questa utopia, la strada dell’impegno sociale, in costante dialogo con quella fede cattolica, che faceva rispuntare nel titolo della sua autobiografia come casualmente e, comunque, a libro (e vita) conclusi, nel segno di una autrice a lei vicinissima, Simone Weil: “Il Signore è vicino a chi lo cerca”, scriveva, “Dio non si occupa della storia. Lascia all’Homo faber il compito di fare e disfare”.

Sillabando Parise

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Questo pezzo è uscito su Succede oggi.

Nel 1984, il primo si unì al secondo e furono i Sillabari, finalmente: l’opera di Parise accedeva alla discussione critica, perché il suo era un libro vero e proprio, e quelle prose difficilmente etichettabili che era stato possibile apprezzare, sulle pagine del Corriere della Sera, erano letteratura, nonostante la via per raggiungere quell’altitudine, per guadagnarsi quella dignità, fosse stata sghemba. È sul quotidiano milanese, infatti, che erano state pubblicate, lungo tutto il decennio precedente, dal 1971 al 1980. Chi si accorse di ciò che stava succedendo fu Natalia Ginzburg, per esempio. Poi, pochi altri.

Che pena scriver d’amore

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Questo articolo è uscito su Pagina 99.

Che fine hanno fatto i romanzi d’amore? Esiste oggi una letteratura che esplori i sentimenti e non sia quella serializzata delle nuove Liale? Quelle storie stucchevoli, a partire dai titoli, tipo“Finché amore non ci separi” (Newton Compton): l’ebook in assoluto più venduto in Italia mentre scrivo. L’amore è diventato un brand, un marchio di garanzia per vendere, si dice da tempo. Qualche titolo in arrivo tra giugno e luglio: “L’amore non conviene” “La ricetta segreta dell’amore” “Un amore a Notting Hill”, “Tokyo Love”, “Un amore a Parigi”, “Mai per amore”.

Nuove frontiere, la scrittrice apolide e altri viaggiatori

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Questo pezzo è uscito su Colla. (Foto: Zony Maya.)

di Marco Gigliotti

Che poi la libreria Koob non è mica così lontana. Voglio dire, è vero, devi prendere gli stessi mezzi che prenderesti per andare allo Stadio Olimpico – la metro fino a Flaminio, poi il tram fino a piazza Mancini –, ma ci sono due differenze fondamentali: la prima è che non sei circondato da migliaia di tifosi come per le partite di campionato, quindi aspetterai il tram per un minuto e non per un’ora; la seconda è che una volta sceso al capolinea ti basterà girare l’angolo per arrivare a destinazione.

La libreria è accogliente e ben organizzata: ha un angolo bar, una sala presentazioni, un calendario ricco d’eventi. Quello che c’è intorno invece mette un po’ d’angoscia. I quartieri della Roma bene sono a due passi, ma contrastano nettamente con lo spettacolo offerto da piazza Mancini: capannelli di extracomunitari che bevono Peroni da 66 sul marciapiede e poi scalciano le bottiglie contro i muri; una coppia di zingari che rovista nei cassonetti e seleziona i rifiuti senza preoccuparsi di rimettere dentro gli scarti; un settantenne barcollante che bestemmia in romanesco e si lancia di testa contro ogni saracinesca che incontra.