“Marie aspetta Marie”: la riscoperta di Madeleine Bourdouxhe

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Partiamo da una considerazione curiosa, che più avanti limeremo: tutte le grandi donne della letteratura sono adultere. Dalla lunga lista (che comprende le superstar Anna Karenina, Emma Bovary, Connie Chatterley e la Hester di Hawthorne) si discostano poche categorie di superstiti, tra cui le nubili (Elizabeth Bennet, Emma Woodhouse, Rossella O’Hara, Jo March), le prostitute (Léa de Lonval) e quelle che proprio stavano su un altro pianeta, come Clarissa Dalloway. Le cose in comune tra le due macro-categorie sono tante, a partire dal tipo di inquietudine: se si trovassero tutte insieme in un salotto,col magico potere dello sfinimento farebbero esplodere il patriarcato nel tempo che impiega il latte a schiumare fuori dal bricco quando ti distrai.

Desolation Row

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Ripubblichiamo, ringraziando l’autore, un racconto apparso su Nazione Indiana, omaggio sin dal titolo (è una delle sue canzoni più belle) a Bob Dylan. Il racconto è disponibile qui nella lettura di Gemma Carbone.

La trovano così, seduta e stregata, mentre ascolta un pezzo di Debussy. Il cadavere del marito ancora caldo è steso a due metri da lei, sulla moquette appena lavata. È il mese di aprile e fuori soffia un vento caldo.

La scrittura come empatia: intervista a Elizabeth Strout

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Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

“Conosco troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto”. E’ un passo di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, tradotto nei mesi scorsi da Susanna Basso per Einaudi (pagg. 168, euro 17,50), definito da The New York Times come “un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi”.

In una stanza d’ospedale a Manhattan, per cinque giorni e cinque notti due donne che non s’incontravano da parecchi anni parlano con intensità. Sono una madre e una figlia che “ricordano di amarsi”. La protagonista Lucy Barton rievoca quel dialogo inatteso e serrato molto tempo dopo, quando è ormai diventata una scrittrice famosa. Flashback… Nel suo letto ospedaliero, dove si trova per le complicazioni post-operatorie di un’appendicite, “le basta sentire quel vezzeggiativo antico, ‘Ciao, Bestiolina’, perché ogni tensione le si sciolga in petto”.

Il canone (americano) di Harold Bloom

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di parlare del Sublime, tema molto caro al vetusto e controverso principe dei critici Harold Bloom, bisogna dar conto di qualche mediocrità. L’anno scorso, appena uscito negli Stati Uniti il suo The Daemon Knows: Literary Greatness and the American Sublime, è partita la solita zuffa. Tagliando e incollando qualche riga estrapolata dal ponderoso tomo, Vanity Fair ha presentato i dodici autori americani che a parere di Bloom incarnano «lo sforzo incessante di trascendere l’uomo senza rinunciare all’umanesimo»: Whitman, Hawthorne, Melville e compagnia di defunti maschi bianchi (con l’eccezione di Emily Dickinson).

Roma, 2015

Riot police in Tor Sapienza

E così nel pomeriggio del 9 giugno, in piazza Santi Apostoli[1], i tre sindacati uniti convocano una Fiaccolata per la legalità, dopo la seconda ondata di arresti per “Mafia Capitale”. Non esattamente una folla oceanica. Dal palco parlano i tre segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil, preceduti da una compilation registrata di cantautori di ogni tempo. Parole che si perdono nell’afa. Sul finire della manifestazione arriva il sindaco, Ignazio Marino, scortato da mezza giunta. La scena accelera rapidamente. Boati di fischi, qualche applauso, le urla “vattene” o “dimissioni”, soprattutto da gruppi di lavoratori coinvolti in vertenze varie. Il gruppo-sindaco-fotografi scivola prima dal fondo verso il centro, sottopalco, poi devia a sinistra, quindi imbocca una viuzza laterale, proprio mentre gli altoparlanti diffondono i rullanti che aprono “La canzone popolare” di Ivano Fossati. Nel frattempo volano insulti tra pro-sindaco e anti-sindaco. Si accendono le fiaccole, una ventina, nel cielo ancora luminoso delle sette. La piccola folla si disperde.

In morte del console onorario

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Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Immagine: una scena del film Il console onorario di John Mackenzie)

D’ambasciatori celebri son piene la storia e la letteratura; e di consoli, anche, illustri e letterari: Nathaniel Hawthorne a Liverpool; Stendhal a Civitavecchia, James Fenimore Cooper a Lione; di consoli onorari meno, poiché meno prestigiosi, perché il rango è quello infimo della diplomazia, come codificato dalla Convenzione di Vienna del 1963. Emissari low cost, scelti tra emigrati che ce l’hanno fatta, dunque mercanti arrivati, senza stipendio, senza marsina, immunità se non quella misera dell’archivio (ma cosa mai dovranno archiviare?).

Eppure, che fascino esotico per questa carica: tutta colpa di Graham Greene, e del suo romanzo del 1953 poi portato al cinema da un film di categoria esotica con Michael Caine e Richard Gere?

Smaltimento rifiuti – Sui precari, i luoghi e i vecchi

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Pubblichiamo un articolo di Cosimo Argentina, autore di Per sempre carnivori, uscito sull’ultimo numero del trimestrale Graffiti. (Immagine: Man Ray e Marcel Duchamp)

Luoghi. Un precario, un vero precario ferox, fa della precarietà la propria agiografia. Si precarizza il possibile e l’impossibile: amori, lavori, mete, parenti, barzellette, pizzerie, latrine… si arriva ad essere solidali con il giallo del semaforo. Si vive dove capita e tra una dimora e l’altra si riempie l’auto di seconda mano di accappatoi, radio, calzini, colluttori e pillole per la pressione (perché il vero precario, il precario sul serio diventa iperteso, non ci sono cazzi).

Non so quante case ho cambiato aspettando che saltasse fuori qualcosa di buono e potessi incassare un simulacro di stabilità. Prima con quel nomade di mio padre e con quella figlia della guerra di mia madre ce la siamo dichiarata a Taranto per tre anni, a Lecce dove ricordo solo la vetrata di un asilo e il vicino di casa ficcanaso, poi di nuovo a Taranto e quindi ad Alessandria dove scansavo i cigli indifesi e osservavo i tori da monta sulla pesa.

L’ex “autore cannibale” che ha scelto di essere postumo in vita

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Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita in forma ridotta su «Repubblica», su «Sinapsi» di Matteo Galiazzo (Indiana Editore).

Bartleby e Wakefield sono i protagonisti dei due notissimi racconti omonimi di Hermann Melville e di Nathaniel Hawthorne. Bartleby è colui che dicendo «Preferirei di no» si dimette dal mondo fino alla propria sparizione; Wakefield è il viaggiatore di commercio che un giorno saluta la moglie, esce di casa e, come un Ulisse sui generis che al posto del Mediterraneo ha a disposizione soltanto i dintorni di casa, sta via per vent’anni e quando rientra non dice neppure una parola.

Se intendiamo Bartleby e Wakefield come due nuclei centrali (e di fatto è quello che sono: scaturigini di materia letteraria che è diramata attraverso tutto il ’900) e da entrambi tiriamo una linea convergente, nel punto in cui il desiderio di sparire e l’insensatezza strategica si intersecano troviamo non un ulteriore personaggio bensì una persona. In carne e ossa e scrittura. Quel Matteo Galiazzo che tra il 1996 – anno in cui venne pubblicata l’antologia Gioventù cannibale che conteneva un suo racconto – e il 2002, quando dopo Una particolare forma di anestesia chiamata morte e Cargo esce, ancora da Einaudi, Il mondo è posteggiato in discesa, si era imposto come punto di riferimento, per quanto timido e defilato, di una narrativa italiana che comprendeva tra gli altri scrittori del livello di Tiziano Scarpa e Aldo Nove.