Pink Floyd: la grande esibizione

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Ieri mattina sono andato in via Nizza, una strada ben asfaltata tra viale Regina Margherita e piazza Fiume, a Roma. Al civico 138 c’è il Macro, il Museo di Arte Contemporanea, e si dà il caso che era in programma la conferenza stampa di The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains, la mostra sulla più interstellare tra le band inglesi. A Londra, dove ha esordito, è stata un successone. A officiare l’evento sono annunciati Roger Waters e Nick Mason, che non hanno bisogno di presentazioni.

Cinque cose da scoprire su ‘The Dark Side of the Moon’

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Il primo marzo del 1973 esce sul mercato americano, ad opera della Capitol Records, quello che si rivelerà uno dei dischi più venduti, celebrati e discussi della storia del rock. Su The Dark Side of the Moon si è detto e scritto di tutto: l’album più famoso dei Pink Floyd, quello più furbo, quello più maturo. Un lavoro non altezza delle sperimentazioni all’epoca di Syd Barrett, un’opera magniloquente che segna una vetta irraggiungibile nel percorso della band.

Un disco di canzoni, alcune molto belle, altre forse meno ispirate, ma con un suono che è stato capace di elevarsi a marchio di fabbrica. Il disco migliore dei Pink Floyd. Di sicuro non quello migliore. Oggi vogliamo fuggire lo spettro di questa Babele della critica musicale, per raccontarvi cinque fatti, alcuni noti altri meno, alcuni pertinenti altri meno, che inquadrano il mondo che ruota attorno a questa pietra miliare della musica leggera.

The Dark Side of the Moon. Riflessioni sulla persistenza delle emozioni

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Il primo marzo 1973 usciva The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Vogliamo festeggiare questo quarantunensimo anniversario con un pezzo di Marco Di Marco uscito nel 2009 sul sito di minimum fax.

di Marco Di Marco

«Capisci?, ero in questa stanza con il figlio degli amici dei miei, mentre fuori, nel resto della casa, c’era un party per gli adulti. Lui a un certo punto mi aveva visto annoiato e fuori posto alla festa e mi aveva detto: “Ok, vieni con me, adesso ci penso io”. Era la fine degli anni Settanta, avrò avuto tredici-quattordici anni, lui qualcuno più di me. Eravamo nella sua stanza, lui ha tirato fuori dell’erba e ha girato questa canna, abbiamo fumato, ed era la mia prima canna ma questo non ha importanza, poi mi ha messo le cuffie dello stereo sulle orecchie e mi ha detto: “Bene, ci vediamo tra un po’, e mi dici come va”. Ha appoggiato la puntina sul vinile, e si è chiuso la porta alle spalle, lasciandomi lì, un ragazzino strafatto d’erba, ad ascoltare uno dei più grandi dischi della storia, mentre fuori dalla porta c’è una festa. Dico, ti rendi conto?». Così mi raccontava, più o meno, una sera di qualche anno fa, uno scrittore americano mentre stavamo accovacciati a fumare sulle scale della Basilica di Sant’Andrea a Mantova, durante il Festivaletteratura. Eravamo partiti parlando dei Clash e di Sandinista!Somebody Got Murdered, Police On My Back e Ivan Meets G.I. Joe che facevano eco sonora a un’adolescenza che, credo per entrambi, avrebbe voluto essere più inquieta di quello che era stata – ed eravamo finiti a confessarci qualcosa di più intimo, di più morboso, custodito nella directory “Prime volte” delle grandi emozioni giovanili.