Il rugby in Italia: pedagogia della palla ovale

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Qualche giorno fa il comportamento di un atleta ha mostrato che la “purezza” non sceglie in quale sport militare, ma il rugby resta un campo interessante da indagare e conoscere. Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo.

Mens sana in corpore sano; nell’adagio di Giovenale, quasi duemila anni fa, risuona un monito spesso disatteso: in particolare nello sport di oggi. La tragica deriva del calcio, per esempio, ha contaminato le fondamenta del gioco più popolare d’Italia; dalla corruzione dei vertici di potere, fino alle intemperanze di genitori incattiviti nei campetti di provincia, la possibilità di trarre qualsiasi tipo di modello edificante appare un lontano ricordo: qualsiasi sinergia tra mente sana e corpo sano sembra definitivamente pregiudicata.

Per fortuna da una quindicina d’anni, più o meno da quando la nostra nazionale è entrata nel 6 Nazioni, il rugby è uscito dalla sua dimensione storicamente defilata, quasi da sport di nicchia, per approdare, anche qui da noi, al mainstream dello sport di massa; ed il rugby, costitutivamente, dalla sua genesi, è intimamente legato ad una prospettiva pedagogica: il preside inglese che lo inventò, come dispositivo per canalizzare le intemperanze degli studenti, aveva bene in mente il legame tra sport ed exemplum di decubertiana memoria.