Una biografia rimbalzata: “La vita dispari” di Paolo Colagrande

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C’è un solo gioco durante il quale ci si augura che vada tutto al contrario di come dovrebbe, e che l’esito sia il frutto di un imbroglio. È un gioco il cui successo dipende più dalla possibilità che degeneri, che fallisca, che dalla sua riuscita, e dal fatto che i partecipanti non rispettino né le sue regole né il codice etico di base. Si chiama telefono senza fili, ed è quello, per intenderci, in cui ci si passa la staffetta di una frase sussurrata sperando che quello dopo la trasformi in qualcosa di osceno, o comunque di molto diverso dal concetto di partenza. Poi l’ultimo pronuncia quello che ha capito, e se corrisponde alla frase originaria (cosa rara) ci si auto-assegna un debole applauso di gruppo. Altrimenti niente, mugugni, urletti, cose così: il falsario si camuffa, qualcuno lo accusa, lui nega, e quello da cui il cerchio è partito fa finta di offendersi. Un modo arcaico, e tra i pochissimi che mi vengono in mente, per ridere con le parole.

Paolo Colagrande, con La vita dispari (Einaudi, terzo classificato al Campiello 57), ha fatto una cosa del genere: sia per quanto riguarda l’allegria scaturita dal modo in cui scrive e dalle sue scelte lessicali (più che dagli eventi che racconta), sia perché la storia del suo Buttarelli è una biografia “per sentito dire”, come ha fatto notare Giacomo Raccis su La Balena Bianca: un monologo da bar su un’intera vita rimbalzata di versione in versione, e giunta alla foce ampiamente sfigurata, e piena di parallelismi che si contraddicono tra loro.

Vivere da straniera, il nuovo libro di Claudia Durastanti

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«A cinque anni contrabbandavo mozzarelle, ero cattolica, non pensavo che avrei mai tinto i miei capelli neri, dicevo che non volevo fare figli e ballavo sulle ginocchia di zii acquisiti che si chiamavano sempre Tony e avevano sposato donne con un gusto vistoso in termini di pellicce». Non è l’estratto migliore che potessi scegliere, ma di certo il più somigliante alla battuta d’apertura di una commedia agrodolce di fine ’80 inizio ’90, con voce di ragazza fuoricampo e carrellata su caseggiati americani ingioiellati con vecchie Ford Fairmont. Colonna sonora: Eye in the sky, The Alan Parsons Project.

Un amore proibito. “La cattiva strada” di Sébastien Japrisot

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Lust och fägring stor, tradotto in Italia con l’originalissimo Passioni proibite, è un film svedese del 1995 che, l’anno dopo, verrà candidato all’Oscar come miglior film straniero. Racconta di Stig, quindicenne, che si innamora di Viola, vent’anni più grande e sua professoressa. Lei lo ricambia, permettendoci così di sfogliare un bell’album di scene di sesso, ambienti freddi e, sullo sfondo, guerra: è il 1943, e la Svezia sta rivalutando la sua posizione nel secondo conflitto mondiale.

Il film, diretto da Bo Widerberg, consacra, per poi ucciderlo, il genere “Minorenne che, durante la guerra, si innamora di una donna più grande, trascinando lei in una crisi esistenziale e se stesso verso, più o meno, la gloria formativa del sentirsi uomo”. Dagli anni Settanta è un filone particolarmente florido, per il cinema europeo: l’Italia ha già prodotto, su questo canovaccio, le pellicole sottovalutate di Salvatore Samperi, e lanciato tra le altre Laura Antonelli e Monica Guerritore.

Un romanzo di esplosioni: “Un marito” di Michele Vaccari

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Dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi: «Meglio sposarsi che ardere». È una frase famosa, che suona bene in tutte le lingue, ma poco chiara se presa fuori contesto. Chiude un discorso sull’attitudine al contenimento, sull’esigenza di chiedersi, cioè, se si è portati o meno a mantenersi casti quando non si ha (o non si ha più) un coniuge. Sarebbe bello se foste in tanti, a riuscirci – scrive, più o meno, San Paolo –ma, in caso contrario, perché non sposarsi? La purezza non è pane per i denti di chiunque: sempre meglio sentirsi soddisfatti, alius quidem sic, alius vero sic. Se non si leggesse la prima parte del discorso, quei due verbi, sposarsi e ardere, solleverebbero più di un’interpretazione romantica (la solitudine è sempre un inferno; meglio aggirare gli amori non corrisposti; magari la vita di coppia toglierà passione, ma regala serenità) e una domanda laica, da guastafeste: chi l’ha detto che una volta sposati non si arde?

Quando la letteratura è d’acqua

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Il rapporto di Shakespeare con la forza dell’acqua muta nel tempo. In un primo momento, con La dodicesima notte, ne racconta solo conseguenze. Viola entra in scena spaesata, sopravvissuta a un naufragio, e chiede ai pochi superstiti su che terra siano approdati. È convinta che il mare si sia preso suo fratello, Sebastian, così come lui, presente dal secondo atto, crede lei «annegata […] nell’acqua salata». L’immagine della donna sulla spiaggia d’Illiria, seguita da marinai e capitano, pone alle spalle l’esperienza di morte che scatena l’azione e il mutamento: i due protagonisti si muovono sulla scena già cambiati dalla catastrofe, e intenzionati a giocare con quel che resta.

La tempesta, scritta circa dieci anni dopo, si compone degli stessi ingredienti, proposti in dosi diverse. Anche qui, tra primo e secondo atto, due familiari si cedono il testimone del credersi reciprocamente morti. Si ripete addirittura, ma è meno importante, un Sebastian(o). Tutto cambia, però, se si pensa al modo in cui la tempesta, fin dal titolo, acquista centralità: la scena si apre sul mare burrascoso, e i tentativi di mettersi in salvo sono descritti in modo dettagliato. L’acqua, come nella storia di Viola e Sebastian, è un elemento risolutivo, ma qui presentato in azione, nella sua piena, purgatoriale complessità. Alleata di Prospero (che, mago, dialoga bene con gli elementi), nemica di suo fratello Antonio, l’usurpatore. Madre e potenziale assassina.

Nuova letteratura fantastica. “Il grido” di Luciano Funetta

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È più facile confezionare un’utopia che un’apocalisse? Emil Cioran se lo chiedeva nel 1960, dalle pagine di un testo, Storia e utopia, in cui faceva a pezzi un immaginario (e un modo di pensare) già in pensione, di fatto, da mezzo secolo. «Le sole utopie leggibili», scriveva, «sono quelle false, quelle che, scritte per gioco, divertimento o misantropia, prefigurano o evocano i Viaggi di Gulliver, bibbia dell’uomo disingannato, quintessenza di visioni non chimeriche, utopia senza speranza. Con i suoi sarcasmi, Swift ha smaliziato un genere fino al punto di distruggerlo». Dalle macerie sorgono Metropolis, lo Stato Unico di Zamjatin, l’Oceania di Orwell, la Galaad di Atwood. Città, Stati, continenti, non-luoghi del futuro che esasperano i connotati di skyline già scricchiolanti, panorami avvolti dalla nebbia.

“Il vizio di smettere”, i racconti di Michele Orti Manara

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Circa trent’anni fa, sul New York Times comparve un pezzo a firma di Don David Guttenplan dal titolo The Boom in Short Stories in cui si proponevano le risposte di editor e scrittori alla domanda «Perché il racconto è tornato di moda?». Se si esclude Carver, che spostava l’attenzione dal perché su un chi e un quando – chi: Gordon Lish; quando: la ripubblicazione dei racconti di John Cheever, nel 1978, sull’onda del successo di Falconer – il commento migliore riportato dall’articolo era, forse, quello di Bobbie Ann Mason, che diceva di non poter scrivere che storie brevi: per lei, i suoi personaggi e i loro problemi erano troppo noiosi per non risultare intollerabili oltre il confine di una manciata di pagine.

“Marie aspetta Marie”: la riscoperta di Madeleine Bourdouxhe

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Partiamo da una considerazione curiosa, che più avanti limeremo: tutte le grandi donne della letteratura sono adultere. Dalla lunga lista (che comprende le superstar Anna Karenina, Emma Bovary, Connie Chatterley e la Hester di Hawthorne) si discostano poche categorie di superstiti, tra cui le nubili (Elizabeth Bennet, Emma Woodhouse, Rossella O’Hara, Jo March), le prostitute (Léa de Lonval) e quelle che proprio stavano su un altro pianeta, come Clarissa Dalloway. Le cose in comune tra le due macro-categorie sono tante, a partire dal tipo di inquietudine: se si trovassero tutte insieme in un salotto,col magico potere dello sfinimento farebbero esplodere il patriarcato nel tempo che impiega il latte a schiumare fuori dal bricco quando ti distrai.

Un attimo prima. Intervista a Fabio Deotto

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«Il denaro è come un incubo, Ibsen, o se preferisci uno spot pubblicitario: è sufficiente che la gente smetta di crederci perché perda ogni forza».

A parlare non è Anselm Jappe, ma un personaggio immaginario: Edoardo Faschi, ex-ragazzo brianzolo, che in una Milano temporalmente collocabile oltre il 2030 cerca di superare il trauma, nemmeno troppo recente, per la scomparsa di suo fratello Alessio. La psicoterapia sci-fi a cui Faschi ricorre, ispirata alla scatola specchio di Ramachandran, è l’espediente narrativo che permette al secondo romanzo di Fabio Deotto di farsi piattaforma per un gioco coi tempi: da un lato c’è il passato invadente delle ricostruzioni, e dall’altro un presente carta-carbone che, per chi legge, è il futuro. Un futuro in cui, tra le altre cose, il denaro non esiste e il lavoro non conta niente. È il proscenio di Un attimo prima,  uscito a novembre per Einaudi Stile Libero e già in compagnia di Lincoln nel Bardo, La ferrovia sotterranea, Tutto è possibile, Exit West e pochi altri in quasi tutte le liste dicembrine dei migliori libri del 2017.

Esperimento americano. Intervista a Benjamin Markovits

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«La distanza geografica ha una sua potenza. Il ragazzino che giocava a combattere i dragoni insieme ai suoi amici ne aveva fatta di strada, più di ottomila chilometri. La prova era là fuori, bastava aprire la porta: case a schiera e pasticcerie economiche, charity shop e farmacie sulle strade principali. Pioggia tutto l’anno. Diverse decisioni ragionevoli mi avevano portato qui, e non soltanto decisioni ma anche molta fatica e persino un po’ di fortuna. I miei compagni di college, con qualche eccezione, sembravano essere sulla stessa barca. Lavoravano più di quanto volessero, guadagnavano meno, e vivevano dove non volevano vivere».

È l’attimo prima della bandiera bianca, nella vita di Greg Marnier detto Marny: storico, laureato a Yale con un dottorato a Oxford, vive in Inghilterra una vita senza guizzi che, fondamentalmente, lo deprime. Finché il suo vecchio amico Robert James gli propone di seguirlo in un affare: riqualificare alcuni quartieri di Detroit, ripopolarli in prima persona e, dalla base, promuovere un «modello Groupon di gentrificazione».