Nuova letteratura fantastica. “Il grido” di Luciano Funetta

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È più facile confezionare un’utopia che un’apocalisse? Emil Cioran se lo chiedeva nel 1960, dalle pagine di un testo, Storia e utopia, in cui faceva a pezzi un immaginario (e un modo di pensare) già in pensione, di fatto, da mezzo secolo. «Le sole utopie leggibili», scriveva, «sono quelle false, quelle che, scritte per gioco, divertimento o misantropia, prefigurano o evocano i Viaggi di Gulliver, bibbia dell’uomo disingannato, quintessenza di visioni non chimeriche, utopia senza speranza. Con i suoi sarcasmi, Swift ha smaliziato un genere fino al punto di distruggerlo». Dalle macerie sorgono Metropolis, lo Stato Unico di Zamjatin, l’Oceania di Orwell, la Galaad di Atwood. Città, Stati, continenti, non-luoghi del futuro che esasperano i connotati di skyline già scricchiolanti, panorami avvolti dalla nebbia.

“Il vizio di smettere”, i racconti di Michele Orti Manara

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Circa trent’anni fa, sul New York Times comparve un pezzo a firma di Don David Guttenplan dal titolo The Boom in Short Stories in cui si proponevano le risposte di editor e scrittori alla domanda «Perché il racconto è tornato di moda?». Se si esclude Carver, che spostava l’attenzione dal perché su un chi e un quando – chi: Gordon Lish; quando: la ripubblicazione dei racconti di John Cheever, nel 1978, sull’onda del successo di Falconer – il commento migliore riportato dall’articolo era, forse, quello di Bobbie Ann Mason, che diceva di non poter scrivere che storie brevi: per lei, i suoi personaggi e i loro problemi erano troppo noiosi per non risultare intollerabili oltre il confine di una manciata di pagine.

“Marie aspetta Marie”: la riscoperta di Madeleine Bourdouxhe

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Partiamo da una considerazione curiosa, che più avanti limeremo: tutte le grandi donne della letteratura sono adultere. Dalla lunga lista (che comprende le superstar Anna Karenina, Emma Bovary, Connie Chatterley e la Hester di Hawthorne) si discostano poche categorie di superstiti, tra cui le nubili (Elizabeth Bennet, Emma Woodhouse, Rossella O’Hara, Jo March), le prostitute (Léa de Lonval) e quelle che proprio stavano su un altro pianeta, come Clarissa Dalloway. Le cose in comune tra le due macro-categorie sono tante, a partire dal tipo di inquietudine: se si trovassero tutte insieme in un salotto,col magico potere dello sfinimento farebbero esplodere il patriarcato nel tempo che impiega il latte a schiumare fuori dal bricco quando ti distrai.

Un attimo prima. Intervista a Fabio Deotto

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«Il denaro è come un incubo, Ibsen, o se preferisci uno spot pubblicitario: è sufficiente che la gente smetta di crederci perché perda ogni forza».

A parlare non è Anselm Jappe, ma un personaggio immaginario: Edoardo Faschi, ex-ragazzo brianzolo, che in una Milano temporalmente collocabile oltre il 2030 cerca di superare il trauma, nemmeno troppo recente, per la scomparsa di suo fratello Alessio. La psicoterapia sci-fi a cui Faschi ricorre, ispirata alla scatola specchio di Ramachandran, è l’espediente narrativo che permette al secondo romanzo di Fabio Deotto di farsi piattaforma per un gioco coi tempi: da un lato c’è il passato invadente delle ricostruzioni, e dall’altro un presente carta-carbone che, per chi legge, è il futuro. Un futuro in cui, tra le altre cose, il denaro non esiste e il lavoro non conta niente. È il proscenio di Un attimo prima,  uscito a novembre per Einaudi Stile Libero e già in compagnia di Lincoln nel Bardo, La ferrovia sotterranea, Tutto è possibile, Exit West e pochi altri in quasi tutte le liste dicembrine dei migliori libri del 2017.

Esperimento americano. Intervista a Benjamin Markovits

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«La distanza geografica ha una sua potenza. Il ragazzino che giocava a combattere i dragoni insieme ai suoi amici ne aveva fatta di strada, più di ottomila chilometri. La prova era là fuori, bastava aprire la porta: case a schiera e pasticcerie economiche, charity shop e farmacie sulle strade principali. Pioggia tutto l’anno. Diverse decisioni ragionevoli mi avevano portato qui, e non soltanto decisioni ma anche molta fatica e persino un po’ di fortuna. I miei compagni di college, con qualche eccezione, sembravano essere sulla stessa barca. Lavoravano più di quanto volessero, guadagnavano meno, e vivevano dove non volevano vivere».

È l’attimo prima della bandiera bianca, nella vita di Greg Marnier detto Marny: storico, laureato a Yale con un dottorato a Oxford, vive in Inghilterra una vita senza guizzi che, fondamentalmente, lo deprime. Finché il suo vecchio amico Robert James gli propone di seguirlo in un affare: riqualificare alcuni quartieri di Detroit, ripopolarli in prima persona e, dalla base, promuovere un «modello Groupon di gentrificazione».

L’America di Colson Whitehead

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Sarebbe bello inventare una parola per la tensione che si crea durante la lettura di alcuni libri d’avventura, quelli – nello specifico – come I viaggi di Gulliver, o La macchina del tempo, in cui a ogni approdo segue una fuga o uno smarrimento, e poi una nuova scoperta spesso peggiore della precedente. La parola dovrebbe descrivere l’angoscia che anticipa il nuovo scenario: Brobdingnag dopo Lilliput, il futuro dei lepidotteri dopo l’anno dei morlocchi. Non è proprio suspense, perché ha in sé qualcosa di esasperante, un misto discorde tra curiosità e misericordia. Cosa succederà a questo epigono di Ulisse? Dove finirà? E soprattutto: in quante terribili vie nuove possiamo comparire, una volta lasciata la via vecchia?

“Lincoln nel bardo”: sull’ultimo libro di George Saunders

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C’è un film del 2003 che si apre con un gemito, a cui segue un’allucinazione. Si chiama Padre e figlio (Отец и сын), il regista è Aleksandr Sokurov e la prima scena, appena dopo il buio, è costituita da inquadrature deformate di quello che, per la vicinanza e l’unità dei corpi nudi, sembra un rapporto sessuale tra due uomini. Per alcuni secondi, questa impressione è una certezza: la camera indugia sulle espressioni contratte del ragazzo, sulla presa dell’uomo più grande che sembra dominarlo. Poi, alla comparsa del dettaglio giusto, risulta chiaro che la scena, e il film intero, raccontano tutt’altro: un padre stringe suo figlio, combatte la convulsione che segue un terribile incubo, poi lo rassicura dolcemente.

Stregati: “Le otto montagne” di Paolo Cognetti

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Gli incipit: questione talmente spinosa che Salman Rushdie, per non risparmiare cartucce, fa cominciare il suo I figli della mezzanotte con una goffa serie di false partenze. Lo stile, l’innesto coloniale, la modernità anteposte alla chiarezza: Saleem Sinai entra in scena senza gloria, investito dall’abbondanza torrentizia di dei dettagli.

Divertente, sì, una scuola ottima per le penne isteriche e gli autori di epopee postmoderne, ma lontanissimo dall’incipit perfetto, il lascito di Jane Austen: un giro di frase relativamente breve e due o tre parole generiche sul cuore della storia (quando ancora, da lettori, non sappiamo né quale sia, la storia, né dove sia il suo cuore).

Nel guscio. Poesia e Shakespeare nell’ultimo romanzo di Ian McEwan

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Difficile che uno scrittore occidentale dica del proprio ultimo lavoro, pubblicato nel 2016 e commercialmente spendibile come un thriller, che ‹‹è un inchino alla poesia››. Quasi impossibile, poi, che la voce narrante del soliloquio di pura percezione che sostiene questo inchino sia un essere cieco e non senziente; un personaggio più rischioso, a ben vedere, della Helen Keller bambina: un feto.

“Undici treni”, l’ultimo libro di Paolo Nori

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In uno dei più bei numeri di Rat-Man, il fumetto-epopea di Leo Ortolani, c’è uno scambio di battute tra il protagonista e il suo maggiordomo Arcibaldo a proposito della lettura. Il secondo chiede al primo se abbia mai letto un libro, e Rat-Man confessa che no, non c’è mai riuscito, perché, dice, ‹‹ogni volta che ne inizio uno, mi chiama Chuck Norris che dobbiamo andare a fare delle cose››. Arcibaldo, chiaramente, non gli crede, e con un certo imbarazzo – ‹‹Non deve trovare delle scuse con me, signore. Non ce n’è bisogno›› – gli porge un romanzo, a suo parere molto bello. Rat-Man lo sfoglia, o quantomeno lo apre, e in effetti gli si palesa davanti Chuck Norris che, con irruenza, lo costringe a interrompere la lettura per seguirlo.

L’occasione persa, il libro prematuramente abbandonato dal personaggio di Ortolani, è La vergogna delle scarpe nuove di Paolo Nori, uscito dieci anni fa e oggetto di questo curioso product placement nel numero 67 del fumetto Panini. La gratuità del cameo, affidato peraltro alla voce di Arcibaldo, un personaggio di per sé parco di parole, suggerisce due cose: la prima, abbastanza nota, è che a Ortolani piace Nori, e non poco – l’unico altro libro che compare in Rat-Man, probabilmente, è una copia della Divina Commedia illustrata da Gustave Doré; la seconda, improvvisamente chiara dopo questa intrusione, è che in effetti Rat-Man, il personaggio, parla la lingua di Paolo Nori.