Un attimo prima. Intervista a Fabio Deotto

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«Il denaro è come un incubo, Ibsen, o se preferisci uno spot pubblicitario: è sufficiente che la gente smetta di crederci perché perda ogni forza».

A parlare non è Anselm Jappe, ma un personaggio immaginario: Edoardo Faschi, ex-ragazzo brianzolo, che in una Milano temporalmente collocabile oltre il 2030 cerca di superare il trauma, nemmeno troppo recente, per la scomparsa di suo fratello Alessio. La psicoterapia sci-fi a cui Faschi ricorre, ispirata alla scatola specchio di Ramachandran, è l’espediente narrativo che permette al secondo romanzo di Fabio Deotto di farsi piattaforma per un gioco coi tempi: da un lato c’è il passato invadente delle ricostruzioni, e dall’altro un presente carta-carbone che, per chi legge, è il futuro. Un futuro in cui, tra le altre cose, il denaro non esiste e il lavoro non conta niente. È il proscenio di Un attimo prima,  uscito a novembre per Einaudi Stile Libero e già in compagnia di Lincoln nel Bardo, La ferrovia sotterranea, Tutto è possibile, Exit West e pochi altri in quasi tutte le liste dicembrine dei migliori libri del 2017.

Esperimento americano. Intervista a Benjamin Markovits

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«La distanza geografica ha una sua potenza. Il ragazzino che giocava a combattere i dragoni insieme ai suoi amici ne aveva fatta di strada, più di ottomila chilometri. La prova era là fuori, bastava aprire la porta: case a schiera e pasticcerie economiche, charity shop e farmacie sulle strade principali. Pioggia tutto l’anno. Diverse decisioni ragionevoli mi avevano portato qui, e non soltanto decisioni ma anche molta fatica e persino un po’ di fortuna. I miei compagni di college, con qualche eccezione, sembravano essere sulla stessa barca. Lavoravano più di quanto volessero, guadagnavano meno, e vivevano dove non volevano vivere».

È l’attimo prima della bandiera bianca, nella vita di Greg Marnier detto Marny: storico, laureato a Yale con un dottorato a Oxford, vive in Inghilterra una vita senza guizzi che, fondamentalmente, lo deprime. Finché il suo vecchio amico Robert James gli propone di seguirlo in un affare: riqualificare alcuni quartieri di Detroit, ripopolarli in prima persona e, dalla base, promuovere un «modello Groupon di gentrificazione».

L’America di Colson Whitehead

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Sarebbe bello inventare una parola per la tensione che si crea durante la lettura di alcuni libri d’avventura, quelli – nello specifico – come I viaggi di Gulliver, o La macchina del tempo, in cui a ogni approdo segue una fuga o uno smarrimento, e poi una nuova scoperta spesso peggiore della precedente. La parola dovrebbe descrivere l’angoscia che anticipa il nuovo scenario: Brobdingnag dopo Lilliput, il futuro dei lepidotteri dopo l’anno dei morlocchi. Non è proprio suspense, perché ha in sé qualcosa di esasperante, un misto discorde tra curiosità e misericordia. Cosa succederà a questo epigono di Ulisse? Dove finirà? E soprattutto: in quante terribili vie nuove possiamo comparire, una volta lasciata la via vecchia?

“Lincoln nel bardo”: sull’ultimo libro di George Saunders

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C’è un film del 2003 che si apre con un gemito, a cui segue un’allucinazione. Si chiama Padre e figlio (Отец и сын), il regista è Aleksandr Sokurov e la prima scena, appena dopo il buio, è costituita da inquadrature deformate di quello che, per la vicinanza e l’unità dei corpi nudi, sembra un rapporto sessuale tra due uomini. Per alcuni secondi, questa impressione è una certezza: la camera indugia sulle espressioni contratte del ragazzo, sulla presa dell’uomo più grande che sembra dominarlo. Poi, alla comparsa del dettaglio giusto, risulta chiaro che la scena, e il film intero, raccontano tutt’altro: un padre stringe suo figlio, combatte la convulsione che segue un terribile incubo, poi lo rassicura dolcemente.

Stregati: “Le otto montagne” di Paolo Cognetti

le otto montagne

Gli incipit: questione talmente spinosa che Salman Rushdie, per non risparmiare cartucce, fa cominciare il suo I figli della mezzanotte con una goffa serie di false partenze. Lo stile, l’innesto coloniale, la modernità anteposte alla chiarezza: Saleem Sinai entra in scena senza gloria, investito dall’abbondanza torrentizia di dei dettagli.

Divertente, sì, una scuola ottima per le penne isteriche e gli autori di epopee postmoderne, ma lontanissimo dall’incipit perfetto, il lascito di Jane Austen: un giro di frase relativamente breve e due o tre parole generiche sul cuore della storia (quando ancora, da lettori, non sappiamo né quale sia, la storia, né dove sia il suo cuore).

Nel guscio. Poesia e Shakespeare nell’ultimo romanzo di Ian McEwan

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Difficile che uno scrittore occidentale dica del proprio ultimo lavoro, pubblicato nel 2016 e commercialmente spendibile come un thriller, che ‹‹è un inchino alla poesia››. Quasi impossibile, poi, che la voce narrante del soliloquio di pura percezione che sostiene questo inchino sia un essere cieco e non senziente; un personaggio più rischioso, a ben vedere, della Helen Keller bambina: un feto.

“Undici treni”, l’ultimo libro di Paolo Nori

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In uno dei più bei numeri di Rat-Man, il fumetto-epopea di Leo Ortolani, c’è uno scambio di battute tra il protagonista e il suo maggiordomo Arcibaldo a proposito della lettura. Il secondo chiede al primo se abbia mai letto un libro, e Rat-Man confessa che no, non c’è mai riuscito, perché, dice, ‹‹ogni volta che ne inizio uno, mi chiama Chuck Norris che dobbiamo andare a fare delle cose››. Arcibaldo, chiaramente, non gli crede, e con un certo imbarazzo – ‹‹Non deve trovare delle scuse con me, signore. Non ce n’è bisogno›› – gli porge un romanzo, a suo parere molto bello. Rat-Man lo sfoglia, o quantomeno lo apre, e in effetti gli si palesa davanti Chuck Norris che, con irruenza, lo costringe a interrompere la lettura per seguirlo.

L’occasione persa, il libro prematuramente abbandonato dal personaggio di Ortolani, è La vergogna delle scarpe nuove di Paolo Nori, uscito dieci anni fa e oggetto di questo curioso product placement nel numero 67 del fumetto Panini. La gratuità del cameo, affidato peraltro alla voce di Arcibaldo, un personaggio di per sé parco di parole, suggerisce due cose: la prima, abbastanza nota, è che a Ortolani piace Nori, e non poco – l’unico altro libro che compare in Rat-Man, probabilmente, è una copia della Divina Commedia illustrata da Gustave Doré; la seconda, improvvisamente chiara dopo questa intrusione, è che in effetti Rat-Man, il personaggio, parla la lingua di Paolo Nori.

La guerra di Brian Turner

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Esistono tre modi di approcciarsi a un romanzo scritto da un non-scrittore. Il primo, che parrebbe il più diffuso, prevede un’immersione sincera e appassionata, e un senso di fiducia che assolve, esaltandoli, eventuali attentati alla struttura. È l’approccio, questo, che spinge i dylaniani a non accettare che un amico stimato abbia letto Tarantula con serietà e impegno, ma senza innamorarsene; che fa strabuzzare gli occhi di chi crede (soprattutto adesso) in Leonard Cohen, quando scorge Beautiful Losers tra i libri “da consultazione” dei propri contatti su Anobii – bello, importante, da riprendere, sì, ma in un altro momento. È l’approccio numero due: considerare il romanzo scritto da un non-scrittore alla stregua di quelle persone che stimiamo ma che scegliamo di non frequentare, se non in precise occasioni.

L’approccio numero tre, infine, è l’abbandono senza appello, il rifiuto fantozziano. Ora, questi tre approcci non sono una regola assoluta, e riguardano una categoria che a ben vedere è un’anti-categoria, e cioè: chi non fa lo scrittore di mestiere o chi, per meglio dire, non è per prima cosa scrittore (à la Hemingway).

“Mostri che ridono”, la giostra di Denis Johnson

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(fonte immagine)

Sembra che l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti stia costringendo almeno quattro continenti a ridisegnare la propria idea dell’America: a mutare, cioè, le proprie aspettative, partendo dal biasimo per gli Stati Confederati, colpevoli di aver infuso nazionalismo nella loro emotività – o emotività nel loro nazionalismo, non è ben chiaro. In ogni caso, niente di nuovo. Il sospetto maggiore, a questo punto, è che l’America non sia mai stata ben compresa dai suoi osservatori più distanti. Che, in un certo senso, ne sia circolata sempre – o ne sia stata accolta – un’immagine superficiale, idealizzata dalla sudditanza, di terra grandiosa e controversa, sì, ma mai plausibilmente fragile.

Eppure dovremmo saperlo, visto che il cinema ci ha raggiunto ovunque, che l’America di oggi è Christopher Walken de Il Cacciatore che diventa, tragicamente, John Goodman de Il grande Lebowski, un maschio-isola dalla tempra muscolare, con fantasie catastrofiche e una psicosi insanabile. Dovremmo saperlo, sì, ma non lo sappiamo. Perseveriamo nell’immaginarne un’altra, oscillante fra Erin Brokovich e Be-Bop-A-Lula, e lo scoglio d’incomprensione è così alto da fare ombra alla straordinaria offerta immaginifica che scaturisce da questa psicosi.

Appunti su “La vegetariana”, il romanzo di Han Kang

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Dedichiamo la giornata di oggi al romanzo di Han Kang La vegetariana, uscito in Italia per Adelphi, libro che è valso alla sua autrice il Man Booker International Prize 2016.

Il titolo è fuorviante, ma servirà forse, se necessario, ad attirare qualche altro lettore oltre quelli coinvolti dalle notizie del clamore suscitato per l’assegnazione del Man Booker International Prize 2016, che da qualche giorno riguarda anche l’Italia, grazie all’efficace traduzione di Milena Zemira Ciccimarra per Adelphi. La vegetariana (titolo che aderisce letteralmente all’originale, in inglese), della scrittrice sudcoreana Han Kang, classe 1970, non è la storia di una vegetariana, nonostante più di un personaggio, e almeno un narratore, spieghino così la sua scelta.