Antigone e gli scrittori dégagé

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Pubblichiamo di seguito un intervento di Valeria Parrella in risposta a un articolo di Paolo Di Paolo. Entrambi i pezzi sono usciti sull’Espresso, assieme a quelli di altri scrittori. Ringraziamo la testata e l’autrice (nell’immagine: morte di Hotspur).

di Valeria Parrella

“Se viviamo è per marciare sulla testa dei re” fa dire Shakespeare a Hotspur nell’Enrico IV. È così  il Bardo: un intellettuale impegnato, al punto che la sua vis politica, traghettata dentro le opere, sale ancora sui nostri palcoscenici a dirci cosa appartiene all’uomo (quando egli è un Uomo).

Tiresia, nell’Antigone di Sofocle, mette in guardia Creonte dalla hỳbris, dalla tracotanza del tiranno di sapere cosa è giusto o meno fare non “per” i cittadini, ma “dei” cittadini, per esempio del loro corpo. Anche Sofocle era dunque un intellettuale engagé e usava lo stesso sistema di Shakespeare: faceva parlare i personaggi. Torno al 400 avanti Cristo e me ne vado a spasso per la letteratura europea – ma ha davvero un tempo e una latitudine, la letteratura? – per ragionare su quello che Paolo Di Paolo ha sostenuto la settimana scorsa su l’Espresso, in un articolo vibrante di passione.

Un reportage sull’omicidio di Luca Varani

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

In una città allo sbando, nessuno accetta il ruolo che i fatti gli cuciono addosso. C’è un gay che vorrebbe diventare donna, il suo amante che ribadisce la propria eterosessualità, il padre del primo che si considera un modello e quello del secondo che parla in tv definendo “modello” il proprio figlio nonostante i due ragazzi siano rei confessi dell’omicidio più raccapricciante degli ultimi anni. Omicidio di cui per strada, in casa, negli uffici tutti parliamo rifiutando l’idea che una parte di quell’orrore ricada su di noi.

Dal decimo piano del palazzone in via Igino Giordani n.2, si vede la periferia di Roma est. Non ci sono finestre.Per evitare che qualcuno si sporga rischiando di precipitare per cinquanta metri, c’è una mezzaluna di listoni di metallo aperta sull’esterno. Tra le grate passa l’ultimo vento invernale: entra impetuoso nel pianerottolo e si disperde vorticando per le scale.

Il gatto ai confini dell’universo: considerazioni sulla letteratura

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Che lingua fa? è il titolo della sezione principale dell’ultimo numero di Nuovi Argomenti, in uscita il 1 marzo. Curata da Giuseppe Antonelli, la sezione è dedicata alla lingua italiana: linguisti, poeti, scrittori, critici letterari affrontano il tema. A me è stato chiesto di riflettere sulla forma romanzo. Non ho mai pensato che nei romanzi la lingua […]

Io odio John Updike: un estratto

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Pubblichiamo l’incipit del racconto DB9 dalla raccolta Io odio John Updike di Giordano Tedoldi (minimum fax) e vi segnaliamo che lunedì 15 febbraio alle 19 l’autore presenta il libro da Giufà a Roma con Nicola Lagioia e Francesco Pacifico.

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Di notte, quando non ho sonno, mi piace soprattutto guidare. Guidare è forse l’unica attività fisica che faccio. Un tempo nuotavo, poi ho smesso perché mi sono preso un fungo, la piscina era triste, troppi occhi rossi, pelli rovinate, solo le ragazzine intorno ai vent’anni erano allegre, ma quelle erano sempre per conto loro, non potevi nemmeno parlarci. Comunque erano molto maleducate, o troppo timide, o entrambe le cose. Allora mi sono dedicato alle macchine sportive. Non spendo mai, spendo solo per le macchine. Dopo sei mesi le do indietro e ne prendo un’altra. Per un certo periodo compravo le macchine in società con un tizio. Ogni volta che le riportava puzzavano di mezzo toscano. Ho smobilitato un po’ di investimenti e ho cominciato a ordinare le macchine da solo, senza coinvolgere nessuno. Negli affari, come nella vita, avere un socio mi mette a disagio.

La buona letteratura non invecchia

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Arriva in libreria Io odio John Updike, la raccolta di racconti che nel 2006 ha rivelato il talento di Giordano Tedoldi: Nicola Lagioia, editor della collana Nichel di minimum fax, racconta i motivi di questa nuova edizione.

Lo scorso maggio, in occasione dell’ultima edizione del Salone del Libro di Torino, io e Christian Raimo siamo stati invitati da Giuseppe Culicchia a parlare pubblicamente di quei libri che, usciti negli ultimi dieci anni e andati ingiustamente fuori produzione, meritavano di essere ripubblicati. L’intervento era inquadrato in un ciclo di incontri analoghi, tutti incentrati sul problema di come reagire ai ritmi sempre più frenetici del mondo editoriale, ritmi per i quali un libro rischia di essere definito commercialmente “vecchio” (e cioè di fatto fuori dai tradizionali canali di vendita) anche a soli tre mesi dal suo ingresso in libreria.

Il ritorno delle facce

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Questo pezzo è uscito su Pagina99, che ringraziamo per averci concesso di pubblicarlo anche qui.

“Mostruoso chi è nato dalle viscere di una donna morta”, scriveva Pier Paolo Pasolini in una delle sue più celebri poesie, “e io, feto adulto, mi aggiro / più moderno di ogni moderno / a cercare fratelli che non sono più”.

Tra i fratelli che non sono più, Pasolini contemplava i sottoproletari la cui originaria umanità non era stata stravolta dalla pialla dello sviluppo e divorata dalla società dei consumi. Tuffandoci oggi nel ventre del nostro paese, a quarant’anni di distanza, siamo sicuri che le cose siano andate così?

L’ultimo dei marziani

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In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di L’ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

La maschera comica di Checco Zalone

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Questo pezzo è uscito su Repubblica (fonte immagine).

Il personaggio che ha portato un milione di italiani al cinema in un solo giorno, Checco Zalone, è un tonto apparente che risolve le situazioni grazie a un qualunquismo “buono” su cui c’è giusto una spruzzatina di candore. Anche i personaggi di Sordi erano dei qualunquisti, ma raggiungevano vette di crudeltà di cui Zalone fa a meno. Agli italiani questa indulgenza piace. Checco Zalone non porta su di sé la tragedia gogoliana di Fantozzi, ed è troppo vitale per rifugiarsi nell’allegra malinconia di Pieraccioni. Non ha la grevità monocroma del “terrunciello” di Abatantuono.

Se a volte si contamina coi toni surreali di Albanese, ha l’accortezza di non volerli trasformare in poesia: non sente il bisogno di nobilitarsi citando Jacques Tati. Non si crogiola in nessuna nostalgia. Con Lino Banfi (soprattutto il primo) condivide la necessità di sfangarla a tutti i costi. Solo che Banfi era più vulcanico e viscerale: il gesto di battersi la fronte con la mano per darsi coraggio resta memorabile perché richiama la forza della disperazione che nelle sue ascendenze più nobili arriva a Totò.

Il piatto abominevole della storia. Conversazione con David Van Reybrouck

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Durante lo scorso festival di Internazionale, a Ferrara, ho incontrato David Van Reybrouck per discutere pubblicamente con lui del suo libro “Congo”. Ecco il resoconto della nostra lunga chiacchierata.
L’intervista è uscita sull’ultimo numero de Lo Straniero, che questo mese ha moltissime cose interessanti. Vi consiglio di darci un’occhiata. Ringrazio Lo straniero (per ospitalità e sbobinatura) e il festival di Internazionale per aver favorito l’incontro con Van Reybrouck.

“La storia è un piatto abominevole preparato con i migliori ingredienti”.

È questa una delle frasi che risuona di più in testa dopo aver finito di leggere “Congo” di David Van Reybrouck. Il libro uscì per la prima volta nel 2010, e fu subito salutato come la più importante opera sul Congo e in generale sull’Africa scritta negli ultimi dieci anni. Si potrebbe forse definire una meticolosissima ricostruzione storica che si avvale degli strumenti del reportage letterario, dell’inchiesta, e non racconta soltanto la storia del Congo.

L’allucinazione non è una faccenda privata. L'”Esegesi” di Philip K. Dick

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Questo articolo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

“Bisogna superare la falsa idea che un’allucinazione sia una faccenda privata”.

Il 20 febbraio del 1974, lo scrittore Philip K. Dick, dopo quattro matrimoni falliti, la pubblicazione di una trentina di opere che lo consacreranno presto come un maestro della letteratura nord americana, e un consumo di droghe non quantificabile, si recò in un centro odontoiatrico per farsi estrarre due denti del giudizio. Qualcosa non funzionò con l’anestesia a base di sodio penthotal che il dentista gli aveva praticato, perché già nel pomeriggio Dick era in preda a dolori lancinanti. Così Tessa (la sua quinta moglie) telefonò al dentista per un analgesico.