Sul perché “L’angioletto” di Simenon è un bel libro

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Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Da Fedor Karmazov a Kurz a Javert, la letteratura ha tradizionalmente un bisogno quasi programmatico, per raccontare il mondo, di personaggi che ne incarnino il male o ne siano proprio malgrado posseduti. Difficile e pericolosa dunque l’impresa a cui Georges Simenon si dedica nell’autunno del 1964, quando decide di comporre un romanzo costruito intorno a un personaggio assolutamente positivo, un buono malgrado tutto, immacolato e toccato dalla grazia. Ne viene fuori Petit Saint, tradotto per la prima volta in italiano nel 1965 per i libri della Medusa come Piccolo santo, che adesso torna in libreria da Adelphi con il titolo meno letterale ma più pregnante de L’angioletto.

Nonostante al momento della sua uscita la critica ne fu appena intiepidita (o forse a maggior ragione) si tratta di uno dei più bei romanzi dello scrittore belga. Del resto, lo stesso Simenon (contravvenendo alle regole sulla lucidità degli autori rispetto alle proprie opere) la considerava  una delle sue prove più riuscite. Una scommessa vinta, per un animo inquieto come il suo, quella di raccontare un puro di cuore, un essere felice, perfettamente in pace con se stesso. Cosa di più difficile, del resto, che completare il racconto del mondo mostrando credibilmente le sue magnifiche eccezioni?

Un film su Philip Roth

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È uscito recentemente per Feltrinelli-Real Cinema Philip Roth, una storia americana. Il pezzo forte è il film, una lunga intervista a Philip Roth a cura di William Karel e Livia Manera in cui Roth parla della sua vita, della scrittura, dei matrimoni, della psicanalisi, degli Stati Uniti. Intervengono anche amiche e amici dello scrittore nel tentativo di delineare per quanto possibile la storia di un uomo, del suo mestiere, dell’ambiente e dell’epoca in cui ha vissuto.

Insieme al dvd è allegato un libro a cura di Francesca Baiardi dove ci sono recensioni d’epoca, il discorso d’accettazione di Roth del premio letterario NBCC ricevuto nel 1988, e poi scritti e interventi di Giorgio Vasta, Alessandro Piperno, Francesco Piccolo, Elisabetta Rasy, Nicoletta Vallorani, Irene Bignardi, Barbara Garlaschelli, Gaia Servadio.

C’è anche un’intervista al sottoscritto che riproduco per i lettori di minima&moralia.

Quando ha letto il primo libro di Roth?

Era il 1992 e avevo iniziato da pochi mesi l’università. A distanza di ventitré anni non doveva evidentemente essersi ancora spento lo scandalo – e il successo – di “Lamento di Portnoy”, a quell’epoca in Italia ancora il romanzo più noto di Roth, forse non del tutto a torto considerando che il suo periodo magico sarebbe iniziato solo a partire dall’anno successivo con “Operazione Shylock”, e questo nonostante il papà di Zuckerman avesse già alle spalle prove notevoli come “Patrimonio” o “Lo scrittore fantasma”. Acquistai e lessi dunque “Lamento di Portnoy”. Mi sembrò il libro divertente di un autore molto talentuoso, ma nulla che lasciasse presagire i grandiosi romanzi degli anni Novanta. Se Roth avesse smesso di scrivere nel 1993 oggi lo ricorderemmo come un ben riuscito epigono (con sprazzi di autentica originalità) dei vari Bellow e Malamud e non il gigante della letteratura nord-americana del secondo Novecento che è. Ma nell’arco di cinque anni (dal 1995 al 2000) Philip Roth pubblica, uno dietro l’altro, “Il teatro di Sabbath”, “Pastorale americana”, “Ho sposato un comunista” e “La macchia umana”, la serie impressionante – oserei dire devastante, per chi voglia sottoporre il suo talento a ordinari strumenti di misurazione – di grandi libri che consegna il suo nome alla memoria del futuro.

La commedia italiana

The Walking Dead

Questo articolo è stato pubblicato su Artribune.

Ecco una descrizione breve ma precisa di come vivono i siriani a Damasco questi giorni di attesa e di sospensione: “A passeggiare per la città si farebbe fatica a pensare che il blitz americano possa avvenire nei prossimi giorni. Le piscine, i ristoranti, i caffè, le strade si sono riempiti. Hanno perso quell’aria sinistra di obiettivi da colpire. Unico segno visibile che qualcosa sia cambiato: le tintorie non accettano più abiti da pulire. Infatti, non sanno se fra qualche giorno i loro negozi esisteranno ancora e se perciò potranno restituire gli articoli ai clienti. Da due anni e mezzo i siriani hanno iniziato il lungo apprendistato dell’abituarsi alle minacce. Fanno quel che sanno fare meglio da quando la guerra è iniziata: adattarsi. In fin dei conti, non hanno altra scelta. I giovani hanno smesso di sposarsi: come creare una famiglia con la disoccupazione alle stelle e la lira siriana svalutata? Gli adulti hanno abbandonato ogni impresa: l’economia è a un punto morto. Quanto ai bambini, non vanno più a scuola” (Jean-Pierre Duthion, Il paradosso dei siriani in piscina, “la Repubblica”, 3 settembre 2013, p. 13).

“Non so cosa sono venuto a fare a Santa Teresa” Roberto Bolaño al Salone dell’Editoria Sociale (questa sera)

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Questa sera, ore 21.00, al Salone dell’Editoria Sociale di Roma (qui programma) ci sarà una serata dedicata a “Roberto Bolaño e la grande mutazione”. Partecipano: Goffredo Fofi, Ilide Carmignani, Jaime Riera Rehren e il sottoscritto. Letture di Fabrizio Gifuni. E ora, ringraziando come sempre L’Archivio Bolaño da cui prendiamo la fonte (e Carmelo Pinto che lo cura, […]

Carriere

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Questo pezzo è uscito su La Repubblica

Qualche anno fa, in una prestigiosa galleria di Soho – uno di quei templi dell’arte newyorkese per esporre nel quale un emergente (come si dice) sarebbe disposto a vendersi la madre – comparve un’installazione piuttosto bizzarra. A una stanza dall’ingresso, delimitata dalla classica cordicella nel cui perimetro magico siamo spinti a scorgere meraviglie anche quando non ci sono, giaceva una montagna di biglietti da visita. Un castello di carte plurireferenziato. A sporgersi in avanti per sbirciare l’intestazione di alcuni cartoncini, si trovavano nomi di galleristi e critici d’arte, ma anche di scrittori, editori, registi cinematografici e teatrali, giornalisti di grido. Persino (caratteri argentati su sfondo rosa) un senatore eletto nello stato del New Jersey. Autore dell’opera, un artista ventottenne.

Peter Brook agli occupanti del Valle

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Qualche mese fa, Peter Brook inviò questo videomessaggio agli occupanti del Valle. Il riferimento alle elezioni italiane può essere datato, tutto il resto viene dal presente. Lo proponiamo ai lettori di minima&moralia perché crediamo nel suo valore educativo. Uno dei più noti registi teatrali a livello mondiale dice una cosa molto semplice: fare, in luogo di non fare. “Fare, in luogo di non avere fatto” è anche il verso di una celebre e da me molto amata poesia di Ezra Pound. Questa, non è vanità.

Cara Lidia Ravera…

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Oggi, sull’Huffington Post, l’assessore alla cultura della Regione Lazio Lidia Ravera scriveva questo pezzo in risposta all’articolo francofortese di Gian Arturo Ferrari. Nel suo articolo, Lidia Ravera chiamava in causa anche Marino Sinibaldi, Nicola Lagioia, il recente intervento di Christian Raimo uscito su minima&moralia e l’esperienza di Elena Stancanelli con Piccoli Maestri a proposito di un invito intorno a un tavolo (reale o virtuale) per “rivedere o migliorare la legge per la promozione della lettura”.

Questa è la risposta di Elena Stancanelli.

di Elena Stancanelli

cara Lidia,

ti ringrazio per aver riconosciuto la nostra associazione, Piccoli Maestri, come un interlocutore credibile, capace eventualmente di produrre un pensiero utile per “rivedere o migliorare la legge per la promozione alla lettura”. Quello che noi facciamo, e dicendo noi intendo qualche centinaio di scrittori e scrittrici, è andare nelle scuole pubbliche e raccontare i libri. Leggere e raccontare i libri che abbiamo amato più degli altri, che sono stati fondamentali nella nostra formazione, che per qualche ragione dicibile o indicibile vorremmo non fossero dimenticati. Lo facciamo da quasi tre anni, a Roma Venezia Benevento Torino…, lo facciamo gratis, lo facciamo perché lo riteniamo un buon modo per convertire i ragazzi e le ragazze alla lettura, e perché ci divertiamo.

Gruppo 63: alcune divergenze

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Cinquant’anni fa nasceva il Gruppo 63. È da poco uscito per L’Orma, curato da Nanni Balestrini e Andrea Cortellessa, Gruppo 63. Il romanzo sperimentale. Contiene gli atti del terzo convegno del Gruppo e una sezione intitolata Col senno di poi, nella quale Cortellessa ha raccolto i contributi dei partecipanti al convegno e di alcuni scrittori e critici del nostro tempo. On line, su “Le Parole e le cose”, sono stati postati l’intervento di Gianluigi Simonetti e di Andrea Cortellessa È stato chiesto al sottoscritto un intervento. Eccolo, a disposizione dei lettori di m&m.

Benché in Italia di gite a Chiasso ci sia sempre bisogno, le avventure del Gruppo 63 non mi hanno mai scaldato in un modo che andasse oltre la fascinazione un po’ superficiale per un’iniziativa (qualunque essa fosse) dichiaratamente ostile a un sistema di potere. Il che è abbastanza strano. Credo di aver amato molti dei maestri cari ai contro-controriformatori di Palermo. Ogni anno rileggo Sotto il vulcano di Malcolm Lowry con immutata passione, non mi separo dai miei Beckett, Proust, Joyce, Faulkner, coltivo Georg Trakl con devozione e inseguo Artaud dietro ogni angolo in cui mi sembra di sentire puzza di teatro della peste. Allo stesso modo, sento molto vive in me le forme di un certo romanzo di ricerca per come si è evoluto dopo in Europa (da Berhnard a Sebald), in nord America (da DeLillo a David Foster Wallace al Pynchon pur molto amato dal Gruppo, fino al neo-modernismo di opere come Suttree di Cormac McCarthy) nonché nel Sud America di Cortázar e Bolaño.

Critica della critica letteraria

Lotsofbooks

Questo pezzo è uscito su Europa.

Qualche mese fa sono andato a Urbino alla prima edizione del Festival del Giornalismo Culturale, inventato da Giorgio Zanchini. Due giorni di dibattiti interessanti in cui si è (ovviamente) detto che il giornalismo sta mutando e in modo paradigmatico, che non c’entra solo la rete ma il sistema con cui produciamo e consumiamo informazione, e (meno ovviamente) che di fronte alla sesquipedale possibilità di accesso alle news, tutto il giornalismo si sta trasformando in giornalismo culturale: ossia non solo resoconto ma interpretazione di ciò che accade nel mondo. Non è giornalismo culturale per esempio quello che troviamo su uno dei pochi attori dell’informazione che non è vittima della crisi come Internazionale? Non è giornalismo culturale quello che fanno le nuove testate on line tipo Il Post Linkiesta?

Ricordando David Foster Wallace / 2

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Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista […] furiosamente creativo. […] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.