Sull’età delle tribù digitali. Conversazione con Daniele Rielli sul nuovo romanzo «Odio»

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di Nicola Pedrazzi

Conosco Daniele Rielli dal 2013, gli scrissi la prima mail all’indomani della non-vittoria di Pierluigi Bersani alle elezioni politiche. Al tempo scriveva sotto pseudonimo e stava guadagnando una buona visibilità con il suo blog, un contenitore di soggettive molto ben costruite, che credo abbia unito nella lettura tanti quasi trentenni italiani. Da quella mail si è sviluppata un’amicizia per lo più epistolare, con due o tre momenti fisici di livello, come quando l’ho ospitato a casa mia a Tirana durante il reportage sull’Albania, la cui versione estesa è confluita in Storie dal Mondo Nuovo (Adelphi, 2016). Pochi mesi prima di raggiungermi sull’altra sponda dell’Adriatico, Daniele aveva pubblicato il suo primo romanzo, Lascia stare la Gallina, di cui Odio, appena uscito per Mondadori, eredita il protagonista. Insomma un po’ per caso e un po’ per volontà, mi è capitato di seguire da vicino il lavoro e la crescita di uno scrittore italiano contemporaneo: dal successo online alla riflessione sulle tribù digitali.

«Spero di piangere in modo carino».  Sono un neo papà, ho l’età di Chiara Ferragni e ho visto Unposted

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di Nicola Pedrazzi

Qualche anno fa eravamo in macchina in giro per Torino, io, mia moglie e una sua collega venuta a trovarci dalla Francia. Incoraggiato dalla giornata di sole, a un certo punto proposi una deviazione panoramica per Superga, perché «da lì si vede la città dall’alto e il profilo delle Alpi innevate». Non ho scordato le parole con cui la nostra ospite declinò l’offerta: «un’altra volta, non sono truccata e non potremmo farci delle foto». La sua voce non era increspata da nessuna forma di autoironia, diceva sul serio: a quelle condizioni non valeva proprio la pena inerpicarsi fin lassù. Mi accartocciai sul volante e mi incupii dentro, ma per evitare discussioni tolsi la freccia.