Lettera aperta a un giornale della sera sul 25 aprile

montesole

Caro Marco Cianca,

leggo il tuo articolo sul 25 aprile mentre, in treno, sto andando a Marzabotto.

Ho deciso infatti di trascorrere lì, quest’anno, il giorno della Liberazione. L’ho deciso per tanti motivi, non ultimo il fatto che a Monte Sole si presenteranno nuovi documenti sui processi ai criminali responsabili delle stragi del 1944, processi le cui sentenze, emesse in anni recenti, troppo recenti, non sono mai state eseguite.

Ho preso il treno, dunque, perché qualcosa di vivo e tremendamente attuale ancora mi lega, ci lega a quella storia, nessuna muffa, nessuna retorica, ma storie di persone tenute in vita da storici, familiari, avvocati e giornalisti che ho trovato uniti in una sala gremita di giovani e anziani, in uno dei giorni di pioggia più bui e tristi che io abbia mai visto a fine aprile.

Il senso della resistenza ideale

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Riportiamo la parte conclusiva di Resistenza e Costituzione, un intervento del 1965 di Norberto Bobbio, contenuto nella raccolta di discorsi Eravamo ridiventati uomini (Einaudi) (fonte immagine).

di Norberto Bobbio

«[…] Questa è la resistenza reale, quella che si è realizzata nei fatti. Ma accanto alla Resistenza storica e reale c’è una Resistenza ideale, una resistenza perenne alla quale ci richiamiamo nei momenti difficili come a una forza morale, superiore agli eventi.

Così è spesso avvenuto nel Risorgimento: accanto al Risorgimento reale (spesso meschino) c’è stato un Risorgimento ideale che è stata la grande forza ideale che ha mosso le generazioni dei nostri padri.

L’antifascismo risorgimentale di Leone Ginzburg

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(Nella foto: Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli e Carlo Frassinelli. Fonte immagine)

Una versione ridotta di questo articolo è uscita su L’indice dei libri del mese.

di Danilo Breschi

L’8 gennaio del 1934 Leone Ginzburg rifiutò di giurare fedeltà al fascismo. Decretato nell’agosto del 1931 ed entrato in vigore nell’ottobre di quell’anno, l’obbligo ai professori universitari di prestare giuramento di fedeltà non solo alla “patria”, come recitava un regolamento generale del 1924, ma anche al “regime fascista” fu respinto soltanto da tredici professori ordinari di università statali che, così facendo, persero cattedra, stipendio e pensione. Tredici su milletrecento. Ginzburg non è ancora professore di ruolo, ma libero docente di letteratura russa presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Torino. Ha soltanto venticinque anni.

Renzi, Bobbio e l’uguaglianza

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Questo articolo è tratto da “Lo straniero” n. 166 (aprile 2014) in uscita in questi giorni in libreria. Sul numero di aprile è possibile leggere, tra l’altro, una lunga intervista a Daniele Giglioli sull’ideologia della vittima, un dossier sulla trasformazione del mercato del lavoro, un dialogo tra Gioacchino Criaco, Francesco Munzi e Goffredo Fofi su come raccontare la Calabria, recensioni su film e romanzi usciti nelle ultime settimane.

A volte gli incroci tra cultura politica e politica rivelano molto più del racconto del tran tran quotidiano del Palazzo. Strano a dirsi, è capitato anche con Matteo Renzi. Nelle stesse settimane in cui si compiva la sua frenetica e forsennata ascesa a Palazzo Chigi, alla guida di un governo in tutto e per tutto identico a quello guidato da Letta (forse con ancora minore qualità), la casa editrice Donzelli ha mandato in libreria una nuova edizione di Destra e sinistra di Norberto Bobbio con una postfazione del neopremier.

Sono passati vent’anni esatti dalla prima uscita del saggio bobbiano. Era il 1994, uscì proprio nell’anno dell’arrivo a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi. Passato un ventennio (“il” ventennio berlusconiano, senza che con esso siano stati fatti i conti), la nuova edizione esce nel 2014, anno dell’ascesa renziana. Curiose coincidenze editoriali.

Piazza Fontana, Pinelli e Calabresi

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Il racconto della recente storia d’Italia, e in particolare degli anni segnati dalla strategia della tensione, è parte sostanziale della ricerca di John Foot sulla memoria divisa e sul suo uso pubblico. Pubblichiamo, ringraziandolo, il capitolo su Piazza Fontana, Pinelli e Calabresi contenuto nel volume Fratture d’Italia. Da Caporetto al G8 di Genova. La memoria divisa del Paese.

di John Foot 

Due o tre fatti…Venerdì 12 dicembre, 1969. 16,37. Una bomba esplode nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, Milano. La banca è affollata di coltivatori diretti e altri clienti. Quattordici persone muoiono sul colpo, e altre due in ospedale poco dopo la strage. Ci sono ottantotto feriti. Lo stesso pomeriggio, tre bombe esplodono a Roma causando diversi feriti. Un’altra bomba è trovata inesplosa nella sede centrale della Banca Commerciale a Milano. La televisione statale diffonde le notizie alle 20,30. Si procede a retate di attivisti di sinistra in tutta Italia, con circa quattromila fermi e interrogatori. Anche Giuseppe «Pino» Pinelli, anarchico milanese, è convocato in Questura a Milano per essere interrogato.

15 dicembre, 1969. Si celebrano i funerali delle vittime della strage. Piazza Duomo e tutte le strade circostanti sono stracolme di gente. Quello stesso pomeriggio è arrestato al Palazzo di Giustizia di Milano l’anarchico Pietro Valpreda, portato poi a Roma per essere interrogato sulle bombe. Intorno a mezzanotte, Pinelli precipita dal quarto piano degli uffici della Questura di Milano. Il funzionario di polizia responsabile delle indagini sulla bomba di piazza Fontana è Luigi Calabresi. Pinelli muore mentre lo stanno portando in ospedale.

Reset Benedetto Croce: come liberarsi – o quasi – del filosofo di Pescasseroli e magari immaginarsi un diverso modo di fare scuola

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Questo pezzo è uscito nella mirabile rassegna estiva del manifesto intitolata Cono d’ombra, una rassegna di intellettuali dimenticati o poco frequentati. Andate a ripescare in rete gli altri notevolissimi pezzi.

di Marco D’Eramo

Un mistero incombe sulla cultura europea del primo ‘900. Un mistero a tutt’oggi insoluto. E questo mistero ha nome e cognome, data di nascita e di morte: Benedetto Croce (Pescasseroli 1866 – Napoli 1952). Rispetto ai «Coni d’ombra», il problema non è capire come mai Croce sia finito nel dimenticatoio (relativamente parlando), quanto capire come non vi sia stato relegato fin dall’inizio. Sulla sua influenza non ci sono dubbi. Pur non essendosi mai laureato e professandosi, con Giordano Bruno, «accademico di nulla accademia», Croce ha esercitato per decenni una sorta di tirannia sulla vita accademica italiana: «Sulla sua estetica si sono formati letterati come Mario Fubini, Natalino Sapegno, Francesco Flora, Luigi Russo; alla sua concezione della storiografia hanno guardato storici come Adolfo Omodeo, Federico Chabod, Walter Mauri, Arnaldo Momigliano, Rosario Romeo, Giuseppe Galasso» (Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del Novecento).

Ci metteremo a leggere verbali

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Pubblichiamo un’intervista di Lorenzo Alunni a Tommaso Munari, curatore de «I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1943-1952».

di Lorenzo Alunni

Tommaso Munari è il curatore de «I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1943-1952». La sua introduzione al volume inizia con le parole di una lettera del 1945 di una segretaria della redazione torinese a una collega di quella milanese: «Qui tutto procede. Pavese si strappa i capelli e si mangia le dita. Mila è tornato con noi ed ogni tanto dice la sua. Ormai però non si fa altro che scrivere e scrivere rapporti e verbali per Roma e Milano, e leggere quelli di Roma. Ci metteremo a stampare verbali». Quella segretaria, Bianca Maria Cremonesi, era stata decisamente lungimirante: circa sessantasei anni dopo quella lettera, si sono messi effettivamente a stampare verbali. Il volume curato da Munari raccoglie la documentazione delle celebri riunioni a cui partecipavano regolarmente personaggi quali Norberto Bobbio, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Antonio Giolitti, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Massimo Mila e così via. Pubblicata in coincidenza con il centenario della nascita di Giulio Einaudi, sempre presente a quegli incontri, la raccolta ha ricevuto apprezzamenti e sollevato polemiche che confermano l’interesse problematico verso i modi in cuila Einaudi ha influito sui percorsi del dibattito culturale italiano.

Non tutto è perduto: un ritratto di Danilo Dolci

Questo pezzo è uscito per il settimanale Gli altri nel novembre 2010

di Carola Susani

Danilo Dolci era un uomo carismatico, aveva la capacità di trascinare. Con gli strumenti della non-violenza, dal dopoguerra agli anni Settanta, ha lavorato per trasformare la Sicilia occidentale, tentare uno sviluppo, ma diverso, democratico; poi si è occupato di pedagogia, sperimentando quella che chiamava maieutica reciproca.

Brunelleschi e il giardino di Mao. La Cina in Fortini e Luzi

Un confronto ragionato della percezione della Cina nei resoconti di viaggio di Fortini e Luzi: Asia maggiore e Reportage. di Luca Todarello Nell’ottobre del 1955 Franco Fortini partecipa alla prima delegazione ufficiale italiana che visita la nuova Repubblica Popolare Cinese, proclamata da appena sei anni, il 1 ottobre del 1949. Il viaggio è organizzato dal […]