Una letteratura alchemica – Intervista a Mircea Cărtărescu

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Questa intervista è apparsa originariamente sul manifesto, che ringraziamo. Mircea Cărtărescu è ormai considerato il maggior autore rumeno e tra i maggiori europei viventi; autore di molte opere, più volte candidato al Nobel, ha ottenuto fama internazionale con i tre volumi di Abbacinante, opera monumentale e stilisticamente molto ambiziosa con la quale ha ridefinito la […]

A che animale assomiglia un padre. Recensione in tre movimenti de “Il grande animale” di Gabriele Di Fronzo

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di Federica Graziani Primo movimento Datta: che abbiamo dato noi? Amico mio, sangue che mi rimescola il cuore, La terribile audacia di un momento d’abbandono Che una vita di prudenza non potrà mai revocare Per questo, e questo soltanto, noi siamo esistiti (Thomas Stearns Eliot, da La terra desolata) Mio padre cadde il giorno che arrivai, […]

Discorsi sul metodo – 17: Mircea Cărtărescu

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Mircea Cărtărescu è nato a Bucarest nel 1956. I suoi ultimi libri usciti in Italia sono Abbacinante – Il corpo (Voland 2015) e Il poema dell’acquaio (Nottetempo 2015).

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Scrivo due ore al giorno, sempre la mattina, sembra poco ma in realtà quando mi metto a scrivere le utilizzo in modo integrale, senza pause o distrazioni, è un lavoro molto intenso, devono uscire, ed escono, due-tre pagine a mano, scritte fitte. La disciplina è essenziale, ma ancora più essenziale è essere predisposti a ricevere un messaggio. Mi spiego: credo che in letteratura esistano vari livelli. Il primo livello, ovviamente dopo il dilettantismo, che è il livello zero, è quello che potremmo definire ‘professionale’: si ha il dominio di un set di tecniche e si riesce a lavorare con regolarità; a questo livello fare un libro è come fare una scarpa, ci sono un sacco di romanzieri, non solo di genere, che stanno a questo livello e non hanno altre ambizioni, sanno scrivere romanzi, scrivono romanzi: si tratta di gente che svolge un mestiere.

Rogitare anziché investire in cultura a Roma (e altrove). La miseria dei privati ricchi.

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Da qualche giorno Repubblica Roma dedica molte delle sue pagine alla situazione della cultura nella capitale. Non sono pezzi teneri. Interpellato sull’argomento, ho ritenuto di dover parlare per una volta tanto dei privati. Quello che scrivo per Roma credo valga per molti altri luoghi d’Italia. Almeno nell’editoria, la sproporzione tra gli abbienti sensibili alla cultura e i reali investitori mi sembra penosa. Ho anche elaborato un mio personalissimo parametro di frequentabilità. Chiunque abbia un reddito annuale superiore ai 100mila euro (al netto delle tasse) e/o un patrimonio (immobili inclusi) superiore ai 2 milioni di euro e si lamenti dello sfascio culturale italiano senza aver investito denari o magari dissipato somme considerevoli sull’altare della causa, non mi si avvicini per le lamentazioni di rito a meno che proprio non mi voglia male e non abbia altri obiettivi nella vita. Se progressista, non si avvicini per le suddette lamentazioni a meno che non voglia male anche a se stesso.

Difficile negare che negli ultimi anni Roma abbia perso posizioni anche sul piano della sua importanza culturale. Mi limito ad analizzare il fenomeno guardando al settore che conosco meglio, editoria e letteratura. Da questo punto di vista la città sconta un paradosso. Da una parte, a livello di iniziative spontanee, c’è grande vitalità. Librerie indipendenti che organizzano serate a tema. Riviste. Reading. Associazioni culturali. Dall’altra, mancano contenitori di peso che tesaurizzino e moltiplichino le energie in circolo. Avere buoni muscoli ma niente biciclette. Ottimi piloti e niente motori.