Diario afghano, terza parte: Mullah, dollari e Corano

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Riprendiamo il diario elettorale afghano interrotto subito dopo il primo turno delle presidenziali del 5 aprile. Il 14 giugno si terrà il ballottaggio. Giuliano Battiston è tornato in Afghanistan a sentire che aria tira. Un diario elettorale bonsai è sul suo profilo Twitter e su Tumblr.

Kabul. Giovedì 5 e venerdì 6 giugno 2014

Dollari americani, barbe lunghe e citazioni dal Corano si sono incrociati ieri mattina nella sala conferenze del Kabul Star, albergo di lusso a due passi dall’ambasciata iraniana e a quattro dall’ospedale di Emergency. Per almeno un paio d’ore alcuni leader religiosi, rappresentanti del ministero dell’Haj per gli affari religiosi e membri della società civile hanno discusso del ballottaggio che si terrà il 14 giugno tra il tecnocrate Ashraf Ghani e l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah.

Intervista a Glenn Greenwald

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Pubblichiamo un articolo di Simone Pieranni uscito sul manifesto ringraziando l’autore e la testata.

di Simone Pieranni

Glenn Greenwald, il giornalista ex Guardian e autore degli articoli che hanno rivelato al mondo le tecniche di controllo della Nsa statunitense (National Security Agency), grazie ai documenti consegnati a Hong Kong da Edward Snowden, ex analista della Cia, ha presentato a Milano il suo nuovo libro Edward Snowden e la sorveglianza di massa (Rizzoli, euro 15). Prima della presentazione alla Sala Buzzati della Fondazione del Corriere della Sera, lo abbiamo incontrato per una intervista sui temi salienti della sua «produzione». ringraziando l’autore e la testata.

Intervista a Robert Ward

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

Viene da Baltimora, nel Maryland, una di quelle città che sembra cantata da Bruce Springsteen in The River, dove nasci, cresci e farai il lavoro di tuo padre. Ma per Robert Ward, classe 1943, non è andata così, ora vive a Los Angeles, dopo essere stato a New York e aver scoperto che tutto è possibile, dopo aver attraversato gli Stati Uniti da hippy negli anni 60 e cambiato vita molte volte: insegnante, giornalista, scrittore, sceneggiatore per la televisione e per il cinema.

Ha firmato puntate di serie come Miami Vice e Hill Street Blues, e dal suo secondo romanzo Cattle Annie and Little Britches (1977) è stato tratto il film Branco selvaggio (1981) con Burt Lancaster e Diane Lane, ma c’è un personaggio in particolare che ha segnato la sua carriera: Red Baker, operaio trentanovenne di Baltimora che perde il lavoro e deve sopravvivere. È il protagonista di Io sono Red Baker, del 1985, subito premio Pen West come miglior romanzo americano dell’anno, amato da scrittori come Robert Stone, Richard Price, Michael Connelly, Christopher Hitchens, James Crumley, Laura Lippman. Una storia che ancora oggi ha molto da dire, che parla di crisi economica e che viene proposta in Italia, per la prima volta, dal piccolo e raffinato editore  senese Barney Edizioni, in una collana diretta dal traduttore Nicola Manuppelli e intitolata “I Fuorilegge”, dedicata agli autori americani meno noti (in Italia), ma non per questo meno interessanti. E infatti tra i primi estimatori di Ward c’è stato Tom Wolfe, che in qualche modo l’ha salvato da una vita che non gli piaceva, e l’ha lanciato alla ricerca del successo.

I nostri pescatori

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Stasera Barack Obama sarà a Roma. Incontrerà anche Matteo Renzi, il quale ha promesso che tra le questioni che metterà sul piatto con il Presidente degli Stati Uniti ci sarà quella del caso dei due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, arrestati in India per l’accusa di omicidio. Riportiamo un articolo di Matteo Miavaldi uscito qualche mese fa su Giap che però ha il pregio di ricostruire questi due anni di giornalismo becero e retorica rivoltante.

di Matteo Miavaldi

Il caso Enrica Lexie, dopo due anni, si sta avvicinando alle fasi finali, dopo una serie di rinvii e complicazioni diplomatiche, mistificazioni e propaganda elettorale tanto in India quanto in Italia: elementi che hanno aperto la strada alla “narrazione tossica” della vicenda dei due marò, strapazzata da un’informazione generalmente superficiale e, in alcune circostanze, platealmente nociva.

Poco più di un anno fa, su Giap, pubblicammo due lunghi(ssimi) articoli, molto densi di dati e fonti, che smontavano punto per punto la ricostruzione offerta da Il Giornale, Libero e Il Sole 24 Ore: una storia che si basa sulle teorie raffazzonate del sedicente “ingegnere” Luigi Di Stefano, dirigente nazionale di Casapound.

Comunisti d’America, rivoluzionari di carta

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Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica.

di Riccardo Staglianò

New York. La rivoluzione sarà rilegata. Alla Barnes&Noble di Union Square, la libreria il cui caffè si trasforma spesso in temporanea base operativa per anarchici e socialisti newyorchesi, il nuovo pantheon siede immobile sullo scaffale delle riviste. I neonati Jacobin e The New Inquiry. L’adolescente n+1. L’anziano ma rinvigorito Dissent. Per citarne solo alcuni, tacendo della collana Pocket Communism della gloriosa Verso, portabandiera della New Left britannica, a pochi metri di distanza tra i libri. La sinistra è morta, viva l’editoria di sinistra. Rianimata da editor ventenni, per un pubblico (mentalmente) giovane, che vuol fare di tutto per smentire la profezia del pur amatissimo Slavoy Žižek su Occupy Wall Street: «I carnevali costano poco. Quello che importa è il giorno dopo». Loro ci sono ancora. Nonostante le varie dichiarazioni di morte presunta, come quella che si desume da un utile rapporto del locale istituto Rosa Luxemburg: «La sinistra (americana) è dura da trovare e ancor più da definire». Soprattutto se sei europeo, abituato all’equivalenza tra politica e partiti. Che qui conduce solo a frustranti aporie.

Intervista a Fabio Fazio

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Questa intervista è uscita su IL a febbraio 2013. Ringraziamo l’autore e la testata e vi segnaliamo che il nuovo numero di IL sarà in edicola venerdì 21 febbraio.

Pranziamo dietro gli studi della Endemol in un ristorante piemontese che propone agnolotti del Plin come primo. Fabio Fazio è più alto, educato e carismatico di quanto mi aspettassi. Non trasuda potere, ma orari fissi lavorativi e famigliari. Sta dalle nove alle sei in un ufficio dove c’è solo la stanza comune con tutti gli autori. Mi offre il pranzo, mi versa l’acqua. Mi espone le sue idee sulla televisione e la storia personale che le ha prodotte. È un periodo complicato: in pieno autunno, sta preparando Sanremo durante la stagione di Che tempo che fa. Dal momento in cui ci sediamo a tavola, come per un tacito accordo, nessuno dei due fa un solo riferimento al festival. Se te lo sei scordato vuol dire che non era importante. Mi hanno sempre detto così. Magari è vero anche per Fazio.

Per prepararmi mi sono fatto una scaletta dei tuoi programmi su Youtube e sei sempre uguale fisicamente.

Magari, ma stai scherzando?

Droni e predatori, le nuove armi

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Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Lo Straniero.

Quali sono le conseguenze morali dell’uso dei droni? Quale trasformazione della nostra riflessione morale esige il loro utilizzo? È una questione enorme, quella sollevata di recente da Michael Walzer in un articolo apparso sul sito della rivista “Dissent” (Target Killing and Drone Warfare).

Probabilmente fino a quindici anni fa non avremmo neanche lontanamente immaginato che questo tipo di domande fuoriuscisse dalla fantascienza o dalla casistica ipotetica (benché altamente improbabile). Invece i droni sono il nostro presente, sono la nostra quotidianità. Diamo ormai per scontato il fatto che nei nuovi conflitti bellici, in particolare nell’ultima evoluzione della “guerra al terrore” contro le nuove cellule di al Qaeda e i loro “compagni di strada”, si utilizzino aerei privi di pilota ma governati a migliaia di chilometri di distanza sullo schermo di un computer.

Goldman Sachs, la banca che dirige il mondo

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Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Riccardo Staglianò

I governi passano, Goldman Sachs resta. A un certo punto del documentario c’è qualcuno che lo dice. Non è un’iperbole, ma l’impietoso punteggio della partita attuale tra economia e politica. Vince la finanza, perdono tutti gli altri. E sul podio, da oltre un secolo, c’è sempre la banca fondata a New York nel 1869 dal tedesco Marcus Goldman che poi si assocerà con il genero Samuel Sachs. Più ricca dell’Arabia Saudita. Più potente di Obama. Più omertosa dei corleonesi. Il che rende particolarmente interessante Goldman Sachs: la banca che dirige il mondo, il film del francese Jérôme Fritel che sarà presentato per la prima volta in Italia al Premio Ilaria Alpi. «Non mi era mai successo di ottenere il novanta per cento di rifiuti a richieste di interviste» confessa il regista al telefono dalla Corsica. «Su oltre trecento tentativi ne abbiamo girate una quarantina, per poi tenerne la metà. E molti di quelli che avevano già parlato nel libro di Marc Roche, il mio punto di partenza, hanno acconsentito a farlo di nuovo solo lontano dalla telecamera. Il fatto è che, una volta entrato nell’azienda, non ne esci veramente mai». Quel gessato è per sempre.

Obama, message in a bottle

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(Fonte immagine)

Inizia un nuovo anno, e non è detto che debba essere così catastrofico come gli ultimi trascorsi, o come molte previsioni economiche e politiche annunciano. A volte, seppure in mezzo a mille difficoltà, un po’ di ottimismo non guasta; e a ben vedere, un minimo potrebbe anche essere giustificato.

Nello scacchiere internazionale il 2013 si è aperto con la battaglia vinta da Obama in sede parlamentare per quanto riguarda, in scarna sintesi, l’aumento della tassazione del ceto medio-alto statunitense, nel tentativo di evitare il materializzarsi del “fiscal cliff”, lo spettro americano del baratro fiscale che molto somiglia in casa nostra al marchio “spread”, altro termine sconosciuto sino a pochi mesi fa, improvvisamente popolare dopo l’avvento di Mario Monti alla presidenza del Consiglio; il quale, pronunciandosi sul successo politico dell’amico Barack (pare si diano del tu chiamandosi per nome), cinguettava un “finalmente” riferendosi al dimezzamento dello spread causato dalle notizie provenienti dalla Casa Bianca sull’accordo raggiunto. Un dimezzamento che era tra gli obiettivi principali del suo operato al governo nel corso del 2012, arrivato come manna dal cielo per il neocandidato, e dunque immediatamente trasformato in notizia di bassa cucina da propaganda elettorale: è la comunicazione globale, bellezza. Basta un tweet.

Cogan – Killing Them Softly

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Questo articolo è uscito su Artribune.

Come era accaduto nel sorprendente Warrior (2011) di Gavin O’Connor, anche con Cogan-Killing Them Softly di Andrew Dominik (basato sul romanzo Cogan’s Trade di George V. Higgins) il cinema di genere si dimostra il più adatto a ritrarre il tempo oscuro della crisi, molto più per esempio dei tentativi puramente didascalici e descrittivi che negli ultimi anni hanno cercato di prendere di petto la questione “dall’alto” (l’ultimo in ordine di tempo: Margin Call di J.C. Chandor). Questo è forse uno di quei casi in cui le strategie di ‘aggiramento’, per così dire, di un tema cruciale funzionano meglio e si dimostrano più efficaci: finora, sono ancora molto rari – sia nel cinema hollywoodiano, che in quello indipendente, che in quello occidentale in genere – gli esempi di rappresentazione della crisi nelle sue conseguenze dirette e profonde sul tessuto del quotidiano e sulla vita collettiva in grado di fuoriuscire dalle convenzioni stilistiche degli ultimi vent’anni.