Un fungo ci renderà liberi (quando ci avrà decomposti). Appunti sporadici per un testo futuro

Axolotl è una rivista letteral-scientifica: ogni numero è tematico e contiene contributi di vario genere, dai racconti alle curiosità scientifiche, dalle note personali alle storie illustrate. Ibrida e gratuita, Axolotl vuole muoversi fra due mondi: quello dei libri e quello della divulgazione scientifica. Pubblichiamo il longform uscito sul numero 0: l’ha scritto Alessandro Raveggi a cavallo fra scienza e letteratura componendo un vero e proprio mosaico di suggestioni fungine.

di Alessandro Raveggi

Qualcuno si deve essere accorto che mi sono fissato coi funghi, se mi si chiede di scriverne. Dovrei preoccuparmi? Magari, penso, mi si vede in giro già come uno di quei folli fanatici di funghi, quei lunatici bizzarri gilet e berretto in testa che conoscono perfettamente stagioni e ore e venti e tutta la barometria disponibile per andare a cacciare quel gallinaccio, quel porcino, dei chiodini, degli orecchioni o gli imprevedibili matsutake, e se interessati a fenomenali “upgrade” della stessa caccia spirituale, magari uno Psylocybe azurescens – che, confesso, non ho mai provato!

Non sono, vorrei rassicurare, uno di quei tizi che piangono di gioia quando scoprono una nuova fungaia come fosse lo Shangri-La, o si disperano per giorni perché qualcuno ha violato il proprio esclusivo santuario da micofilo.

La straniera, i sassi e il lockdown: intervista a Claudia Durastanti

A lockdown alleggerito incontro Claudia Durastanti a Trastevere, in un sabato pomeriggio di autentica primavera romana. Nonostante l’assenza di turisti e struscio, i due fattori che normalmente riempiono all’inverosimile le stradine del quartiere, e malgrado la chiusura dei locali tra cui il venerabile bar San Calisto – la cosa che più di tutte in effetti ci sorprende e intristisce – tutta quest’atmosfera da distopia, in realtà, non si sente. Roma sembra avere questa capacità di normalizzare, di neutralizzare, di contenere – così come d’altronde in altri momenti sa drammatizzare, estremizzare. Ed è quindi persino con una certa naturalezza che muniti di mascherine d’ordinanza scegliamo due portoncini adiacenti e a debita distanza di sicurezza ci sistemiamo sui rispettivi gradini d’ingresso; dopodiché, piazzo sui sampietrini un giornale con il registratore sopra, e iniziamo a chiacchierare. A un certo punto un freak del quartiere ci interrompe, attacca un bottone su chi siamo e cosa stiamo facendo, si informa sui libri scritti da Claudia, ci lascia il suo account Instagram, bisticcia con un altro tizio a ridosso di una fontana e poi va via salutandoci con ampie cerimonie e promesse.

Tradurre Olga Tokarczuk

Tra le lingue che Barbara Delfino traduce non c’è lo svedese, ma all’annuncio dell’Accademia di Svezia ha distinto limpidamente il nome di Olga Tokarczuk. In Italia, pochi conoscono come Delfino il percorso e la scrittura del nuovo Premio Nobel per la letteratura.

La traduttrice in italiano del sesto romanzo, I vagabondi (Bompiani), che con la vittoria del Man Booker Prize International aveva consacrato Tokarczuk a livello internazionale, frequentava il terzo anno nella sezione di polonistica dell’Università di Torino, quando ha lavorato per la prima volta a un suo testo.

«All’università, durante alcune esercitazioni di traduzione, la professoressa ci diede un racconto breve di Tokarczuk. Mi colpì subito e cominciai a raccogliere informazioni sull’autrice. Nel Duemila non aveva ancora scritto molto, ma mi appassionò tanto da lavorarci per la tesi di laurea», racconta Delfino.

L’intimità delle nostre battaglie. Intervista a Claudia Durastanti

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di Livia De Paoli

Misurare le parole; le distanze; la durata di un amore; lo spazio che offre una città; e poi perdere il conto di tutto. Claudia Durastanti scrive da molteplici punti di rottura, interruzioni del tempo; e da un luogo dislocato appena sotto la soglia del visibile. Fading. Lì dove le cose si stanno dissolvendo e perdono forma, e tuttavia si possono ancora rintracciare i contorni e interrogarli così come si interroga un oracolo: senza risposte certe. La straniera è un romanzo che accoglie l’eco di una genealogia femminile, da cui l’autrice discende, e diventa poi anche il brusio proveniente da una generazione che viaggia e sposta continuamente il proprio punto di vista sul mondo e non smette di sentirsi straniera, di cercare casa, e finisce con familiarizzare proprio con questo senso perenne di estraneità, di non completa appartenenza.