Est! Est! Est! (Ovest! Ovest! Ovest!)

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Il 19 giugno 1947 nasceva lo scrittore Salman Rushdie. In occasione del suo sessantottesimo compleanno pubblichiamo un omaggio-racconto-reportage scritto da Giordano Meacci originariamente per Lotto 49.

Ricòrdati che è stato lui – e malgrado tutte le tue pretese anti-idolàtriche quasi te lo pensi così: Lui, con la maiuscola dedicata agli Assoluti della tua solipsistica, peristaltica vita di lettore fanfarone – ricòrdatelo; fai attenzione: è stato lui, a scriverlo; l’uomo che vedi estivo e assorto, il riso sornione degli occhi (di un nero luminoso: le scintille ironiche quasi rivolte al sé stesso compiaciuto nell’atto dei compiti prima ancora che alla folla caciarona e adorante) che passano da una copia all’altra, da una mano stretta all’altra – e intanto ti chiedi cosa debba essere stato, negli ultimi quindici anni, convivere con il fastidio omicida di una fatwah: te lo chiedi, di nuovo, convivendo tu, invece, con la banalità voyeuristica di quest’iterazione istintiva e immodificabile; vergognandoti anche, della pochezza sempliciotta delle tue considerazioni: quale forza ci sia stata in ogni gesto, in ogni risposta fisica di quest’uomo ai traslochi obbligati, alle minacce fondamentalmente ottuse e insopportabili di persone che non prevedono la musica;

Eels’ Rider

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L’antefatto del viaggio e del concerto dàta un paio di giorni prima dell’arrivo a Fiesole. Quando, in libreria, ho visto di persona – testimone volontario – Gianni Bisiach prima assecondare poi canticchiare Series of Misunderstandings. Mentre lo stereo tracciava la canzone rimbalzando tra i libri, Bisiach ha cominciato con un mormorìo di conferma, poi – decisamente stregato dalla carillonesca andatura oscillante della canzone – ha tenuto il tempo in una versione privatissima e concentrata dell’uuh-uuhuh fiabesco di Mark Oliver Everett («… if i could do just one thing / set the clock back many years ago…»). Poi ha pagato i libri ed è uscito, sorridendo con tutta probabilità al mondo di fuori con una nuova dose interiore di fraintendimenti pieni di sole.

Scendo dalla macchina con calma, sono a meno di ottanta chilometri di autostrada da Firenze e sono solo le cinque del pomeriggio. Voglio godermi mentalmente quel po’ di spiccioli di Toscana vera che mi toccano in sorte in quest’afa e in questo sole occidentale che da un’ora e mezza mi batte a picco sul neo del braccio sinistro. Bruciando tutta la pelle chiara che trova, in una folgore rossa di lentiggini e di biancore avvizzito a fuoco lento. La solita storia che si ripresenta ogni estate, contabile e spietata come un morto in casa che fa gli scherzi dietro la porta a vetri; quasi una dermatite da contratto.