La Magna Grecia in Campania, seconda parte

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Pubblichiamo la seconda parte del reportage di Matteo Nucci scritto per il Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima parte, nei prossimi giorni pubblicheremo la terza e ultima puntata.

PAESTUM. Basta costeggiare per un breve tratto il fiume Sele, l’antico Silarus. Nascoste dai canneti, piccole imbarcazioni di pescatori di anguille aspettano l’alba in un’atmosfera sospesa. I rumori dei campeggi nelle vicinanze scompaiono. Tra i campi bruciati, ronzio incessante e lontanissimi motori. In un attimo tutto è perduto. Tutto è come lo immaginarono sei secoli prima di Cristo. Raccontavano di Giasone e dei suoi compagni. Della celebre nave che prese il nome dal costruttore figlio di Arestore, Argo, e che dopo peripezie infinite tra il Mar Nero, l’Egeo, l’Adriatico, fiumi come il Danubio e l’Eridano (il Po), finì per ancorare proprio da queste parti. I cinquanta uomini di bordo, detti Argonauti, scesero a terra, lasciarono ben nascosto il vello d’oro (il sacro ariete alato) per cui erano partiti, e si misero a costruire un santuario in onore di Era Argiva.