Simone Lisi e l’irrealtà socievole dei trentenni

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Quella dei pasti, del trovarsi seduti a tavola, in compagnia, a mangiare e a chiacchierare, è una circostanza ampiamente sfruttata, a partire dalla tradizione (prima) teatrale e (poi) cinematografica, specialmente in determinati contesti nazionali, ne sia un esempio quello transalpino: è il caso di qualche anno fa della pièce di Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière il cui titolo originale era Le Prénom, tradotta come Cena tra amici e trasposta su pellicola dagli stessi autori nonché, nel nostro Paese, da Francesca Archibugi (Il nome del figlio), ma si può ripensare anche al meno recente Le dîner de cons (La cena dei cretini) di Francis Veber, opera di origine drammaturgica, francese anch’essa.

Essere punk e sentirsi punk: Giovanni Lindo Ferretti e noi

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Questo non vuole essere e non sarà l’ennesimo articolo dedicato all’ultima “mattana” di Giovanni Lindo Ferretti, né la rassegna aggiornata degli insulti che quotidianamente vengono riversati nei suoi confronti, dai luoghi più disparati della Rete: innanzitutto, perché la questione della sua inversione (o contorsione) ideologica non è affare di oggi né di ieri, ma data a quasi tre lustri fa; poi, perché il suo caso può dirci qualcosa di molto più interessante e che riguarda tutti noi, ancor più che lui.

“Scandalizzare gli scandalizzatori”: forse, l’ultimo tratto della parabola evolutiva dell’ex leader dei CCCP Fedeli alla linea, dei CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti) e dei PGR (Per Grazia Ricevuta) potrebbe essere riassunto così, con la precisazione che il complemento oggetto dello slogan necessita di una riformulazione.

Antonio Muñoz Molina, New York e il caso degli scrittori scomparsi

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Sempre più spesso, una domanda mi ronza in capo, e somiglia tanto a quella che ossessionava Holden Caulfield: “Dove andavano le anitre? Chi sa dove andavano le anitre quando il laghetto era tutto gelato e col ghiaccio sopra. Chi sa se qualcuno andava a prenderle con un camion per portarle allo zoo o vattelapesca dove. O se volavano via”. La vocina che perseguita me, però, fa così: “Dove andavano gli scrittori stranieri? Chi sa dove andavano gli scrittori stranieri quando nessun editore italiano era più disposto a tradurli e pubblicarli. Chi sa se qualcuno andava a cercarli con una telefonata per sentire se avessero scritto qualcosa di nuovo o con un’e-mail. O se avevano proprio smesso di scrivere”.

Tutti al mare, a sognare la montagna. Uno sguardo geografico sull’attualità letteraria

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L’ultima estate italiana, afosa e da record per quanto riguarda gli incassi delle strutture balneari e degli esercizi commerciali delle località marittime, è sembrata dilatarsi oltre ogni limite e proseguire oltre i propri confini naturali, ma che cosa ne resta, nel bel mezzo di quest’inverno? Ricordi sfocati, nell’attesa della bella stagione che il 2018 vorrà offrirci, e la certezza che la preferenza degli italiani per il mare sia definitivamente consolidata: non che fosse necessaria un’ulteriore conferma, poiché le immagini e le canzoni della nostra mitologia vacanziera, sin dagli anni del boom economico, hanno in larghissima parte come sfondo le spiagge della nostra penisola e delle nostre isole. La lunghissima estate del 2017, però, coi suoi sconfinamenti, coi fine settimana al mare da tutto esaurito anche ad autunno inoltrato – almeno finché le temperature sono state clementi –, ha significato l’accentuazione di una tendenza: nel turismo costiero sembra ormai radunarsi ogni possibilità di distrazione, tanto che l’assalto ai lidi è stato messo in atto non appena gli obblighi della città lo abbiano permesso, e non è stata d’ostacolo l’alzataccia causa partenza (e coda autostradale) del sabato mattina, per i più sfortunati che non siano riusciti ad anticipare alla sera prima e per chi non sia stato abbastanza spudorato da darsi alla fuga addirittura attorno all’ora di pranzo del venerdì, riuscendo a farsi sostituire sul posto di lavoro, insistendo un po’.

Cent’anni, ieri: Hochet e la donna eterna

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(Photo by Oscar Keys on Unsplash)

La carriera che la parigina Stéphanie Hochet, quarantatreenne,ha alle proprie spalle è lunga, determinata dalla precocità dell’esordio letterario e caratterizzata da una decisa preferenza per il romanzo, in particolare per quello breve, di poco superiore alle cento pagine: Un romanzo inglese, ottimamente tradotto da Roberto Lana e pubblicato in patria nel 2015, esce nella collana Amazzoni, dedicata alla scrittura al femminile, per i tipi romani di Voland, editore che della stessa autrice ha negli ultimi anni dato alle stampe anche un altro romanzo, Sangue nero, oltre a quel divertente, smilzo e raffinato saggio letterario che è Elogio del gatto.

Nuove dal giallo scandinavo: “Anime senza nome”

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Inizio d’inverno: niente di meglio di un buon thriller svedese, no? Prima, è stata Marsilio a puntare forte a Nord, a creare l’apposito brand “Giallo Svezia”, a permettere la discesa nelle librerie italiane di decine di autori del Paese che, oggi, sembra essere la culla della fiction più sanguinolenta: poi, prevedibilmente, a fronte del successo di quei titoli e di ricavi assicurati da una domanda in continua espansione, tanti altri editori hanno seguito quello veneziano, ed Einaudi non ha fatto eccezione.

Proust a vent’anni: i racconti dell’amore corrotto

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Da ragazzi, i genii sono almeno un po’ più umani? Sì, ma è bene non illudersi: sono genii giovani, semplicemente. La tentazione, nel prendere in mano i Racconti di Marcel Proust pubblicati dall’editore fiorentino Clichy nella collana Père Lachaise, dedicata a testi inediti o perduti degli autori più rilevanti della letteratura moderna e contemporanea, è quella di aggirarsi per queste pagine, monocolo sull’occhio, alla ricerca di segni premonitori della Recherche: farlo, però, o limitarsi a farlo, significherebbe non rispettare l’autonomia artistica di queste nouvelles e non sapere apprezzare la loro perfetta conclusività.

L’esplorazione è un pranzo di gala: una dama femminista intorno al globo

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L’attivissimo editore nautico veronese “il Frangente”, tra un portolano cartografico e l’altro, in un catalogo che si rivolge prioritariamente agli appassionati di navigazione da diporto, continua a conservare una collana di narrativa, per fortuna: può capitare, così, d’imbattersi in un libro che è uno spasso e che può essere letto anche da chi non sia un esperto di materie nautiche, e il volume in questione è Rose de Freycinet. Una viaggiatrice clandestina a bordo dell’Uranie negli anni 1817-20, tradotto e curato con estrema perizia da Federico Motta, il quale correda il testo originale di centinaia di note e di altrettante pagine di approfondimenti.

Raffaello Brignetti e il mare come esperimento

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Prima dote di un critico militante ha da essere la tempestività, perciò è d’obbligo segnalare uno dei casi letterari dell’estate, dell’estate di mezzo secolo fa esatto, un libro che è stato appena sconfitto, nel luglio del 1967, per un solo voto: Il gabbiano azzurro (Einaudi) di Raffaello Brignetti, superato nella seconda votazione da Poveri e semplici (Vallecchi) di Anna Maria Ortese, “nella splendida cornice di” Villa Giulia. Prima che si palesasse Lorenza Pieri – romagnola di nascita e gigliese d’infanzia, però, e poi espatriata – Brignetti era l’unico scrittore nativo dell’Isola del Giglio di cui fossimo venuti a conoscenza a essere arrivato ad alti livelli, ai maggiori editori nazionali, ma la scalata, anzi la traversata di Brignetti non si arresterà di fronte a quel voto mancato: il Premio Strega riuscirà a conquistarlo appena quattro anni più tardi, con La spiaggia d’oro (Rizzoli), con ampio distacco su Paura e tristezza (Einaudi) di Carlo Cassola – diversamente da com’è andata, il nostro avrebbe meritato di vincere la prima volta e non la seconda, probabilmente, ma continuiamo ad avvicinarci, ricordando gli esiti di un’altra competizione letteraria.

Un ragazzino che disegna, da solo: Avigdor Arikha

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“Un grande maestro del Novecento”: così recita la fascetta del ponderoso volume La pittura e lo sguardo. Scritti sull’arte, pubblicato da Neri Pozza, che raccoglie integralmente le riflessioni da teorico e storico dell’arte del pittore Avigdor Arikha, nato nel 1929 e morto nel 2010, sulla cui vita, però, occorre soffermarsi.