Tutti al mare, a sognare la montagna. Uno sguardo geografico sull’attualità letteraria

paul-earle-183430-unsplash

L’ultima estate italiana, afosa e da record per quanto riguarda gli incassi delle strutture balneari e degli esercizi commerciali delle località marittime, è sembrata dilatarsi oltre ogni limite e proseguire oltre i propri confini naturali, ma che cosa ne resta, nel bel mezzo di quest’inverno? Ricordi sfocati, nell’attesa della bella stagione che il 2018 vorrà offrirci, e la certezza che la preferenza degli italiani per il mare sia definitivamente consolidata: non che fosse necessaria un’ulteriore conferma, poiché le immagini e le canzoni della nostra mitologia vacanziera, sin dagli anni del boom economico, hanno in larghissima parte come sfondo le spiagge della nostra penisola e delle nostre isole. La lunghissima estate del 2017, però, coi suoi sconfinamenti, coi fine settimana al mare da tutto esaurito anche ad autunno inoltrato – almeno finché le temperature sono state clementi –, ha significato l’accentuazione di una tendenza: nel turismo costiero sembra ormai radunarsi ogni possibilità di distrazione, tanto che l’assalto ai lidi è stato messo in atto non appena gli obblighi della città lo abbiano permesso, e non è stata d’ostacolo l’alzataccia causa partenza (e coda autostradale) del sabato mattina, per i più sfortunati che non siano riusciti ad anticipare alla sera prima e per chi non sia stato abbastanza spudorato da darsi alla fuga addirittura attorno all’ora di pranzo del venerdì, riuscendo a farsi sostituire sul posto di lavoro, insistendo un po’.

Stregati: “Le otto montagne” di Paolo Cognetti

le otto montagne

Gli incipit: questione talmente spinosa che Salman Rushdie, per non risparmiare cartucce, fa cominciare il suo I figli della mezzanotte con una goffa serie di false partenze. Lo stile, l’innesto coloniale, la modernità anteposte alla chiarezza: Saleem Sinai entra in scena senza gloria, investito dall’abbondanza torrentizia di dei dettagli.

Divertente, sì, una scuola ottima per le penne isteriche e gli autori di epopee postmoderne, ma lontanissimo dall’incipit perfetto, il lascito di Jane Austen: un giro di frase relativamente breve e due o tre parole generiche sul cuore della storia (quando ancora, da lettori, non sappiamo né quale sia, la storia, né dove sia il suo cuore).

I cuori degli uomini

kerouac cassady

Questo articolo è uscito in forma ridotta su Pagina 99, che ringraziamo.

di Marco Di Marco

«Vede signor senatore, anch’io ho una mia storia, un po’ più semplice della sua. Molti anni fa avevo un amico, un caro amico. Lo denunciai per salvargli la vita; invece fu ucciso. Volle farsi uccidere… Era una grande amicizia. Andò male a lui, e andò male anche a me. Buonanotte signor Bailey. Io spero che quella sua inchiesta si risolva in nulla, sarebbe un peccato se il lavoro della sua vita andasse sprecato…»

Al massimo diventeremo dei senzatetto molto istruiti. Di New York, i libri e altre ostinazioni romantiche

newyork

È in libreria Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America di Giulio D’Antona (minimum fax): pubblichiamo una conversazione tra Claudia Durastanti e l’autore e vi segnaliamo che oggi, domenica 3 aprile, alle 15 Giulio D’Antona presenta il libro alla fiera Book Pride di Milano con Laura Pezzino (Sala Mompracem) (Fonte immagine)

Anni fa, il mio primo caporedattore mi spiegò che non dovevo avere paura di telefonare a un autore che avevo amato e mi metteva in guardia da una soggezione che poteva risultare poco professionale. Non gli ho mai dato retta, e di telefonate di quel tipo ne ho fatte poche. Giulio D’Antona invece le ha fatte e ogni volta che l’ho sentito raccontare dei suoi soggiorni americani, ammetto di aver provato invidia per la disinvoltura con cui riusciva a rimediare appuntamenti con colossi come Renata Adler (oltre ad aver pensato che il mio primo caporedattore lo avrebbe assunto seduta stante).

Gli dei di New York. Alcol, solitudine, pietà. Ritratti dell’ultima capitale

bronx

Questo articolo è uscito su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo (fonte immagine).

Su una nave che lambisce New York, per un attimo, Scott Fitzgerald sente che può essere salvato. Sono le prime luci della sera, l’autore di Belli e Dannati è a prua e dalla terra ferma ascolta echeggiare il fragore che precede la festa. Fitzgerald torna a Manhattan dopo tre anni di assenza e un pugno di libri di successo, non ha nessuna intenzione di darsi pace per la donna che ama. Sa già di essersi venduto l’anima alla bottiglia. Cammina sul ponte, tutto solo, e ammira lo scintillio newyorchese mentre la banda della nave suona un marcetta volgare rispetto al rumore bianco di Manhattan.

L’età della febbre

68_

A dieci anni da La qualità dell’aria, minimum fax pubblica una nuova antologia di racconti di autori italiani: è in libreria L’età della febbre. Storie di questo tempo a cura di Christian Raimo e Alessandro Gazoia. Pubblichiamo la prefazione dei due curatori e vi segnaliamo che domani, venerdì 15 maggio, l’antologia sarà presentata alle 19.30 […]

Meditazioni sull’arte di scrivere racconti

Bosco-di-larici

Pubblichiamo un estratto da A pesca nelle pozze più profonde di Paolo Cognetti (minimum fax) e vi segnaliamo l’incontro di domenica 7 alle 11 al Caffè letterario di Più libri più liberi: Paolo Cognetti e Christian Raimo si confronteranno sul tema “L’arte del racconto o della narrazione breve”.  (Fonte immagine)

Fuori dalla mia finestra, davanti al tavolo su cui scrivo, c’è un bosco di larici di una sessantina d’anni, piantato dalla forestale dove per secoli c’era stato un pascolo. Lo so per aver visto la foto di una famiglia di contadini nei campi: accanto passa una mulattiera delimitata da muretti a secco, sullo sfondo ci sono alcune baite. «Quella è casa tua», mi ha detto la signora che me l’ha mostrata, e che di quei contadini è nipote. «Casa mia?», ho chiesto io incredulo. Del bosco che sono abituato a vedere non c’era traccia. Neanche il profilo del pendio, così spoglio d’alberi, sembrava lo stesso. Poi ho dovuto riconoscere che la mulattiera era quella, e di case allineate in quel modo quassù non ne esistono altre.

A pesca nelle pozze più profonde

charles-bukowski

È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall’oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all’altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti – e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

Ricordando Grace Paley

paley

L’undici dicembre del 1922 nasceva Grace Paley. Pubblichiamo la prefazione di Paolo Cognetti a Fedeltà, il diario in versi uscito per minimum fax nel 2011. (Fonte immagine)

America

L’ultimo libro di Grace Paley fu composto tra il 2000 e il 2007, mentre l’America eleggeva il suo presidente più fanatico e bellicoso, reagiva furente al trauma dell’11 settembre, invadeva l’Afghanistan e l’Iraq precipitando in un’epoca buia. Triste finale per una poetessa di ottant’anni, tutti spesi in una lotta appassionata contro le guerre, l’uso del petrolio e dell’energia nucleare, la violenza sulle donne e sul mondo. Ma non è che da vecchia si fosse ammorbidita, e le sue poesie lo testimoniano. Una volta, durante una festa del Ringraziamento, viene invitata a tenere un discorso ed esordisce in questo modo: Chiunque abbia raggiunto / gli ottant’anni rende grazie / all’Unico di turno e poi im- / mediatamente comincia a protestare. Un’altra volta si celebra l’anniversario di una certa istituzione del Vermont, e lei ne approfitta per ricordare ai poeti (anche i più gentili) che vivono in un paese impegnato in una guerra ingiusta, e il loro ruolo è quello di salire sui carri e gridarlo forte. Quando un editore le propone di pubblicare i suoi diari, taccuini pieni di me, la risposta suona più o meno così: e come la mettiamo con le mine antiuomo?

Too much happiness

alice-munro

Alice Munro ha vinto il Nobel per la Letteratura. Pubblichiamo un commento di Paolo Cognetti uscito sul suo blog.

Sono giorni di festa per noi lettori di racconti. Chi l’avrebbe mai detto: il Nobel per la letteratura a una narratrice che, in vita sua, non ha scritto nemmeno un romanzo. Certo che per ottenerlo Alice Munro ha dovuto lavorare parecchio: circa centocinquanta racconti scritti in quarantacinque anni di carriera, al ritmo di tre o quattro all’anno, senza fermarsi mai. Nel più vecchio, “Walker Brothers Cowboy”, parlava di suo padre e di se stessa bambina, proprio come negli ultimi usciti l’anno scorso, nel libro che ha dichiarato essere il suo addio alla scrittura. Ma in fondo per tutta la vita ha scritto di fughe e ritorni. E ora mi piace ricordare che quando ha esordito lei, nel 1968, Raymond Carver faceva le pulizie di notte in un ospedale, il più delle volte ubriaco, e Grace Paley manifestava contro la guerra in Vietnam per le strade del Village, e adesso che entrambi sono morti da tempo questo premio è anche per loro due, che della Munro sono stati fratelli. E per le sue maestre del sud, Flannery O’Connor e Carson McCullers, e tutti quelli che hanno scelto di scrivere storie di poche parole.