Raccontare il vuoto

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Questa recensione è apparsa sul numero di luglio della rivista L’Indice dei libri del mese.

Si comincia con una panne. Un’auto ferma per strada, il tempo che passa, il tentativo di capire come risolvere il problema. Poi, nel corso delle 220 pagine dell’esordio di Paolo Marino, Strategie per arredare il vuoto (Mondadori, tra i finalisti del Premio Calvino 2012), è come se il guasto originario – inteso come pausa nel flusso, stasi potenzialmente minacciosa, rarefazione e al contempo condensazione dell’esperienza – venisse articolato non tanto nello spazio (detenere la narrazione in un unico luogo è l’azzardo nonché uno dei grandi pregi di questo libro) quanto nel tempo. Perché alla morte dei genitori – nessuna ragione, nessuna spiegazione, soltanto un improvviso assentarsi di padre e madre alla vita – il tredicenne Edo si ritrova davanti a un deserto di minuti che si accumulano in forma di giorni e di settimane fino a generare una temporalità sospesa, autonoma e autotrofa, un tempo paragonabile a una soglia talmente dilatata da somigliare più che a un’invalicabile linea d’ombra a un vero e proprio territorio, arbitrario, isterico, dunque perfettamente abitabile.