Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 8: Werner Herzog, seconda parte

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui le puntate precedenti. 

Herzog oltre la vita: l’animale, l’uomo, la macchina da presa

Come ricercando nella realtà le varianti di uno stesso tema, facendo di un’ossessione un principio di ricerca, Herzog ha continuato fino agli ultimi anni a girare documentari su uomini che vivono al di fuori della società, mettendo alla prova la minaccia della natura oppure estromettendosi dalla vita urbana con un gesto distruttivo. In Grizzly man (2005) i molteplici aspetti di questa indagine trovano la loro espressione più esemplare. Stavolta la narrazione è non soltanto ricavata da una vicenda effettivamente accaduta, ma addirittura composta in grande misura dai materiali girati dal suo protagonista Timothy Threadwell. Con Threadwell incontriamo un Thoreau dell’era digitale, che va a vivere tra gli orsi, filmando i giorni (13 estati) della sua incredibile prossimità con gli animali nell’isolamento remoto dell’Alaska. Si tratta di materiale straordinario, che sembra soddisfare (ma insieme, come vedremo, deve infine distruggere), i sogni new age di un’intera generazione.

Una storia simile, anch’essa tratta da un episodio realmente accaduto, è raccontata due anni dopo da Sean Penn nel suo Into the Wild (2007). Ma il racconto di Penn, che narra il viaggio, la tenace ricerca di isolamento e infine la morte del giovane e brillante Chris McCandless, procede in chiave di commossa celebrazione della fuga nelle terre selvagge, il cui valore di testimonianza non viene scalfito dalla morte del protagonista (isolato anch’egli in un remoto territorio dell’Alaska). Il senso del film di Herzog è completamente diverso. La sua analisi si appunta con severità su tutti gli elementi che mostrano il carattere artificiale del ritorno alla natura, e del distacco dai legami umani, in un tentativo di accesso all’utopia di cui si rivela l’inganno.

Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 7: Werner Herzog

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui le puntate precedenti. 

IV. Uomo e natura in Herzog: la visione di Kaspar Hauser

«Ben Johnson dice: “Quanto è vicino al bene ciò che è bello.”

Io dico: Quanto è vicino al bene ciò che è SELVAGGIO.»

Thoreau, Walking

Il cinema di Kubrick forniva una visione critica di ogni aspetto della civiltà umana, culminante in due visioni apocalittiche, la catastrofe nucleare di Doctor Strangelove e la visione di una nuova alba dell’uomo in 2001. Nella sovrapposizione di quelle due apocalissi, come in quelle figure cangianti che si trasformano quando si cambia il punto di vista, il miracolo di una “guarigione” dalla brutalità che si nasconde mascherata in ogni aspetto della civiltà umana appare ora comica assurdità (l’ultima irresistibile battuta del dottor Stranamore che si alza dalla sedia a rotelle), ora speranza iperbolica. Nelle sue opere formalmente perfette, tuttavia, non era facile capire se questo gesto nascondesse una liquidazione pessimistica del mondo o se piuttosto, offrendo la minacciosa prospettiva di un azzeramento dell’umanità, Kubrick non formulasse allo spettatore un monito silenzioso, invitandolo a riscuotersi dal suo torpore.

Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 6: Kubrick, quarta parte

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui la prima, qui la seconda, qui la terza, qui la quarta e qui la quinta puntata.

Kubrick – desiderio e visione IV

1980 – Dell’infanzia come padronanza dell’immaginario

Con Shining Kubrick conclude la riflessione sull’immaginario sviluppata nei film precedenti e indica finalmente una via di fuga da quell’intreccio di sessualità coatta, violenza e repressione che imprigiona i suoi personaggi (i due film successivi di Kubrick rimoduleranno e svilupperanno ulteriormente i temi già comparsi, senza aggiungere sostanziali novità di contenuto). È significativo che il pessimismo storico variamente intessuto nel cinema di Kubrick sia lacerato soltanto qui e in Lolita, con la presenza di protagonisti ancora al di qua dell’adolescenza (per tacere dell’enigmatico feto di 2001, che come il Danny di Shining ha in sé qualcosa di sovrannaturale).

Immagini del Buddha

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Foto di Paolo Pecere.)

Centinaia di Buddha di diverse grandezze, illuminati da aureole lampeggianti, circondano l’enorme stupa dorato a forma di campana dello Schwedagon Paya di Yangon. Lo sguardo salta tra padiglioni e altari tutt’intorno e, anche se questa moltiplicazione di statue rievoca forse le molteplici incarnazioni del Buddha (più di 500 secondo la tradizione), rimane un senso di profonda incomprensione. Centinaia di birmani suonano campane, lavano le statue o siedono in meditazione, producendo soltanto un brusìo ovattato. Il sacro è un sottinteso diffuso, non si concentra in un oggetto o in un gesto, come se le persone che percorrono in circolo il perimetro della pagoda mettessero in atto l’insegnamento del Buddha: “tutte le cose composte sono impermanenti”.

Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 5: Kubrick, terza parte

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui la prima, qui la seconda, qui la terza e qui la quarta puntata.

Kubrick – desiderio e visione (III)

Barry Lyndon, o della gloria come immagine

Tutta la vicenda di Barry Lyndon (1975) racconta, in un delizioso equilibrio di tragedia e commedia, del tentativo di un uomo di farsi un nome, di trasformarsi in qualcuno, di accedere infine all’immortalità (o almeno alla sua effigie) in un dipinto di famiglia come quelli enormi prodotti a beneficio dei signori europei del XVIII secolo. Si tratta di un ideale condiviso da un’intera civiltà: la narrazione considera dall’esterno i patetici sforzi affrontati da Barry per adeguarsi a modelli sociali non meno fittizi delle proprie imposture. Qui l’immaginario domina il mondo intero, dalla piccola comunità della campagna irlandese dove ha inizio la vicenda fino all’Inghilterra e alla Germania di soldati, ufficiali militari e nobili, dove hanno seguito le peripezie di Barry per il “gran mondo”. La distanza di sguardo congeniale a Kubrick trova aderenza perfetta ai paesaggi dell’Europa del Settecento, che vengono inquadrati in cornici che si dilatano, come a mostrarci che i personaggi sono tutti già identici a quelli immortalati nei dipinti di Watteau e Gainsborough: stilizzati in gesti tipici, abiti e parrucche che ne annullano l’individualità. Ma proprio questa trasformazione in sagome e maschere ne annuncia la fatale scomparsa: alla fine del film la voce narrante ci ricorda che tutti i personaggi di questa storia di ascesa sociale e disgrazia «ora sono tutti uguali».

New Realism: Un dialogo con Antonio Gramsci

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Pausa caffè: mi appare il fantasma di Antonio Gramsci. Mi chiede spiegazioni sul “nuovo realismo” di cui si parla molto sui giornali italiani; con un gesto di preghiera, mi ricorda la battuta di Maurizio Ferraris: è uno Spettro che si aggira per l’Europa!. La domanda è inevitabile. I convegni sul nuovo realismo si susseguono negli ultimi mesi al ritmo di urgenti vertici politici internazionali (New York, Torino, Bonn, Freiburg). Da ultimo se n’è parlato a Roma alla Fondazione Rosselli il 19-20 Novembre, a proposito di una batteria di libri tra cui Il senso dell’esistenza di Markus Gabriel (Carocci), La filosofia nell’età della scienza di Hilary Putnam (Il Mulino) e la miscellanea a cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris, Bentornata realtà (Einaudi). Nell’ultima sessione il discorso è passato sul piano politico, a partire da Quale filosofia per il Partito Democratico e la Sinistra? (a cura di Luca Taddio) e l’ultimo numero di Alfabeta2.

Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 4: Kubrick, seconda parte

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui la prima, qui la seconda e qui la terza puntata.

Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 3: Stanley Kubrick

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui la prima e qui la seconda puntata.

III. Kubrick: desiderio e visione

Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 2: Avatar

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui la prima puntata.

II. Avatar, o come nasce un “corpo spirituale”

“Distinguere nelle rappresentazioni dei concetti […] l’involucro, che pure è per un certo tempo utile e necessario, dalla cosa stessa, questo è illuminismo”.
Kant, Antropologia (1798)

I nostri occhi aperti vedono aprirsi degli occhi: sono i primi fotogrammi di Avatar. Rappresentano il risveglio del marine Jack Sully, che è giunto sul pianeta Pandora dopo un lungo sonno artificiale su una nave spaziale. Negli ultimi fotogrammi del film vedremo aprirsi gli occhi gialli di un altro corpo, un corpo alieno, nel quale Sully si risveglia dopo aver abbandonato il suo vecchio corpo. Avatar è il racconto di una “trasmigrazione” della coscienza da un corpo a un altro corpo, in cui possiamo cogliere – in forma negativa – un tema fondamentale del cinema di oggi. Per farlo, però, dobbiamo fermare l’immagine, chiudere gli occhi, tornare all’oscurità in cui stiamo seduti senza pensare ­–

Dalla parte di Alice ­– il corpo e l’immaginario cinematografico

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). Inauguriamo oggi una nuova rubrica: tutti i giovedì Paolo Pecere esaminerà alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch.

I. Crepuscolo dei vampiri, o come rifarsi una vita con il mostro

“Sebbene mitigata dalla suggestione della realtà, l’esperienza filmica somiglia allo stato onirico e alla fuga nella fantasia, la quale non può essere controllata nemmeno quando ci sembra di produrla attivamente”.
(H. Belting, Antropologia delle immagini, 2002).

La “saga” cinematografica di Twilight (2008-2013) tratta dai libri di Stephenie Meyer (che ha approvato la sceneggiature e prodotto di persona l’ultimo episodio), costituisce un tentativo di combinare una storia d’amore e guerra tra bande per adolescenti con il tema del vampiro. I film hanno avuto un enorme successo commerciale, ma l’adattamento cinematografico non è piaciuto a molti critici, americani e anche italiani: