Malattie imbarazzanti: il binge viewing

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Questo pezzo è uscito sul N.14 di Link Idee per la televisione, Vizi Capitali. Puoi trovare Link, oltre che in libreria, anche in formato digitale per iPad (qui), per Android (qui) e per Kindle (qui).

Se fossimo in un celebre programma di Rai Uno, a questo punto qualcuno da casa manderebbe un sms del tipo: “Noi che guardavamo Pappa e Ciccia e Il mio amico Ultraman alle tre del pomeriggio e, se dovevamo fare la versione, registravamo la puntata su una videocassetta”. Ah, la nostalgia. Un attimo prima ti lasci blandire dai ricordi, e un attimo dopo ti risvegli con la fronte madida di sudore: come hanno fatto quei ragazzini innocenti a trasformarsi in questi zombie affamati di tv, accumulatori seriali senza scrupoli che non escono mai dalla propria stanza, come degli hikikomori qualsiasi?

“You’re a hoarder!” “No. I’m a collector, and there is a big, big difference” [1].

Le serie tv, a ben guardarle, ci svelano molto sulle persone, sulle loro abitudini e sulle loro improbabili collezioni: giornali del novembre 1986 (Parks and Recreation), cartoni del ristorante cinese (Girls), gattini vivi (2 Broke Girls), scheletri umani (Csi) e, soprattutto, serie tv, come ci ricorda ogni comedy che si nutre di metatesto, da Community in giù.

La tv dopo Louie

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Questo pezzo è uscito su Studio(Immagine: FX. Louis C.K. con David Lynch nel triplo episodio Late Show. )

Louie è una serie americana che va in onda su FX, scritta, diretta e interpretata da quello che è considerato il miglior stand up comedian vivente, Louis C.K. La scorsa settimana si è conclusa la terza acclamatissima stagione dello show, ed è quindi giunto il momento di fermarsi e parlarne un po’.

Partiamo da un argomento – argomento che svelerà tutta la mia bias sulla questione, ma comunque -: Louie è un capolavoro. C’è chi lo ha visto ed è rimasto senza parole se non di stupore ed elogio; c’è chi si è spinto oltre, come Todd VanDerWerff su A.V. Club, che considera la portata della serie paragonabile – in termine di qualità e influenza artistica – a quella che i Sopranos hanno avuto nel nuovo millennio. Un articolo, quest’ultimo, che per quanto sostenga una tesi scottante e blasfema per un pubblico affezionato a Tony & Co., squarcia il velo di Maya su una separazione che sta perdendo sempre più senso, quella tra drama e comedy.

Drama e comedy sono i due mostruosi buchi neri a cui Hollywood e la televisione girano attorno: sono due macrogeneri complessissimi, zeppi di galassie e ulteriori buchi neri, che hanno la stessa funzione di Mosé sul Mar Rosso: separare acque e mettere ordine. Così, tutti i prodotti vengono sistemati su due grandi scaffali – drama e comedy – in modo che lo spettatore possa scegliere da quale pescare, chiedendosi se abbia voglia di ridere o di “cose serie”. Negli ultimi anni però si è assistito alla sofisticazione del reparto drama: prima la Hbo con show come The WireDeadwood e i citati Sopranos; e poi, a cascata, altri network come Amc (Mad MenBreaking Bad), hanno allestito un separè tra i prodotti complessi, d’enorme qualità, dalla scrittura incredibile e lo storytelling funambolico, e altri show in cui a trionfare è la complessità della trama e la suspense – come le incredibili cose firmate J.J. Abrams (LostFringe) e 24.