“L’arte non tradisce”: intervista a Leopoldo Mastelloni

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Questa intervista è apparsa su Il Fatto Quotidiano.

di Malcom Pagani

Una foto dei tempi in cui Anna Maria Mazzini si metteva ancora in posa: “A un meraviglioso pazzo furioso, a Leopoldo che mi lascia a bocca aperta. Un bacio, Mina”. “Avevo compiuto sessant’anni, mi sentivo solo e decisi di scrivere una lettera alla sua casa discografica: ‘Sono un ammiratore, sarei felice di avere un tuo autografo’”. Dopo quindici giorni squillò il telefono. ‘Pronto, Leopoldo Mastelloni?’. ‘Aspetti un momento, è appena svenuto’. Era lei. Lei veramente. Non ci siamo più persi di vista”.

Caligari, due film bellissimi in trent’anni. E il terzo?

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Questa intervista è uscita su Internazionale. (Nella foto: una scena del film Amore tossico)

Ho cominciato ad amare Claudio Caligari quando non avevo nemmeno diciott’anni. Come molti post-adolescenti romani, avevo trovato in Amore tossico un film di culto da citare con gli amici. “Frena i freni”, “dammi il pezzo”. Romanzo criminale vent’anni prima di Romanzo criminale. Dal 1984, anno dell’uscita e del successo clamoroso di Amore tossico, Caligari ha realizzato solo un altro film, L’odore della notte nel 1998. Anni rapaci, che qualcuno su internet dà come girato, si è in realtà fermato in fase di pre-produzione nel 2002.

In questi mesi, anzi in questi giorni, sta cercando di cominciare a girarne un altro. Valerio Mastandrea ha lanciato un appello a Martin Scorsese per raccogliere attenzione e soldi intorno a questo progetto. Scorsese non si è dato molto da fare, in compenso qualche produttore si è sentito in dovere di ricordarsi di uno dei più importanti registi italiani. Mentre arrivo a via dell’Acqua Bullicante, dove mi ha dato appuntamento, passo davanti al cinema Impero, chiuso da più di trent’anni. E faccio mentalmente una foto che mi terrò in testa per tutto il tempo.

L’occhiale da sole nell’opinione di un architetto tedesco

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Un giorno di luglio, dopo aver chiuso il sacco a pelo dentro uno zaino, Roland Barthes, l’autore di Miti d’oggi, monta su un treno per l’Italia. Un treno che ferma in tutte le città di mare – da Ventimiglia a Leuca. Barthes scende ad ogni stazione. Pernotta un giorno o due in una pensioncina, oppure, dopo aver camminato per un intero pomeriggio, in spiaggia, sul lungomare, dopo aver sostato su una panchina, accanto a una fontana, sul sedile di uno scooter, all’ingresso di un campeggio, cerca riparo all’ombra di una pineta e stende il sacco a pelo sopra un tappeto di aghi di pino. La mattina rimonta sul treno. Ricomincia la lenta discesa  – come una macchia di luminol; come una goccia di sciroppo d’amarena – lungo lo stivale, e su ciò che vede, Barthes prende appunti su un diario: “I romanzi gialli esposti nelle edicole bazar; tuffarsi da uno scoglio; un gioco d’ombre sul fondale di una piscina; addormentarsi tardi; il contatto freddo della pianta nuda di un piede contro una ceramica; un sogno tropicale nella decorazione di un cocktail; chiudere la zip di un sacco a pelo, immergersi; una classe d’infradito colorate sulle strisce pedonali; il cruscotto fumante di un’automobile senz’aria condizionata; un uomo in canottiera, appoggiato ad una balaustra; il pentagramma muto dei corpi stesi su una scogliera; le due persiane aperte, su di una cucina, dove madre e figlia recitano come a teatro; un bimbo che mastica una cannuccia; una macchia di pistacchio sciolta su una Gazzetta dello Sport; e il successo canoro dell’estate, da un’autoradio fritta dal sole”.