Private Life: dieci anni dopo La famiglia Savage, il nuovo film di Tamara Jenkins su Netflix

jenkins_def_2

Vedere un film di Tamara Jenkins è anche un modo per sentirsi a casa. Tutto scorre via lieve nella sua narrazione, nei suoi personaggi, eppure tutto si deposita, perché ogni cosa possiede un peso specifico che solo una bilancia di precisione potrebbe stimare.

È una questione di equilibrio, di tatto, e di attenzione per i dettagli. È una questione di misura tra l’ironia e la complessità delle situazioni. Ed è per via di una scrittura sensibile e di una visione limpida, perlopiù invisibile, che La famiglia Savage (2007) è un film inappuntabile, un capolavoro del cinema indipendente americano degli anni Zero.

Due fratelli, Laura Linney e Philip Seymour Hoffman, si riavvicinano per prendersi cura del padre affetto da demenza senile. L’anziano Leonard, sballottato tra l’Arizona e Buffalo, che «si esprime con la merda» ci fa tenerezza, ci spinge alla compassione. Eppure, nel partecipare al sostegno che Wendy e Jon offrono al padre nei suoi ultimi mesi di vita, percepiamo, senza averne mai tracce visive o riferimenti espliciti, quanto quest’uomo in passato possa esser stato stronzo.

“12 anni schiavo”. Il cinema come interrogativo morale.

DF-02290FD.psd

Questo pezzo è uscito su Linkiesta.

12 anni schiavo potrebbe, forse dovrebbe vincere l’Oscar come miglior film di quest’anno. Non soltanto perché è un film formalmente impeccabile, ma perché è un film che riesce a utilizzare la potenza del cinema per provare a modificarci, da chi siamo quando entriamo in sala a chi siamo quando ne usciamo. Il senso del cinema. Lo fa offrendo allo spettatore dei dilemmi morali a partire da una percezione estetica. Ogni minuto dei 133 dai titoli di testa a quelli di coda, ci viene posta la domanda: e tu cosa avresti fatto? Prova a immaginarti di essere in una situazione come quella che stai vedendo, come ti sentiresti, cosa penseresti, come ti comporteresti?

Cosmopolis: il mondo in una limousine

Cosmopolis

Pubblichiamo una recensione di Christian Caliandro, uscita in forma ridotta su «Artribune», su «Cosmopolis» di David Cronenberg.

L’anticinema di Cosmopolis non è certo per tutti: moltissimi, anzi, non sanno proprio che farsene; lo ritengono irritante, didascalico, sconnesso, e in ultima analisi indigesto. Ma il film di David Cronenberg, tratto dal romanzo del 2003 di Don DeLillo, riesce laddove moltissimi avevano finora fallito miseramente. Cronenberg mette infatti linguaggio e stile al servizio di una meditazione sulle “magnifiche sorti e progressive” dell’ipercapitalismo odierno: più che la fine del mondo, Cosmopolis mette in scena la fine di un mondo – e l’inizio di un altro.

La limousine di Eric Packer (Robert Pattinson), in viaggio nel cuore di una Manhattan (ricreata ‘per sottrazione’ a Toronto) stravolta dalle poteste e dagli scontri non è solo il teatro delle conversazioni tra il protagonista e i personaggi collaterali, portatori di sfumature sulla storia e sulle sue coloriture cultural-psicologiche. La limousine è una vera e propria capsula spazio-temporale, in grado di isolare lo spirito di un’intera epoca. Le qualità più sfuggenti e sottili e invisibili del presente – quel contemporaneo che ci sembra a volte così indecifrabile e misterioso, proprio per la sua mutevolezza e la sua apparente stupidità.