Al limite estremo della finzione: Ben Lerner, o di come il meta-romanzo può diventare poesia

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di Fabrizio Spinelli

Uno dei pensieri fissi che faccio quando sono a letto e non riesco a dormire, esattamente tra le aspirazioni igieniche e la formazione che schiererei per la prossima partita della squadra per cui tifo, è l’immagine dei faldoni di fogli che Marcel Proust riempirebbe parlando di Facebook e Whatsapp se qualche scienziato lo riportasse in vita. Tutte le sue riflessioni su assenza e presenza (assenza nella presenza e presenza nell’assenza), su essenza e rappresentazione, sugli infiniti spettri semantici irradiati da un nome, avrebbero trovato nei social network un ambiente biologico unico. È un’idea banale, ma di notte mi rilassa. Ci ho ripensato, insolitamente in un’ora diurna, leggendo lo straordinario 10:04 di Ben Lerner (uscito in Italia il 19 febbraio per Sellerio, con il titolo di Nel mondo a venire, traduzione di Martina Testa), e più nello specifico questo passo: una mail ricevuta da una vecchia amica che annuncia che il marito, Bernard, un anziano professore di letteratura, cadendo si è rotto una vertebra del collo, scatena nel narratore una riflessione in cui tempo e spazio si scambiano metonimicamente, procedimento proverbialmente proustiano.

Il linguaggio viaggia nelle costellazioni

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Pubblichiamo un articolo di Marco Pacioni uscito sul manifesto.

di Marco Pacioni

Se c’è un pensatore che riesce a tenere fisso il pensiero simultaneamente a cose diverse, o a svolgere una cosa fin dove questa si lega ad altre svelando che tutte erano in realtà già insieme, questo pensatore è Walter Benjamin. Tale disposizione si potrebbe anche definire come la capacità di collegare fenomeni disparati o viceversa di distinguere dentro quelli che appaiono unitari diverse componenti. Qualità rarissima quella di Benjamin nella storia del pensiero dove molti filosofi nello sforzo di trovare l’unico, l’origine, l’essenza e il fine sovente perdono di vista le articolazioni, i contesti, il respiro stesso del pensiero. Anche per questa straordinaria capacità di stabilire collegamenti Benjamin è in senso profondo il pensatore della «costellazione». Parola che lui stesso trasforma in concetto filosofico. Benjamin di-vide, non tanto in senso analitico, ma nel senso che vede o percepisce un fenomeno almeno due volte nello stesso tempo. Un po’ come avviene nella scena di una delle immagini più note che si associano a lui e cioè l’angelo di Paul Klee – per Benjamin l’angelo della storia – che guarda alle sue spalle mentre è trasportato in avanti dalla tempesta.

La pratica viene prima della teoria

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Pubblichiamo un’intervista di Nicola Ruganti e Nicola Villa, uscita sul numero 11 della rivista Gli Asini, a Sandro Bonvissuto. (Immagine: Paul Klee.)

di Sandro Bonvissuto

incontro con Nicola Ruganti e Nicola Villa

 Il sintagma perfetto

La mia regola, una regola che vale, del resto, per tutte le cose della vita, è questa: togliere invece che aggiungere. Da un punto di vista stilistico perseguo proprio la sottrazione e non mi stancherò mai di ripeterlo, perché il sintagma perfetto è il massimo del senso e il minimo delle parole necessarie a esprimerlo. Non credo serva accumulare nella scrittura, poiché la forza dell’autore è quella di cogliere un pensiero in modo dritto, giusto e asciutto, il resto è un’arcadia. La sfida di questo mio Dentro è stata riuscire a consegnare un’opera che rispettasse questa regola del “togliere”.