Eight days a week, i giorni felici dei Beatles

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“Siamo ragazzacci come voi!”, urla John Lennon a una folla che lo sta travolgendo, mentre cerca di salire su un’auto blindata; George, Paul e Ringo, dentro, sorridono, ma hanno l’aria sfatta di chi ha lavorato più di sette giorni a settimana, otto, per l’esattezza, come recita una famosa canzone dei Beatles, che dà il titolo al documentario di Ron Howard.

Un film in cui il regista di Cocoon e Apollo 13 lascia il posto a Richie Cunningham, al ragazzino appassionato di rock’n’roll, protagonista del telefilm Happy Days. Solo un amante sincero dei quattro di Liverpool avrebbe potuto affrontare una storia del genere così, sovrapponendo lo spasmo al divertimento.

La straordinaria storia degli Arctic 30

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Nel settembre 2013 un gruppo di attivisti di Greenpeace venne incarcerato dalle autorità russe in seguito a una protesta pacifica tentata verso una piattaforma petrolifera della Gazprom, nel mar Glaciale artico. La vicenda – l’arresto, la prigionia, la prospettiva di una condanna a 15 anni di galera – è stata raccontata dal giornalista inglese Ben Stewart nel libro Non fidarti. Non temere. Non pregare, pubblicato in Italia da e/o. Di seguito ospitiamo la prefazione di Paul McCartney al libro, ringraziando l’editore.

di Paul McCartney

1968. Un anno memorabile. Le folle riempivano le strade, la rivoluzione era nell’aria, uscì il nostro White Album e la foto forse più significativa di tutti i tempi fu scattata da un astronauta di nome William Anders. Era la vigilia di Natale. Anders, il suo ufficiale di rotta Jim Lovell e il comandante della missione Frank Borman avevano appena circumnavigato la Luna per la prima volta nella storia dell’umanità. Fu allora che, da dietro il piccolo finestrino della navicella spaziale Apollo 8, i loro sguardi caddero su qualcosa che nessuno aveva mai visto prima, qualcosa di familiare e alieno al tempo stesso, qualcosa di straordinariamente bello e fragile. «Oh, mio Dio» gridò Anders. «Guardate che spettacolo, laggiù! La Terra sta sorgendo. Wow, è bellissimo!».

Storia di un anno vissuto elettricamente

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

È arrivato nelle sale italiane il 18 settembre (anniversario della morte del musicista) l’atteso biopic su Jimi Hendrix diretto dal premio Oscar John Ridley (12 anni schiavo). Il film, presentato al Biografilm Festival di Bologna (che come I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection si occupa della distribuzione in Italia del film), si chiama Jimi – All Is By My Side e a interpretarlo è André Benjamin aka André 3000, musicista del duo hip hop OutKast. Insieme a lui Hayley Atwell, nei panni della storica fidanzata di Hendrix Kathy Etchingham, e Imogen Poots in quelli di Linda Keith. Ed è da Linda Keith che inizia e finisce l’anno della vita di Hendrix (giugno 1966-giugno 1967) magnificamente raccontato da John Ridley nel film.

Un tè a casa di Paul McCartney: David Leavitt e la musica

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David Leavitt, il celebre autore di Ballo di famiglia, è uno dei venticinque scrittori intervistati da Pierluigi Lucadei nel suo libro Ascolti d’autore, pubblicato nelle scorse settimane da Galaad con una postfazione di Nicola Lagioia.

È vero che da bambino volevi diventare un cantante?

Sì, verissimo, ma purtroppo ero stonato.

Hai studiato qualche strumento?

Da bambino ho preso lezioni di chitarra da Linda Waterfall, una cantante folk ancora in attività, ma suonavo in modo terribile. Oggi, nonostante non suoni nessuno strumento, spesso sogno di saper suonare il pianoforte o il clarinetto. Soprattutto mi piacerebbe saper cantare. Se potessi cantare, sarei felice di smetterla con la scrittura.

Free Pussy Riot

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Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull’ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

Di documentari, di Harlem e di buoni maestri

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Questo articolo è uscito sulla versione online di Orwell

Questa storia comincia così

Albert Maysles è il più bravo documentarista del mondo e in Italia pochi sanno chi è. Lo incontro in un cinema lo scorso maggio. Sono a New York da un paio di settimane e starò ancora un paio di mesi. Una sera vado all’IFC, un cinema downtown, a vedere un suo documentario, uno dei suoi più belli e che non ho mai visto, è del ’68, si chiama Salesman. È la storia di quattro venditori di bibbie porta a porta.

Il Baronetto e il Re

The Girl Is Mine (USA 7'' SIngle)

di Liborio Conca

Scenario country americano anni ’30. Un uomo e una donna col megafono. Stanno cercando di vendere una bibita che promette di migliorare la forza muscolare di chi la manda giù. «Provatela, signori!». Un ragazzetto nero si avvicina timidamente, talmente debole da non riuscire ad aprire la bottiglia