Scrivere di cinema: Cane mangia Cane

cane-mangia-cane

minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Jacopo Barbero

Tra i vari “Mister” de Le iene di Tarantino due avevano un ruolo marginale: erano Mr. Brown, interpretato da Tarantino stesso, e Mr. Blue, interpretato da tale Edward Bunker, un ex criminale poi divenuto un noto scrittore di libri noir. Cane mangia cane, edito per la prima volta nel 1995, è forse la sua opera più nota e chi meglio di Paul Schrader, re indiscusso della Nuova Hollywood, sceneggiatore di alcuni tra i massimi capolavori di Scorsese, poteva aspirare a trasporre il libro di Bunker?

Se Hollywood non riesce più a farci sognare

marlyn

Pubblichiamo un articolo di Emiliano Morreale apparso su la Repubblica ringraziando l’autore e la testata.

di Emiliano Morreale

Più stelle che in cielo, «More stars then there are in heaven », era il celebre motto della Metro Goldwyn Mayer negli anni ‘30. Si riferiva al parterre di divi che la Casa aveva sotto contratto, da Greta Garbo a Clark Gable. Ma potrebbe essere un motto di tutta Hollywood. Gli studios, i generi, le star: questi erano i pilastri di un sistema che procedeva correggendosi ed evolvendo insieme al proprio pubblico di massa. Hollywood era le sue star. E certo, fin da subito si è parlato delle illusioni, delle zone d’ombra del mito. I canti su miserie&splendori; del divismo ci sono sempre stati, nel cinema e nella pubblicistica. Ma era, appunto, l’altra faccia del mito. Il Divo o la Diva potevano fallire, autodistruggersi, invecchiare, ma rimanevano (e forse diventavano ancora di più) Divi. Oggi, in film come il recentissimo Maps to the stars di David Cronenberg o, prima ancora, The Canyons di Paul Schrader scritto da Bret Easton Ellis, c’è qualcosa d’altro. C’è l’ormai raggiunta consapevolezza che il cinema non è più la fabbrica dei sogni e delle star. Nessuno dei personaggi del film ottiene davvero il successo; l’incanto è spezzato, e divi e registi si aggirano per le loro ville californiane come spettri.

Intervista a Bret Easton Ellis

Bret_Easton_Ellis

Questo pezzo è uscito su Flair.

Che Los Angeles sia diversa da tutte le altre città te ne accorgi la prima volta che la vedi. È orizzontalissima, con le sue lunghe autostrade e i cactus che sbucano dai guardrail a evocare il deserto in piena metropoli. Quando sei lì gran parte del tempo lo passi guidando da una parte all’altra. Una città che soprattutto la attraversi. “Mi piacciono i grandi spazi. E mi piace guidare”, dice Bret Easton Ellis quando gli domando com’è possibile che non si sia stancato di viverci. A Los Angeles Ellis nel 1964 c’è nato e ancora ci abita. “Ci sono cresciuto”, dice e mi spiega che nella graduatoria delle città dov’è facile vivere, Los Angeles si piazza con certezza al primo posto. “Vivere qui è facilissimo”, dice. Facilità di vita apparentemente scollata dalla complessità urbana. Una complessità tale da fare di “indefinibile” l’aggettivo che dovrebbe definire la città. “Los Angeles è indefinibile”, dice.

Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 9: Twin Peaks

redroom

“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui le puntate precedenti. 

Twin Peaks, il Tibet e il segreto della fiction

 

«Ogni opera d’arte riuscita è una siepe leopardiana»

Emilio Garroni

Rivedere Twin Peaks, per chi lo ha amato all’epoca della sua comparsa, fa l’effetto bruciante con cui si riguardano dalla distanza le ore aperte della prima giovinezza: gli entusiasmi acritici capaci di animare oggetti dozzinali e cibi scadenti, i momenti euforici in cui si celebrava la possibilità di altre ore infinite, e si rideva delle proprie risate. Il filtro del tempo concede uno sguardo riflessivo attraverso queste emozioni, ma non le annulla: il tema di Angelo Badalamenti, che insinuava sotto la pelle un’accogliente malinconia, è ancora capace di suscitare un brivido, anche se ci rendiamo conto che allude proprio a un turbamento che inizia, ma è destinato a restare senza nome. E l’intero Twin Peaks ­trovava nel suo inizio il suo momento più essenziale – poco importava, dopotutto, come andasse a finire, sempre più sbiadito come un’onda circolare.