La notte della civetta. Intervista a Piero Melati

Peppino Impastato di Gaspare Nuccio

Fotografia di Gaspare Nuccio.

«Oggi, dopo mille stragi, dopo Falcone e Borsellino, ogni spazio parrebbe chiudersi, non dico all’idillio, ma alla fiducia più esangue. E tuttavia…finché in una biblioteca mani febbrili sfoglieranno un libro per impararvi a credere in una Sicilia, in un’Italia, in un mondo più umani, varrà la pena di combattere ancora, di sperare ancora. Rinunziando una volta per tutte a issare sul punto più alto della barricata uno straccio di bandiera bianca», scrisse Gesualdo Bufalino nella nota Poscritto 1992 contenuta nell’antologia Cento Sicilie.

Alla vigilia degli anniversari dei due eventi, la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, che hanno segnato la contemporaneità della storia repubblicana, il giornalista e scrittore palermitano Piero Melati pone con il libro La notte della civetta (Zolfo editore, 288 pagine, 18 euro) domande taciute, che ci fanno evadere dalla riserva indiana nella quale è costretto un pezzo gigante della biografia nazionale. La storia della Sicilia è quella d’Italia. Melati ci libera dalla retorica degli eroi, per leggere le pagine chiare e tentare di decifrare quelle ancora oscure.

L’altrove di Felicia e Peppino Impastato

felicia peppino

Questo articolo è uscito su Repubblica – Palermo, che ringraziamo (fonte immagine).

«Il proprio osso frontale gli taglia la strada, egli si batte la fronte contro la propria fronte fino a sanguinare», annota Franz Kafka nel 1920. Per lo scrittore boemo il confronto con l’origine – che coincidesse con Praga «matrigna» o con un padre ostile – fu sempre un’esperienza che, se generava frustrazione, era allo stesso tempo un’occasione di conoscenza.

L’origine, nella prospettiva di Kafka, non se ne sta immobile alle nostre spalle ma è sempre davanti a noi, o meglio in noi, l’osso frontale che ci taglia la strada. Ciò che ininterrottamente siamo.

Una condizione che trova nella cosiddetta «sicilianità», quella di cui Leonardo Sciascia descriveva il potenziale metaforico, una sua specifica declinazione. Una materia caotica e ambigua che il luogo comune addomestica elevando il termine «radici», e tutto ciò che gli è connesso, a una piccola religione, motivo di commozione e orgoglio, oggetto idealizzato se non ideologizzato.

Ricordando Giuseppe Fava

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Il 5 gennaio del 1984 moriva Giuseppe Fava. Lo ricordiamo con un pezzo di Mario Valentini. (Fonte immagine: Coordinamento Fava.)

di Mario Valentini

Nel mese di maggio del 2012, durante i giorni del ventennale della strage di Capaci, ero impegnato a progettare un evento pubblico su Giuseppe Fava all’interno di una rassegna su Werner Schroeter, uno dei principali autori del Nuovo Cinema Tedesco. Tra i film di Schroeter programmati c’era Palermo oder Wolfsburg, mai circolato in Italia, un film sull’emigrazione siciliana in Germania che nel 1980 vinse l’Orso d’oro a Berlino. Il film era stato sceneggiato dallo stesso Schroeter con Giuseppe Fava, che poi aveva rimesso mano alla sceneggiatura e ne aveva tratto il suo ultimo romanzo, Passione di Michele. È forse il suo romanzo più bello e non parla, direi quasi per nulla, di mafia. Speravo che l’evento palermitano potesse essere una buona occasione perché qualcuno cominciasse a riconsiderare in sede critica una parte della sua opera forse troppo frettolosamente accantonata.