L’età dell’ipocrisia. All’università con Petros Markaris

athens

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

ATENE. “La ripresa? Figuriamoci. Hanno sostituito i numeri alle persone. Ma i numeri non dicono nulla della gente che soffre e della classe media che scompare. Che poi a far questo sia la sinistra è una vergogna. Ma lei, Mister Nucci, lo sa cosa stiamo vivendo? Glielo dico subito. Siamo tornati esattamente ai tempi dell’Impero Ottomano. I grandi proprietari andavano dal Sultano giurando fedeltà e obbedienza e in cambio ricevevano privilegi, quindi tornavano a casa, in Grecia, e facevano soffrire la gente. Questo fanno Tsipras e compagnia. Vanno a Bruxelles, ottengono benefici per pochi ricchi, tornano a casa con misure insostenibili che portano solo sofferenza” Petros Markaris è furioso. Mi ha accolto con la gentilezza di sempre nella sua casa di Kipseli, un quartiere popolare di Atene che ama molto, fra vie pedonali, empori e bar dove a fine giornata passa il tempo con amici, negozianti, e tutta quella folla tipicamente greca di gente dedita alla discussione e alla critica.

Vivere in Grecia durante la crisi: intervista a Petros Markaris

ilaria-scarpa_markaris

Dal nostro archivio, un pezzo di Graziano Graziani apparso su minima&moralia il 25 novembre 2013.

Questa intervista, uscita su Lo Straniero di ottobre, fa parte del materiale raccolto in Grecia lo scorso giugno per il radio-documentario Odissea Grecia. Viaggio ai tempi della crisi, che raccoglie storie di persone che hanno reiventato il loro lavoro e i loro consumi a causa della crisi. Dalla sanità alle fabbriche, dai mercati solidali alle precarietà degli artisti e dei lavoratori della conoscenza. Il documentario sarà in onda da lunedì 25 a venerdì 29 novembre, alle 19,45, per il programma Tre Soldi. Si può riascoltare in streaming o podcast alla pagina www.3soldi.rai.it. (Foto: Ilaria Scarpa.)

Alcuni anni fa, quando Petros Markaris ha annunciato che avrebbe scritto una trilogia sulla crisi in Grecia, una giovane giornalista gli aveva domandato se era davvero convinto che la congiuntura economica negativa sarebbe durata così a lungo. Oggi che «La resa dei conti», l’ultimo dei tre romanzi, è uscito già da alcuni mesi in molti paesi d’Europa, Markaris ha cominciato a scrivere un quarto romanzo che costituirà l’epilogo della sua trilogia. Una coda necessaria, perché secondo lo scrittore greco ci troviamo oggi – nel 2013 – nel momento di apice della crisi, nonostante ci venga raccontato il contrario. E non c’è segnale credibile che la situazione possa migliorare a breve.

Nel suo ultimo romanzo ritrae una Grecia dove padri e figli sono su fronti contrapposti, impegnati in un conflitto insanabile. È davvero così?

È il terzo libro della trilogia, con il quale volevo provare a fare una “resa dei conti”. Noi in Grecia odiamo fare bilanci e rese dei conti. Nemmeno dopo la guerra civile del 1949 siamo stati in grado di farlo, di guardare davvero a cosa avevamo fatto e cosa non avevamo fatto. La stessa cosa avviene con la generazione del Politecnico, quella che ha guidato la protesta contro la dittatura dei Colonnelli. Invece è importante capire dove ha sbagliato la generazione del Politecnico, che oggi guida la Grecia e all’epoca, invece, era il simbolo della resistenza. Quella generazione ha conquistato i ruoli chiave nel Paese, soprattutto per quanto riguarda l’amministrazione pubblica, l’università e i sindacati, guadagnando sempre più potere. Ma ha usato le istituzioni in modo sbagliato, per guadagni e tornaconti personali o di partito. È stato questo il suo grande errore, quello ci ha portato alla Grecia di oggi. Il risultato di tutto questo è che i figli di quella generazione si trovano ad affrontare una disoccupazione giovanile del 55%. Quanto pensiamo che ci vorrà prima che questi ragazzi chiederanno conto ai loro padri di ciò che hanno fatto? È uno scontro che prima o poi avrà luogo. Questo racconta il mio libro.

Viaggio nel protettorato di Grecia

greekeurope

Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

«Il compromesso che abbiamo raggiunto con la Grecia è duro per Atene. È il risultato della loro “Primavera Greca”». Così scrisse in un tweet, all’alba del 13 luglio scorso, dopo la famosa notte di trattative che portarono alla firma del memorandum, il ministro delle finanze slovacco Peter Kažimír. Gli analisti più neutrali sottolinearono che l’ironia della storia si perdeva nel sarcasmo degli epigoni. In rete le reazioni sconcertate spinsero Kažimír, socialdemocratico nato a giugno del 1968, due mesi scarsi prima che i carri armati russi stroncassero la “Primavera di Praga”, a tornare sui suoi passi. Rimosse il tweet e non se ne parlò più. Ma certo aveva ragione, Kažimír. La “Primavera greca” è finita nella notte fra il 12 e il 13 luglio. E chi non voleva crederci ha dovuto fare i conti con l’autunno che, dopo il terzo voto in un anno, ha decretato la fine di ogni illusione. «Abbiamo votato come per risolvere una faccenda interna, un po’ per metterci d’accordo e non litigare più. Ma cosa vuoi che importi fuori di qui?» Mary, artista ateniese, lo dice in uno di questi pomeriggi in cui su Atene pioggia e vento freddo hanno strappato il velo di un’estate che aveva fisicamente nascosto l’epilogo di una speranza. «Sono andata a votare, sì, ma sono passati secoli da gennaio quando pareva che ogni cosa potesse cambiare». Nella città che fino a pochi mesi fa ribolliva di discussioni politiche, zeppa di osservatori stranieri, il fervore ha cambiato radicalmente segno. «Sono rimasti gli artisti stranieri. Chiamano Atene, senza ironia, “la nuova Berlino”. Forse ricominceremo da lì, dall’arte».

Come si racconta una storia: l’incipit secondo Jhumpa Lahiri

jhumpa_lahiri_260813_20.jpg

È in libreria per nottetempo L’arte di raccontare, dieci interviste di Caterina Bonvicini e Alberto Garlini a John Banville, Emmanuel Carrère, Javier Cercas, Jhumpa Lahiri, Petros Markaris, Yasmina Reza, Colm Tóibín, Edward St Aubyn, Elizabeth Strout e Luis Sepúlveda. Le conversazioni riguardano metodi di lavoro e tecniche di scrittura, dalla costruzione dei personaggi ai dialoghi, dall’ambientazione al punto di vista. Pubblichiamo di seguito l’intervista di Caterina BonviciniJhumpa Lahiri: il tema è l’incipit di una storia(fonte immagine)

di Caterina Bonvincini

Jhumpa Lahiri, una delle migliori scrittrici americane contemporanee, Premio Pulitzer nel 2000, di origine bengalese ma cresciuta negli Stati Uniti, da un paio di anni ha lasciato New York per trasferirsi a Roma e studiare la nostra lingua. L’ha imparata così bene che ha pubblicato un libro in italiano (In altre parole).

I murales di Blu, o cosa ne pensiamo oggi della distruzione dell’arte

184423455-7c7a50b3-9479-46c1-9427-34a94d4bb080

 di Graziano Graziani Quando si parla di opere d’arte distrutte, cancellate, la prima cosa che viene alla mente sono le epurazioni naziste della cosiddetta “arte degenerata”, i roghi di libri che hanno ispirato un grande classico come Fahrenheit 451 o tutt’al più l’atto sconsiderato di un vandalo. C’è la possibilità che la soppressione di un’opera d’arte […]

Evocare l’invisibile. Il teatro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

trilogiadellinvisibilesito

Pubblichiamo l’introduzione di Graziano Graziani al volume che raccoglie la Trilogia dell’invisibile di Deflorian/Tagliarini (edito da Titivillus). Il progetto è in scena fino al 16 novembre al teatro India di Roma. 

Vittorio Giacopini, durante un intervento alla fiera della piccola e media editoria di Roma di qualche anno fa, individuava un elemento di debolezza della letteratura italiana contemporanea, quello che lui definiva “deficit di esperienza”. Se la gente passa la maggior parte del suo tempo tra casa e ufficio, se si informa attraverso un computer e sempre attraverso un computer legge, guarda film, comunica, stabilisce delle relazioni, la parte della vita in cui si fa esperienza diretta del reale si riduce drasticamente. È un effetto evidente, quasi lapalissiano, delle società del terziario avanzato, che la contemporaneità – con la sua accelerazione tecnologica e l’erosione costante del tempo libero a favore di quello lavorativo – ha portato alle estreme conseguenze. E se uno scrittore non ha esperienza diretta della realtà, di cosa può mai scrivere nei suoi libri? Ecco allora l’avanzata vittoriosa e inarrestabile della letteratura di genere, dove il racconto finzionale deve seguire o variare quello che, a tutti gli effetti, è una sorta di “canone”; oppure lo sviluppo, ben più minoritario, di una letteratura minimale e di autofiction che restringe il campo visivo a quella parte di esperienza che è ancora possibile praticare.