Il lungo vanitoso addio di Philip Roth

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Questo pezzo è uscito su Il Foglio.

di Annalena Benini

Philip Roth ha annunciato ieri a un magazine letterario olandese che il panino che ha mangiato la scorsa settimana, un sandwich di tacchino con lattuga e pomodoro, è stato il suo ultimo sandwich. La notizia del ritiro ha suscitato lo sgomento dell’editoria e del mondo dei panini. Ma Roth, come già altre volte in passato, è stato categorico: “Ho mangiato il mio primo panino quando avevo tre o quattro anni. Che è quasi ottant’anni fa. Sono un sacco di panini”. È satira, ma potrebbe essere vero, soprattutto nella parte in cui Philip Roth non esclude la possibilità di trovarsi a un buffet con quelle piccole fette di pane di segale, e metterci sopra del roastbeaf, magari anche un sottaceto, ma specifica che nemmeno in quel caso, comunque, si potrebbe parlare di sandwich.

Abercrombie & Fitch e la fine del ciabattaro

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Michele Masneri oggi parte con i suoi infradito per il tour in Versilia, in attesa dell’incontro di domenica a Libri Come. È molto orgoglioso di questo suo pezzo uscito il 6 marzo sul Foglio.

Sarebbe un personaggio perfetto per un prossimo film di Paul Thomas Anderson, raccontatore brutalista di maschi alfa americani, dal “Petroliere” allo scientologo “The Master”: Mike Jeffries, inventore di Abercrombie & Fitch, marchio ghiandolare e aspirazionale dell’abbigliamento giovane nell’America clintoniana e bushiana, e oggi in crisi di identità e fatturati.

Il 28 gennaio scorso il manager è stato destituito dalla carica di presidente della società dopo un crollo delle vendite del 18 per cento nel terzo trimestre, la chiusura di oltre 170 negozi negli ultimi cinque anni e l’ottava trimestrale in rosso. E pur rimanendo ceo – non si sa ancora per quanto – è chiaro che un’epoca si è conclusa, quella della rinascita di un marchio che da classicone borghese il sessantanovenne manager aveva trasformato nel volto sessual-imperiale dell’America adolescente anni Novanta.