Quello che ci lascia Philip Roth

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Pubblichiamo un pezzo apparso su Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

«Rimane il fatto che capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando».

È a questo punto di Pastorale americana, uno dei migliori romanzi del secondo Novecento, che Philip Roth, se non il più grande in assoluto (come lui nati nei Trenta: Thomas Pynchon, Toni Morrison, Cormac McCarthy) probabilmente il più robusto, il più tenace, il più influente, il più completo scrittore americano della sua generazione e di quelle a seguire, portava il suo alter ego Nathan Zuckerman a nutrire i primi dubbi sulla propria ricerca e noi lettori a morire di piacere tra le pieghe di una storia in cui nulla è come sembra.

Philip Roth, 1933-2018

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Questa mattina ci siamo svegliati – in Italia – con la notizia della morte di un grande scrittore, Philip Roth, in un ospedale di Manhattan. “È morto circondato dai suoi amici di una vita che lo hanno profondamente amato”, ha scritto il suo biografo. Qui il pezzo del New York Times che annuncia la sua morte. Qui un’intervista alla Paris Review, autunno 1984.

Di seguito un ricordo di Luca Alvino, lettore attentissimo dell’opera di Philip Roth, di cui molto ha scritto anche su queste pagine.

di Luca Alvino

Di te ho letto tutto e scritto moltissimo, con te ho dialogato come se mi fossi vicino, ho meditato i tuoi libri come se fossero stati scritti per me, ne parlavo in casa come se fossi uno di famiglia. Possiedo tutti i tuoi romanzi, qualcuno in duplice copia, qualcuno anche in inglese.

C’era una volta l’America

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Robinson di Repubblica, che ringraziamo. di Nicola Lagioia A lungo il Nord America è stato per noi europei il più ingannevole degli specchi. Guardando al di là dell’Atlantico abbiamo creduto con arroganza di riconoscere in quelle terre il nostro esperimento più audace (come se il cuore occulto […]

Philip Roth, come faccio a dirti addio

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Dal nostro archivio, un pezzo di Luca Alvino apparso su minima&moralia il 5 febbraio 2013.

Questo pezzo è uscito sulla rivista Orlando esplorazioni. (Fonte immagine)

Dopo aver letto della clamorosa decisione di Philip Roth di chiudere definitivamente con la scrittura, ho ripensato alla visita che Mickey Sabbath, stanco di un’esistenza ormai completamente allo sbaraglio, compie nello scalcinato cimitero ebraico del New Jersey in cui è sepolta tutta la sua famiglia. Dopo aver scelto con grande accuratezza la posizione e le dimensioni della propria tomba, il tipo di bara, il rabbino e la lapide, egli lascia scritto in una busta il testo dell’epitaffio destinato a illustrare il senso della sua vita interamente consacrata all’irrisione e alla dissolutezza: «Morris Sabbath / “Mickey” / Amato Puttaniere, Seduttore, / Sodomizzatore e Sfruttatore di Donne, / Distruttore della Morale, Corruttore della Gioventù / Uxoricida / Suicida / 1929 – 1994». In tanta colossale indifferenza nei confronti dell’opinione e del consenso altrui, mi è sembrato di intuire quale possa essere oggi l’atteggiamento divertito dello scrittore verso tutte le ipotesi e le chiacchiere che nel mondo si sono sollevate dopo la divulgazione della notizia.

Smettere di scrivere

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Dal nostro archivio, un intervento di Giorgio Fontana apparso su minima&moralia il 28 novembre 2012.

Intervento tenuto al Writers Festival di Milano il 25/11/2012. (Immagine: Enkel Dika.)

Domandarsi perché smettere di scrivere — soprattutto a una serie di incontri chiamata Writers — può sembrare a prima vista una questione del tutto oziosa. A mio avviso non lo è, in quanto contiene una domanda anteriore e altrettanto importante, ovvero: perché scrivere? Se non c’è una buona risposta a questa domanda, l’altra è già risolta: non occorre nemmeno iniziare, punto.

Cominciamo dunque da qui.

Tra Pasolini e Roth: intervista a Massimo Popolizio

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Massimo Popolizio è in scena (accanto, tra gli altri, a Fabrizio Gifuni e Massimo De Francovich) al Teatro Argentina di Roma fino al 18 Dicembre con la celebrata Lehman Trilogy, ultima grande messa in scena di Luca Ronconi, tratta dall’omonimo testo di Stefano Massini.

Come riassunto da Marta Marchetti nel suo saggio Guardare il romanzo. Luca Ronconi e la parola in scena (Rubettino): “La storia dell’ascesa e del declino di una grande famiglia di banchieri americani è raccontata in una fusione di spazio, tempo e azione che mette attori e spettatori di poterne fruire solo se disponibili a rischiare di rimanere bloccati su un dettaglio o di perdere proprio il particolare che può dare un senso al tutto (…) In questo modo procede tutto lo spettacolo, più di un secolo di storia economica e politica per la durata integrale di cinque ore e mezza…”.

L’essenza torbida e impudica della vita (ovvero per quale motivo Philip Roth non ha ancora vinto il Nobel)

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Ci troviamo nel quarto capitolo di Pastorale Americana. Merry Levov, la figlia dello Svedese, è latitante già da un po’. È accusata di aver fatto saltare in aria il minuscolo ufficio postale di Old Rimrock, e di aver ucciso un uomo nell’esplosione. Quando già i suoi genitori stannoperdendo la speranza di rintracciarla, Rita Cohen, una ragazza che sostiene di essere in contatto con Merry, comincia a tormentare lo Svedese con una serie di richieste da parte della figlia.

Prima si fa portare dei semplici oggetti: l’album con i ritagli di Audrey Hepburn, le scarpette da ballerina, il diario tartaglione (Merry soffre di unagrave forma di balbuzie). Infine gli chiede dei soldi: cinquemila dollari in contanti, in banconote di piccolo taglio non segnate.

Sognando Pechino

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Questo pezzo è uscito su La lettura del Corriere della sera, che ringraziamo.

di Marco Cubeddu

“Ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo fai e quando lo ricordi”.

Questa frase – di volta in volta attribuita a Sognatriceinviaggio77 o a MarcoPolo68 sui siti di miriadi agenzie di viaggio – benché suggestiva, sdolcinata e corriva si presta perfettamente a descrivere la triplice natura di Pechino Express.

Ho avuto la fortuna di prendere parte alla quinta edizione di questo adventure game e, parafrasando l’anonimo aforisma, penso che questo viaggio attraverso le “civiltà perdute” di Colombia, Guatemala e Messico, con le sue tre vite, finirà col cambiare per sempre la mia.

La trascendenza inquieta di Philip Roth

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Dal nostro archivio, un pezzo di Luca Alvino uscito su Nuovi Argomenti nel 2014. (Fonte immagine)

Nelle pagine finali di Nemesi – l’ultimo romanzo lasciato in eredità da Philip Roth –, l’insegnante di ginnastica Bucky Cantor, lanciando il giavellotto con tecnica magistrale e virile determinazione, viene ammirato intensamente dai propri giovani allievi, ai quali la fierezza di quel gesto atletico appare come un apice delle proprie aspirazioni adolescenziali, il punto di arrivo del loro fiducioso percorso di addestramento alla vita. Con la sola contemplazione di quella prodezza sportiva, uno sparuto gruppo di ragazzini di Newark riesce a dimenticare le vicende minuscole del quartiere di Weequahic per gustare le primizie di una futura, adulta partecipazione alla storia del genere umano. In quei muscoli tesi nella concentrazione, nel movimento articolato e asciutto, nel lancio accurato e nel grugnito sordo che ne accompagna lo sforzo, ai ragazzi sembra di intravedere il premio più nobile cui essi possano aspirare, la possibilità concreta del pieno soddisfacimento dei loro sogni giovanili, la ricompensa per una formazione stoicamente radicata nella condiscendenza.

Il canone (americano) di Harold Bloom

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di parlare del Sublime, tema molto caro al vetusto e controverso principe dei critici Harold Bloom, bisogna dar conto di qualche mediocrità. L’anno scorso, appena uscito negli Stati Uniti il suo The Daemon Knows: Literary Greatness and the American Sublime, è partita la solita zuffa. Tagliando e incollando qualche riga estrapolata dal ponderoso tomo, Vanity Fair ha presentato i dodici autori americani che a parere di Bloom incarnano «lo sforzo incessante di trascendere l’uomo senza rinunciare all’umanesimo»: Whitman, Hawthorne, Melville e compagnia di defunti maschi bianchi (con l’eccezione di Emily Dickinson).