Storie di fantasmi: “Piena”, il nuovo libro di Philippe Forest

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

«Qualunque perdita fa provare la strana sensazione di aver perso tutto insieme all’essere o all’oggetto che sono scomparsi. Sicuramente perché c’è qualcuno o qualcosa che ci manca da sempre e ogni nuova defezione ce ne ricorda l’assenza». È un ragionamento del protagonista e voce narrante di Piena, il nuovo romanzo di Philippe Forest (Fandango, traduzione di Gabriella Bosco), vincitore nel 2016 del Premio Langue Française e del Premio Franz Hessel, un pensiero che può essere considerato come il nucleo del lavoro di Forest negli ultimi vent’anni, fin da Tutti i bambini tranne uno, il suo esordio del ’97 in cui raccontava la morte di cancro di Pauline, la sua bambina.

Delirio linguistico dell’uomo che odiava sua madre

Modigliani

Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Modigliani)

Tra lutto e scrittura esiste un legame naturale. Un tentativo di compensazione, in forma di parole, di ciò che abbiamo perduto. Ma non solo. Questo legame può assumere un aspetto ancora più sorprendente. La scrittura desidera il lutto tanto quanto il lutto trova nella scrittura la sua manifestazione più vitale (desiderante, potremmo dire). Nel senso che la scrittura dà la parola a un sentimento che diversamente rimarrebbe laconico; al contempo il lutto, proprio per la sua costitutiva indicibilità è l’agone con cui ogni scrittura desidera cimentarsi.

Da Breve come un sospiro di Anne Philipe a Giorni contati di Lucio Klobas, da Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest fino a Dove lei non è di Roland Barthes e al Diario di un dolore di C.S. Lewis, la letteratura ha raccontato l’esperienza della perdita spesso riducendo al minimo l’impalcatura della finzione a vantaggio di una cronaca minuta della fine. Il denominatore comune di queste scritture – ciò che le accomuna al di là delle differenze stilistiche – è nella maggior parte dei casi lo struggimento sentimentale.

L’amore nuovo

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Probabilmente Philippe Forest non sarebbe diventato uno dei più interessanti, intensi e coinvolgenti romanzieri francesi della sua generazione. Probabilmente avrebbe continuato senza interruzioni la sua brillante carriera accademica; avrebbe continuato a interpretare con raffinata intelligenza l’opera di Sollers, di Proust e dei surrealisti, a disegnare con applicazione certosina mappe tematiche intorno ai romanzi di Butor e Robbe-Grillet, per consegnare infine i risultati delle sue ricerche ai colleghi di Cerisy o ai tipi di piccole edizioni universitarie. Probabilmente: se la sua vita non fosse stata sconvolta da un dolore che quasi nessuno, salvo trovarcisi dentro una volta per tutte, potrebbe impedirsi di ridurre ad una delle tante formule scaramantiche di cui la società offre un campionario inesauribile.

Intervista a Philippe Forest

«Ogni nuovo libro aggiunge un cerchio ai precedenti. Ne costituisce la somma e contemporaneamente crea una specie di spirale che ci conduce più in là, ma sempre facendoci passare per gli stessi punti»: sono le parole del narratore di Per tutta la notte, il secondo dei quattro romanzi autobiografici pubblicati fino ad oggi (i primi tre tradotti in italiano da Alet) da Philippe Forest. Il centro di questi cerchi concentrici, ciò che ha fatto di Forest, già prolifico saggista e critico letterario, uno dei più coinvolgenti (e sconvolgenti) narratori degli ultimi anni è un evento che sfida la parola, che scoraggia ogni dire e che taglia fuori dal mondo chi, come i protagonisti dei suoi romanzi, non ha potuto fare altro che assistere impotente al vuoto che si apre improvvisamente nella propria vita. Una bambina, una figlia di quattro anni che muore di cancro sembra appartenere a un dominio di fatti destinati all’emarginazione e al silenzio: una tragedia privata, una brutta cosa a cui la gente preferisce non pensare. O altrimenti alla peggiore delle pornografie: quella del patetico, del dolore oleografato, anestetizzato e somministrato. Che altro non è, a sua volta, se non la più efficace e insinuante delle strategie di emarginazione e di rimozione sociale di quello stesso dolore che si pretende di rappresentare.