Le belle bandiere e la sinistra senza trattino

Pubblichiamo un intervento di Ilda Curti, assessore della città di Torino dal 2006, collaboratrice della rivista Gli Stati Generali e membro della Direzione nazionale del Partito democratico. È ricercatrice associata dell’Università di Aix-en-Provence (Nella foto, migranti a Torino: fonte immagine).

di Ilda Curti

Sono una donna di sinistra. Qualsiasi cosa voglia dire oggi, mi riconosco nelle bandiere, nelle parole, nelle scelte di campo. Nelle canzoni, nei simboli, nella storia. Nell’essere partigiana.

Sono una potenziale elettrice e una potenziale militante di tutto quello che sta a sinistra del PD attuale. Tuttavia mi interrogo – e interrogo – sul perché appartengo alla minoranza di sinistra dentro il PD e provo un senso di stanchezza appena lambisco le belle bandiere sventolate da quella sinistra al di fuori – che pure sono le mie – e per le occasioni sprecate che stanno dietro a quelle belle bandiere.

Come stanno i giornalisti oggi in Italia? Una conversazione con Adele Cambria

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Il 5 novembre scorso è scomparsa Adele Cambria, giornalista e scrittrice protagonista della vita culturale italiana: storiche le sue collaborazioni con L’Europeo, Il Giorno, Paese Sera, Lotta Continua, in seguito La Stampa e L’Unità. Recitò per Pier Paolo Pasolini nei film Accattone, Comizi d’amore e Teorema. Come scrittrice ha pubblicato, tra gli altri, il libro Nove dimissioni e mezzo (Donzelli). Per ricordarla pubblichiamo un’intervista inedita di Luciana Cimino, che ringraziamo. Il colloquio risale a tre anni fa (fonte immagine).

di Luciana Cimino

Avevo preparato una grande quantità di domande, perché tante erano quelle che volevo farle da quando ho letto per la prima volta il suo libro, Nove dimissioni e mezzo, che penso sia un testo fondamentale. Ma volevo iniziare però dalla Calabria…

In questo periodo sto collaborando con il quotidiano di Aldo Varano, Zoom Sud, su cui ho scritto un pezzo che ha suscitato un dibattito molto ampio. Ho raccontato l’amore e la scoperta della sessualità a Reggio Calabria negli anni ’50… pensi che all’epoca ero fidanzata con un giocatore di pallanuoto, un bel ragazzo, che studiava ingegneria, con il quale andavo sulla spiaggia quando fuggivo dall’ora di storia dell’arte e un giorno gli prestai Tenera è la notte di Scott Frizgerald, mi ha guardato come se lo avessi insultato e dopo mi scrisse un biglietto in cui mi rispose: “Ti amo tanto, ma non puoi pensare che io legga altri libri all’infuori dei testi dell’università”.

Il “porcile” di Pier Paolo Pasolini: intervista a Valerio Binasco

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Da oggi Porcile di Pier Paolo Pasolini è in scena al teatro Metastasio di Prato, per la regia di Valerio Binasco. Pubblichiamo di seguito un’intervista a Binasco, comparsa nel programma dello spettacolo presentato in anteprima al festival dei 2 mondi di Spoleto (fonte immagine).

In un racconto intitolato «Calvino contro Pasolini», Christian Raimo immagina un destino alternativo dei due grandi scrittori del secondo Novecento italiano, in cui il primo è un autore “scomparso” che dopo il successo del primo libro si è rifugiato a Cuba scomparendo dai riflettori, mentre il secondo è diventato il boss un po’ mafioso della letteratura italiana. Proprio lui, PPP, autore contro per definizione. Si tratta ovviamente di un’operazione ironica e un po’ irriverente, che serve a prendere le distanze non tanto dal vero Pasolini, quanto dal momento a lui eretto dalla cultura italiana.

L’infanzia di PPP. Intervista di Dacia Maraini

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Per chiudere questa giornata dedicata a Pier Paolo Pasolini pubblichiamo un’intervista allo scrittore realizzata da Dacia Maraini per Vogue Italia, uscita nel maggio 1971. Il pezzo è contenuto nel volume dei Meridiani Saggi sulla politica e sulla società, curato da Silvia De Laude e Walter Siti, ed è ospitato sul sito del Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia.

di Dacia Maraini

Sei nato a Bologna, vero? In che anno?

Nel 1922.

Calvino e Pasolini, opposti maestri dello sguardo da fuori

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Questo pezzo è uscito sul Foglio.

di Alfonso Berardinelli

Calvino? Un perfetto scrittore minore. Pasolini? Un grande scrittore mancato. Sui più influenti e discussi autori della seconda metà del Novecento, la cui ombra si allunga fino a oggi in un interminabile tramonto, non si finisce più di riflettere. Ammirarli e denigrarli possono e devono essere due facce di un’unica passione.

Calvino è pieno di limiti: la sua strategia è stata un astuto e prudente autolimitarsi. Pasolini è pieno di difetti: tutti i suoi libri
sono sfrenati e impazienti, tanto ambiziosi quanto improvvisati. Calvino è sempre presente a se stesso. È un abile artigiano anche quando ha poco da dire. La sua inventiva fantastica è fatta di piccole scoperte che mascherano grandi fughe. Aguzza l’ingegno per non dire quello che pensa. Il suo io si contrae per non esporsi alle discussioni.

Giordano Meacci racconta Pasolini

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Il 2 novembre 1975, quarant’anni fa, moriva Pier Paolo Pasolini. minima&moralia gli dedica la programmazione della giornata: il primo contributo è un estratto da Improvviso il Novecento. Pasolini professore di Giordano Meacci, in libreria per minimum fax. Piccola città, luci spente di Giordano Meacci Tu stai seduto al tavolo di un ristorante che si chiama […]

Il realismo estremo del nuovo cinema italiano

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Questo articolo è uscito su Repubblica.

di Emiliano Morreale

Ormai da qualche anno, nel cinema italiano (ma anche in certa narrativa, e nelle serie tv) si affaccia un’Italia non solo marginale, ma soprattutto degradata, criminale, senza speranza. E spesso molto cattiva. Le bande di Gomorra – la serie, quelle di Suburra (film e prossima serie). L’anno sorso, l’avvocato finito nel gorgo di Perez di Edoardo De Angelis, e i palazzinari strozzini alle prese con escort fatali (Senza nessuna pietà di Michele Alhaique). Più indietro, tra gli altri, poliziotti violenti contro ultrà (Acab), bande di disperati che tentano il colpo attraverso le fogne (Take Five), adolescenze nella mafia russa (Educazione siberiana), e ancora poliziotti spacciatori (Henry di Alessandro Piva), immigrati spacciatori (La-bas di Guido Lombardi), pugili che si salvano dall’ambiente camorristico (Tatanka di Giuseppe Gagliardi)… Ultimo arrivato, Lo chiamavano Jeeg Robot, con Santamaria rapinatore-supereroe contro lo Zingaro interpretato da Luca Marinelli.

Divagazioni di un non cinéphile dopo la visione di “Non essere cattivo” di Caligari

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di Paolo Repetti

All’uscita del cinema mando un sms a Nicola Lagioia “Che bello Non essere cattivo! Ma perché è così bello? Baci, Rep” e lui “Non lo so manco io, ma è bello. Ciao Rep”. Mi fido di Nicola, lui sa tutto e sa anche quando è giusto fare un passo indietro e non sapere troppo.

Intanto la sala. Il Mignon, a Roma, è gremito; rimangono fuori una ventina di persone. E si capisce subito che quelli in sala non sono venuti per caso a passare due ore. Siamo tutti abbastanza informati. Parliamo di Caligari, della sua morte, di Mastandrea che ce l’ha messa tutta per finire il film. Insomma la parolina “culto” fa capolino tra i discorsi. Siamo lì per assistere a un film, certo, ma anche a un tipo di evento un po’ sacro, così raro al cinema, oggi. E infatti all’inizio cerco di ritrovare un’innocenza da spettatore qualsiasi, ma mentre scorrono le prime sequenze mi chiedo il motivo di tanta attesa, come se ogni inquadratura dovesse contenere l’epifania di un talento per tanto tempo trascurato e la cui rivelazione era riservata a una piccola cerchia di adepti.

Non essere cattivo candidato italiano alla cinquina per il miglior film straniero

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Non essere cattivo, l’ultimo lungometraggio di Claudio Caligari uscito nelle sale postumo l’8 settembre scorso, rappresenterà l’Italia agli Oscar nella selezione per il miglior film straniero. Per l’occasione ripubblichiamo l’intervista di Paola Zanuttini a Valerio Mastandrea, apparsa sul Venerdì. 

ROMA. In questa storia c’è tutta l’epica del cinema. Del fare cinema. C’è l’amicizia, la passione, la sfida, la morte. E un’eredità da consegnare al mondo, cioè al pubblico. Naturalmente è un film, questa eredità: Non essere cattivo di Claudio Caligari, regista molto outsider che, poco prima di perdere la sua lunga battaglia contro il cancro e di vincere quella produttiva, quasi altrettanto estenuante, così ricapitolò i fatti: «Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film». Una battuta che, detta in romano e non con il suo accento da lago Maggiore, poteva stare benissimo in uno di quei due film, epocali: Amore tossico, del 1983 e L’odore della notte, del 1998, dove i protagonisti erano fattoni e delinquenti, non cineasti. Ma la poteva infilare anche nel terzo, perché alla fine ce l’ha fatta, Caligari: Non essere cattivo l’ha girato e montato, quasi definitivamente, e sarà pure a Venezia. Come Evento speciale, però, non in concorso.

Due caligariani a Venezia

venezia

di Giordano Meacci e Francesca Serafini

Quando mi volto e la trovo – ché ogni volta c’è un momento in cui mi giro e già so che lei è sempre lì, pronta a guardarmi le spalle – Francesca sta sorridendo a Terry Gilliam. Credo di aver detto – sì, l’ho proprio detto – “She is my extra-anagraphic Sister” mentre lei già improvvisava un avvicinamento con inchino a mano tesa verso Gilliam: e Gilliam, molto divertito, replicava immediatamente la stessa coreografia: inchino settecentesco, braccio teso; finché i due si sono incontrati giurandosi, in un angloitaliano di frontiera – siamo pur sempre gente di mare, in questo momento – eterno amore, e rispetto.

E l’immagine che mi sfòlgora davanti, a questo punto, è quella di un’accogliente quadriglia affettiva; potrei passare sotto la loro stretta di mano e accennare una giga: e so per certo che Gilliam e Francesca mi seguirebbero.