“(Dis)amore”, il disco letterario dei Perturbazione

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Se la numerologia mal si abbina ad una recensione musicale, nel caso del nuovo album dei Perturbazione sottolinearne le dimensioni con alcune cifre – 23 canzoni, 70 minuti di durata – è necessario per inquadrarlo per il disco nient’affatto in linea con i tempi che è, fuori misura e fuori mercato proprio in virtù del suo essere un lungo concept. In un’epoca caratterizzata da un sempre più grave deficit d’attenzione, nella quale ciò che l’ascoltatore medio riesce a concedere raramente supera la durata di un singolo brano e il formato album ha ormai tristemente abdicato a vantaggio di qualsivoglia playlist, i Perturbazione rischiano di apparire anacronistici. Concept-album è un’etichetta caduta in disuso che nelle nuove generazioni può scatenare al massimo una reazione di spavento.

La critica musicale oggi: intervista a Rossano Lo Mele

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Photo by Annie Theby on Unsplash

Non se ne può più di sentir dire che scrivere di musica equivale a ballare di architettura. La celebre massima, che il popolo attribuisce a Frank Zappa mentre i più informati fanno risalire all’attore-musicista Martin Mull, è spesso la formula magica per chiudere un discorso teso a screditare chi, nonostante la crisi irreversibile della carta stampata e gli altri innumerevoli ostacoli, si ostina a praticare un’arte forse minore, magari anacronistica, ma pur sempre un’arte, la critica musicale. Non è il solo luogo comune: un altro molto abusato è quello per cui i critici musicali sono tutti musicisti falliti (anche se c’è chi, come Colapesce, un po’ ironicamente e un po’ no dice di essere un critico musicale fallito e di essere, per questo, diventato musicista).

Sono invece pochi – ed è un discorso soprattutto italiano – quelli che rispettano il ruolo che i critici musicali hanno (avuto) nell’educazione degli appassionati di pop e rock, forse immemori di quando loro stessi coccolavano la propria collezione di dischi con una tenerezza riservata a poche altre cose o quando attendevano con trepidazione che all’edicola in fondo alla strada arrivasse il nuovo numero della propria rivista di riferimento.

Delicatezza ed empatia: il songwriting di David Allred

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Una versione più breve di questa presentazione del nuovo disco di David Allred è uscita sul numero di gennaio di Blow Up.

La premessa dovuta è che il precedente “The Transition”, uscito poco più di un anno fa, è stato per chi scrive uno dei migliori album del 2018, una raccolta di dieci tracce con le quali David Allred ha proposto una forma di cantautorato assolutamente inedita, ipnotica, paralizzante nella sua bellezza, anche grazie alle partiture d’archi e ai synth di Peter Broderick, nome di punta dell’avan-garde folk contemporaneo.

Per il nuovo lavoro “Alone On Friendship Island” David decide di normalizzare il suo songwriting e, pur continuando a preferire atmosfere minimali e neoclassiche, di misurarsi con la forma canzone e tornare ai rivoluzionari dell’introspezione, Nick Drake su tutti. Il risultato è ancora una volta eccelso. Con tutta probabilità il nostro rimarrà un artista per pochi, eppure il consiglio per chi ha la sensibilità necessaria ad entrare in punta di piedi dentro certe gradazioni del grigio è di non perdere l’occasione di assaporare il brivido della sua raffinatissima musicalità.

Il rosa più bello del Primavera Sound 2019

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Il Primavera Sound ha osato, il Primavera Sound ha vinto. L’edizione 2019 sarà ricordata come la più coraggiosa, diversa e assurda della storia ormai ventennale del festival musicale più importante d’Europa quanto a rilevanza, tendenza e capacità di anticipare il futuro. Il fatto che lo slogan di quest’anno fosse The New Normal non deve ingannare.

La normalità che gli organizzatori hanno voluto fortemente è stata sinonimo di apertura verso generi finora trascurati se non addirittura snobbati, abbattimento di qualsiasi barriera tra una musica più alta e una più bassa, fine della dittatura dell’indie, assenza di headliner propriamente detti e, soprattutto, un cartellone con una perfetta parità numerica tra artisti maschili e artisti femminili.

“Fedeltà”, il valzer di fragilità di Marco Missiroli

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Fedeltà è un romanzo sulla precarietà – economica, lavorativa, abitativa, sentimentale, erotica – della nostra epoca. I protagonisti, Carlo e Margherita, uno aspirante scrittore che si accontenta di fare il professore e l’altra architetto che ripiega su un lavoro da agente immobiliare, sono alle prese con le difficoltà dell’essere vivi (“ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando”, dice Philip Roth in esergo) e dell’esserlo insieme. Sono una coppia che vacilla di fronte alle tentazioni incarnate da Sofia e Andrea, più giovani e più liberi di loro ma altrettanto incapaci di concretizzare un futuro plausibile, ma che resiste proprio grazie all’attrazione di quei corpi che dovrebbero allontanarli. La fedeltà gioca un ruolo così decisivo nel mantenerli sull’orlo di una crisi d’identità da sfumare spesso nel suo contrario, in una trama di parole non dette o appena sussurrate, atti mancati e subito negati.

Marco Missiroli, al ritorno al romanzo a quattro anni di distanza da Atti osceni in luogo privato, è abile nell’irretire il lettore facendo transitare la voce da un personaggio all’altro, grazie al cosiddetto ‘passaggio di anime’, un approccio complesso alla materia narrativa che ha richiesto un lavoro molto più lungo del solito ma che gli ha permesso di ritrarre in modo struggente le nevrosi della sua generazione.

“Il nuotatore” ovvero l’incoscienza dell’atto creativo: intervista a Emidio Clementi

Il nuovo disco dei Massimo Volume ha una copertina bellissima che mi ha portato alla mente una mostra della fotografa americana Alex Prager vista di recente a Londra e, in particolare, una foto della serie Face in the Crowd in cui è ritratta una spiaggia piena di persone, una delle quali colta mentre fissa l’obiettivo. Non essendo un esperto di fotografia, ho pensato che i Massimo Volume avessero scelto una foto della Prager per la copertina del loro album. La poetica della Prager peraltro si sposa bene con l’immaginario che, da Sam Shepard fino a John Cheever, la band ha sempre frequentato. Leggendo i crediti ho scoperto invece che l’autore dello scatto è Luciano Leonotti, fotografo italiano meno pop ma non meno bravo della Prager. Anche il suo scatto immortala una spiaggia affollata, un insieme di silenziose solitudini mescolate, però, senza l’evidente nota di falsità creata ad arte dalla Prager. Nessuno guarda l’obiettivo, non c’è iperrealismo ma solo realtà.

Julian Barnes, amore e claustrofobia

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Una versione più breve di questa recensione de L’unica storia (Einaudi; pagine 248; euro 19,00;  Traduzione di Susanna Basso) è stata pubblicata sul numero di novembre di Blow Up, che ringraziamo.

“La narrativa”, sosteneva Julian Barnes, “ha l’ambizione di raccontare tutte le storie con tutte le loro contraddizioni, i loro misteri e gli elementi irrisolti”. Nel nuovo romanzo, lo scrittore inglese ridimensiona l’antica ambizione (o la ingigantisce – è una questione di punti di vista) raccontando una storia, l’unica, la sola che abbia importanza nella vita di ognuno di noi. La storia che ha senso raccontare più di ogni altra è una storia d’amore, non per forza del primo amore, anche se spesso proprio del primo si tratta.

Dichiarazioni d’amore a Yoko Ono

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Performer a tutto tondo, maestra di irrequietezza e di indipendenza, vituperata musa di uno dei più grandi Geni della storia del rock, per lungo tempo non è stato facile essere Yoko Ono. L’artista giapponese, dal 1968 al fianco di John Lennon, ha vissuto un destino da strega: l’ha riconosciuto lei stessa intitolando due dei suoi album più recenti Yes, I’m A Witch e Yes, I’m A Witch Too.  Matteo B. Bianchi le ha dedicato un libro appena pubblicato nella collana Incendi di add editore, Yoko Ono. Dichiarazioni d’amore per una donna circondata d’odio, nel quale spiega al lettore perché dovrebbe amarla.

Songs Of Leonard Cohen compie cinquant’anni

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Sono davvero pochi coloro che nella propria arte hanno raggiunto l’eccellenza toccata da Leonard Cohen nella scrittura di testi poetici per canzoni. E se tra i tanti album mitologici che nel 2017 hanno compiuto cinquant’anni – Sgt. Pepper’s dei Beatles, Forever Changes dei Love, i debutti di Jimi Hendrix, Pink Floyd, Doors, Velvet Underground – scelgo di celebrare Songs Of Leonard Cohen è perché in quel primo album la scrittura era già così limpida e imperfettibile che,se anche la carriera di Cohen si fosse chiusa lì, gli avrebbe garantito un posto tra gli immortali della musica.

Sul bisogno di autenticità: intervista alla cantautrice Nadia Reid

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Questa intervista è uscita sul numero di marzo del Mucchio Selvaggio, che ringraziamo.

Dovendo scegliere una cantautrice su cui puntare per il futuro, sceglieremmo la giovane neozelandese Nadia Reid, che con Preservation conferma quanto di buono aveva lasciato intuire con l’album d’esordio. Abbiamo fatto una chiacchierata per capire come sono nate le nuove canzoni.

Look da antidiva, espressione perennemente imbronciata, Nadia Reid, twenty-something proveniente dal sud della Nuova Zelanda, sembra uno di quegli artisti destinati a realizzare sempre un heartbreak record. E’ proprio con quei toni gravi, con il cuore ridotto a brandelli, che è stato scritto e registrato anche il nuovo disco, Preservation. Ma Nadia è un’artista che, a dispetto della malinconia di cui sono infuse le sue ballate e del gusto per la rimembranza evidente in molti dei suoi testi, non ama guardarsi troppo indietro. Del suo debutto uscito poco più di un anno fa, Listen To Formation, Look For The Signs, dice “mi sembra un po’ datato”. Certo, quello era un album scritto nell’arco di sette anni, il classico primo album di una ventenne che vi racchiude il meglio di un canzoniere accumulato durante quel faticoso viaggio dentro e fuori se stessi che è l’adolescenza. Si trattava, comunque, di un esordio notevole, uno dei migliori dischi folk del 2015.