L’amore osceno in “Candore”, l’ultimo romanzo di Mario Desiati

desiati1

L’ultimo romanzo di Mario Desiati ha un’epigrafe mancata che dice così: ‹‹T’avrei lavato i piedi/oppure mi sarei fatta altissima/come i soffitti scavalcati di cieli/come voce in voce si sconquassa/tornando folle ed organando a schiere/come si leva assalto e candore demente››. È un estratto, da me amputato perché emergesse la parola “candore”, del Lamento della sposa barocca (octapus) di Claudia Ruggeri. Sono versi che Desiati conosce bene, avendo curato Inferno minore (peQuod, 2007), una raccolta postuma sul lavoro di Ruggeri, morta suicida a ventinove anni nel ’96.

Oggi emerge una curiosa convergenza su quella parola dai pochi (o troppi) sinonimi, amica della poesia più che della prosa, e che per Ruggeri parrebbe luminescenza, di certo “demente”, mentre per Desiati, tra le tante altre cose, il contrario di “scabrosità”, nonché il titolo del suo nuovo romanzo edito da Einaudi: Candore, appunto. La sovraccoperta bianca coi culi in fila su una banda nera non fa pensare a Voltaire, alleluia, né allo stesso Desiati, forse alle Muchachas di Katherine Pankol o alle Fimmini di Buttafuoco, ma prepara a un’ironia che non ti aspetti, perché cozza sia col titolo che con l’autore, e che invece è la bandiera di questa rivoluzione desatiana.

Catania 2016, tra lo Stabile e il Teatro Coppola

stabile

(fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

È un venerdì. Uno di quei venerdì di Aprile che nel resto d’Italia è, ancora, inverno e a Catania è già primavera inoltrata. Di più, è l’anticipo dell’estate. Io cammino nel cuore del centro storico e barocco, mi perdo tra Via Teatro Massimo, Piazza Vincenzo Bellini e via Maria Callas. Un incrocio di strade che è un’esplosione di contrasti, una battaglia di chiaroscuri. Il nero, profondo e intenso, dei palazzi e della pietra lavica che si infrange e si confonde con il bianco, accecante e luminoso, della luce che rimbalza dal Sole della primavera siciliana. Perdersi è meraviglioso in queste giornate e tra queste strade.

Io ho deciso, in questo venerdì d’Aprile, di tornare a teatro dopo anni di colpevole  assenza. All’Angelo Musco, per la stagione del Teatro Stabile, debutta uno spettacolo che porta in scena la storia di una giovane e bella attrice catanese e di un grande regista italiano. La storia di Daniela Rocca e di Pietro Germi, una storia che inizia con “Divorzio all’italiana” e finisce in una clinica psichiatrica, una storia di cinema, d’amore e di follia.

L’editoria italiana e l’anno che verrà

teseo

di Pierfrancesco Matarazzo

Dopo crisi, proclami di disfatta, riorganizzazioni, fusioni, acquisizioni e diaspore, il 2016 si apre per l’editoria italiana e per i lettori che in essa sperano, con molte attese per l’anno che verrà.

L’acquisizione di Rcs Libri da parte di Mondadori dovrebbe ricevere il parere dell’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato nel primo trimestre dell’anno, ma soprattutto vedremo i primi passi del gigante italiano dell’editoria che si troverà ad integrare marchi fino a poco tempo fa in lotta fra di loro (Mondadori, Einaudi da un lato e Rizzoli e Bompiani dall’altro, solo per citare i maggiori).

Dalla vicenda Crocetta non esce bene nessuno

rosario-crocetta.jpg_1064807657

Una settimana fa l’Espresso pubblicava, in un articolo a firma Piero Messina e Maurizio Zoppi, la notizia di una intercettazione del 2013 tra il governatore della regione Sicilia Rosario Crocetta e il suo medico personale Matteo Tutino, in cui Tutino dice che bisognava far fare a Lucia Borsellino la stessa fine del padre Paolo e Crocetta non replicava nulla.

A distanza di una settimana non si sa se questa intercettazione esista (più di una procura – a partire da quella di Palermo – ha smentito, l’Espresso insiste), e – in caso – se sia tra le carte di un’indagine pubbliche e pubblicabili. Quello che esiste invece e che è diventato enorme è il cosiddetto caso Crocetta. Ossia l’idea che il governatore sia completamente screditato, e che la sua esperienza di governo sia finita: lui ovviamente si difende con tutto se stesso.

Tra un manifesto e lo specchio e un’altra sigaretta. Una (lunga) intervista a Francesco De Gregori

D&DG 2

Alla quindicesima sigaretta del pomeriggio, Gitanes senza filtro, Francesco De Gregori dice: “E’ vero, vent’anni fa, ma anche dieci anni fa, non l’avrei mai fatto”. Andare a “X Factor”, ricantare Alice con Ligabue, scherzare con Checco Zalone, scrivere una canzone per un film di Paolo Genovese, fare un audiolibro su “America” di Kafka (e prima “Cuore di tenebra” di Conrad), entrare in un video di Fedez, non leggere cinque giornali ogni giorno, non guardare otto tg e sentirsi bene lo stesso, telefonare e dire: devi ascoltare assolutamente Caparezza, è meraviglioso. E passare le ore prima del concerto (il primo del tour di “Vivavoce”, a Roma) nei cunicoli del Palalottomatica non soltanto con i fonici, la band, il giovane cantante emozionato che aprirà il concerto, le Gitanes, il caffè e Ambrogio Sparagna che suona l’organetto in due canzoni riarrangiate assieme, ma anche sopportando lì seduto, o in piedi con la chitarra a riprovare Titanic, la cronista che accende il registratore e pretende di sapere che cosa c’è di diverso, adesso, in Francesco De Gregori. “Sarà per un fatto di maturità, e perché è cambiato il mondo intorno a me in meglio, ma è vero che è un po’ cambiato anche il modo in cui io lo guardo. Sono sempre stato aperto alle distanze. Se una cosa è distante da me non solo non mi fa paura, anzi mi eccita, ed è un processo assolutamente spontaneo, ma sostenuto da un ragionamento: so che non voglio chiudermi al mondo nell’area museale che potrebbe rappresentarmi perché ho scritto cinque, sei, dieci canzoni di quelle che rimangono. Non posso restare, nella mia testa, quello di Rimmel, io sono altro, sono anche Calypsos, Finestre rotte, non voglio fare il Bufalo Bill della canzone, che rievoca i tempi gloriosi del West su un palco a Sarzana o a Torino, e forse già inconsciamente lo sapevo nel 1976 quando ho scritto Bufalo Bill”. “Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi, la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere”. De Gregori parla e dentro le persone che vanno e vengono e lo salutano e un po’ ascoltano quest’intervista, parte una musica, non muovono le labbra ma si capisce che stanno cantando.