Recensioni del tempo

timthumb (2)

Questo pezzo è uscito su Studio.

Insieme al calcio e alla politica spiccia, il tempo atmosferico è il grande protagonista del grande genere delle Chiacchierate Casuali E Imbarazzanti che capita a chiunque di fare senza preavviso nel corso della giornata. Ma a differenza dei primi due macroargomenti, la discussione sul meteo non si basa sulla divisione, l’ideologia, il tifo. Non divide: accomuna. Ci stringe forte durante l’inverno e fa alzare una leggera brezza consolatoria ad agosto. La Juve può piacere o far schifo; Nichi Vendola può entusiasmare o demoralizzare; ma la pioggia mette sempre tristezza e il sole è sempre bellissimo – nelle dosi consigliate. E allora perché concediamo al tempo solo qualche lamentela o le piatte profezie dei meteorologi? Perché non inzuppare la penna tra i nuvoloni neri o il cielo azzurro e vergare meravigliosi “recensioni del tempo” dando alla bassa e alta pressione quel che si meritano?

Mein Copyright

meinkampf

Questo pezzo è uscito su Studio.

Prima di prendere potere in Germania e trascinare il mondo verso il baratro della Seconda guerra mondiale (55 milioni di morti) e dell’Olocausto (9 milioni di morti), Adolf Hitler ha partecipato come soldato alla Prima guerra mondiale, si è dilettato con la pittura impressionista e ha scritto un libro il cui titolo risuona a 70 anni di distanza come una macumba da incubo, Mein Kampf. De La mia battaglia si parla sempre per i suoi contenuti politici e per il suo essere il testo sacro del Partito Nazionalsocialista, oltreché la Bibbia dell’antisemitismo (al pari con i Protocolli dei savi di Sion); in realtà l’opera è stata anche un longseller degno di nota, al centro di una guerra economico-editoriale sfrenata, fatta di critiche, censure, tabù. E royalties.

Ah ah ah. Ovverosia, per un’innovazione del linguaggio comico usato nella politica.

bersani-che-sorride

La (fiacca) battuta di Berlusconi su quante volte la donna alla convention di Green Power viene (con il comunicato aziendale che la donna si è divertita e si è sentita onorata, poi la controsmentita della donna che dice che non si è divertita né sentita onorata…), Crozza che fa l’imitazione (fiacchissima) di Berlusca a Sanremo […]

La tv dopo Louie

louie_lynch

Questo pezzo è uscito su Studio(Immagine: FX. Louis C.K. con David Lynch nel triplo episodio Late Show. )

Louie è una serie americana che va in onda su FX, scritta, diretta e interpretata da quello che è considerato il miglior stand up comedian vivente, Louis C.K. La scorsa settimana si è conclusa la terza acclamatissima stagione dello show, ed è quindi giunto il momento di fermarsi e parlarne un po’.

Partiamo da un argomento – argomento che svelerà tutta la mia bias sulla questione, ma comunque -: Louie è un capolavoro. C’è chi lo ha visto ed è rimasto senza parole se non di stupore ed elogio; c’è chi si è spinto oltre, come Todd VanDerWerff su A.V. Club, che considera la portata della serie paragonabile – in termine di qualità e influenza artistica – a quella che i Sopranos hanno avuto nel nuovo millennio. Un articolo, quest’ultimo, che per quanto sostenga una tesi scottante e blasfema per un pubblico affezionato a Tony & Co., squarcia il velo di Maya su una separazione che sta perdendo sempre più senso, quella tra drama e comedy.

Drama e comedy sono i due mostruosi buchi neri a cui Hollywood e la televisione girano attorno: sono due macrogeneri complessissimi, zeppi di galassie e ulteriori buchi neri, che hanno la stessa funzione di Mosé sul Mar Rosso: separare acque e mettere ordine. Così, tutti i prodotti vengono sistemati su due grandi scaffali – drama e comedy – in modo che lo spettatore possa scegliere da quale pescare, chiedendosi se abbia voglia di ridere o di “cose serie”. Negli ultimi anni però si è assistito alla sofisticazione del reparto drama: prima la Hbo con show come The WireDeadwood e i citati Sopranos; e poi, a cascata, altri network come Amc (Mad MenBreaking Bad), hanno allestito un separè tra i prodotti complessi, d’enorme qualità, dalla scrittura incredibile e lo storytelling funambolico, e altri show in cui a trionfare è la complessità della trama e la suspense – come le incredibili cose firmate J.J. Abrams (LostFringe) e 24.

Razzismo, marxismo e speculazione edilizia: fare politica con i giochi in scatola

The Game of Urban Renewal

Questo pezzo è uscito su Studio.

“Buttarla” in politica è un’attività facile, perché la politica è una di quelle cose che si possono fare con tutto, anche senza accorgersene. Inciamparci è inevitabile. Musica, poesia, letteratura, arte, architettura: qualsiasi forma d’espressione funziona alla perfezione. Anche i giochi in scatola possono spiegare la realtà con enorme precisione, argomentando e perfino criticando lo status quo. Potrà sembrare strano ma alcuni dei giochi più noti, per esempio, si basano su materie prettamente “politiche”: il denaro (Monopoli) e il potere (Risiko!). Se non ce ne rendiamo conto mentre muoviamo carro armati o piazziamo hotel su Parco della Vittoria, è perché il loro contesto è puramente ludico. Ma basta poco per riaccendere la loro fiamma, e c’è chi ci ha provato con board game particolari. Alcuni di questi esperimenti sono passati alla storia, come vedremo, e sono tornati in auge di recente grazie a un artista canadese dal nome italiano, Flavio Trevisan, mente creativa di The Game of Urban Renewal, gioco in scatola con velleità artistiche in cui i giocatori fanno i pianificatori urbani, vestendo i panni da sindaco, costruttore, comitati, architetti ecc.