Cento anni di Malamud!

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Il 26 aprile 1914 nasceva Bernard Malamud. Pubblichiamo la prefazione di Alessandro Piperno a L’uomo di Kiev.

di Alessandro Piperno

Non avevo ancora compiuto nove anni quando mio fratello mi mise al corrente di ciò che Hitler, una trentina d’anni prima della nostra nascita, aveva fatto agli ebrei. Il dato strano è che quella spaventosa rivelazione non mi indignò. Forse perché l’indignazione è preclusa ai bambini. Ciò che provai fu soprattutto terrore. Un terrore vago che non aveva niente a che vedere con la paura della morte. A nove anni, la morte, tanto più se non ha ancora lambito il piccolo confortevole mondo che ti protegge, è un evento astratto e implausibile. A terrificarmi, almeno stando alla dettagliata relazione di mio fratello, era il calvario di cui la morte rappresentava l’epilogo. Un crescendo ineluttabile: la diffidenza degli altri, la delazione, la discriminazione, le confische, la perdita dei diritti civili, l’isolamento sociale, la clandestinità, la deportazione, l’esclusione dagli affetti indispensabili (mamma e papà), la nostalgia straziante per tutto quello che hai perduto, le privazioni materiali, le torture fisiche, il sacrificio dei capelli e della dignità, la fame, la sete, il freddo, l’emorragia di fluidi corporei.

Intervista a Bret Easton Ellis

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Questo pezzo è uscito su Flair.

Che Los Angeles sia diversa da tutte le altre città te ne accorgi la prima volta che la vedi. È orizzontalissima, con le sue lunghe autostrade e i cactus che sbucano dai guardrail a evocare il deserto in piena metropoli. Quando sei lì gran parte del tempo lo passi guidando da una parte all’altra. Una città che soprattutto la attraversi. “Mi piacciono i grandi spazi. E mi piace guidare”, dice Bret Easton Ellis quando gli domando com’è possibile che non si sia stancato di viverci. A Los Angeles Ellis nel 1964 c’è nato e ancora ci abita. “Ci sono cresciuto”, dice e mi spiega che nella graduatoria delle città dov’è facile vivere, Los Angeles si piazza con certezza al primo posto. “Vivere qui è facilissimo”, dice. Facilità di vita apparentemente scollata dalla complessità urbana. Una complessità tale da fare di “indefinibile” l’aggettivo che dovrebbe definire la città. “Los Angeles è indefinibile”, dice.

Letteratura condominiale

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Questo pezzo, lievemente rimaneggiato, è uscito sul manifesto. (Immagine: Chris Ware, Building Stories.)

di Graziano Dell’Anna

Ogni palazzo è un mondo. Una città in scala ridotta. Se ne erano già accorti alcuni autori dell’Ottocento, che avevano distolto lo sguardo dalle ambientazioni rustiche e dai panorami da grand tour per puntarlo sugli interni delle pensioni e dei primi alveari urbani. In Papà Goriot (1834) i maneggi di Rastignac e altri esemplari di umanità balzacchiana sono impensabili fuori dalla cornice della pensione di madame Vauquer. Ed è probabile che se non avesse abitato in affitto nel claustrofobico sottotetto di un palazzo, le cui scale lo costringevano a incrociare la padrona di casa residente al piano inferiore, il Raskol’nikov di Delitto e castigo (1866) non avrebbe mai ucciso la vecchia usuraia a colpi d’accetta. Allo stesso modo le peripezie lavorative e sentimentali di Octave Mouret avrebbero poca ragion d’essere senza il calderone residenziale di rue de Choiseul, di cui in Pot-Bouille (1882) Zola, tra i primi a sfruttare appieno il potenziale narrativo del palazzo, passa in rassegna appartamenti e inquilini con la puntigliosità di un amministratore condominiale. Man mano che il mondo si affolla e si urbanizza e l’avanzata delle città verticali fa indietreggiare i mari in tempesta di Conrad e le campagne in cui il conte Tolstoj ambientava le sue scene di caccia, anche lo spazio letterario si contrae. Le distese d’erba diventano strati di moquette. Le scene di guerra si convertono in liti sul pianerottolo. E il cannocchiale del nostromo è rimpiazzato dallo spioncino sulla porta dei dirimpettai.