Voler bene a Primo Levi 

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L’11 aprile del 1987 Primo Levi viene trovato morto al piano terra della sua casa di Torino. Si è suicidato, dicono, gettandosi dalle scale. Ma la portinaia riferisce che quel giorno Levi, seppur stanco, era apparso cordiale come sempre (e come in ogni suo testo, diremmo da lettori). Un amico pure, il lunedì successivo avrebbe ricevuto una lettera scritta da una persona in apparenza tutt’altro che intenzionata a togliersi la vita. Potrebbero essere state le vertigini, allora, di cui lo scrittore e chimico torinese soffriva. Ma a quanto pare Levi soffriva anche di depressione, sin da ragazzo, e da qualche tempo aveva dovuto sospendere i farmaci per via di un intervento chirurgico. Non può essere un caso, allora, che avesse da poco rifiutato la presidenza di Einaudi, e che pare non riuscisse più a scrivere…

La biografia di un poeta è nella sua opera, ha detto qualcuno. E nelle sue opere minori soprattutto, aggiungo io: non è propriamente il caso di Primo Levi, forse, ma lì ci sono le tracce dell’uomo, spellate dalle manie di grandezza dell’artista.

I teorici dello Stato islamico e Primo Levi

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Quando diciamo che ci sono testi senza tempo, riflessioni valide per ogni stagione, pensiamo a Primo Levi e ai suoi libri. Questo articolo di Alessandro Leogrande, originariamente uscito su Lo straniero, rimetteva in circolo il messaggio di Levi a partire da un curioso cortocircuito: un saggio di Dabiq, la rivista dello Stato islamico, intitolato L’estinzione della zona grigia.

Per capire il fascino esercitato dai jihadisti dello Stato islamico su molti ragazzi che dal Nord Africa all’Europa al Medio Oriente ingrossano le sue file, è importante leggere i loro testi. Non solo vedere i loro filmati di propaganda, l’ostentazione delle morte e delle bandiere nere, i richiami alla guerra santa contro gli infedeli, ma leggere proprio i loro scritti, le loro riflessioni, la loro visione del mondo.

Il terrorismo spiegato ai nostri figli. Intervista a Tahar Ben Jelloun

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di Matteo Cavezzali

Intenso narratore e saggista, Tahar Ben Jelloun è uno degli intellettuali nordafricani che negli anni si è fatto meno scrupoli prendere posizioni nette nel dibattito europeo sul rapporto tra terrorismo e Islam. Vincitore del premio Goncurt nel 1987 con La Nuit sacrée lo scrittore marocchino residente a Parigi è oggi considerato una delle voci più autorevoli del mondo islamico in occidente.

In questi giorni è uscito il suo ultimo libro “Il terrorismo spiegato ai nostri figli”  (La Nave di Teseo), presentato per la prima volta in Italia a Ravenna per l’anteprima di ScrittuRa Festival.

Qual è secondo lei il luogo comune più pericoloso legato al terrorismo di matrice islamica?

«È l’amalgama tra una religione, l’islam, e il terrore che diffonde lo pseudo “Stato Islamico”. Le persone non distinguono tra una civiltà e la barbarie che utilizza l’islam per fini politici».

“La forma delle rovine”, complotti come opere d’arte collettive

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Emanuele Trevi

Sarà capitato a tutti ascoltare qualche immonda solfa dietrologica sull’11 settembre. Confesso che, pur trovando in genere divertente e addirittura poetica la follia umana, quella storia della CIA che riempie di esplosivo le Torri Gemelle, senza che nessuno se ne accorga, ha il potere di mandarmi in bestia.

Il mai troppo compianto Umberto Eco coniò una definizione perfetta di questo tipo di fissazioni: il «pensiero pirla». Possiamo riderne, ma ci vedo anche un risvolto tragico e ripugnante. Anche in queste forme di imbecillità tutto sommato innocue, sembra realizzarsi l’incubo di Primo Levi: che nessuno creda più ad Auschwitz. È dunque con grande empatia che ho gustato la scena in cui il protagonista della Forma delle rovine di Juan Gabriel Vásquez rompe il naso a un tipico esponente dello peudo-pensiero paranoico, tirandogli un bicchiere in faccia. Ma siamo solo all’inizio del lungo romanzo dello scrittore colombiano, nato nel 1973 e già noto in Italia per altri libri, tra i quali va ricordato almeno Il rumore delle cose che cadono.

La strategia della farfalla di Marco Belpoliti

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Questa recensione è uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Giacomo Giossi

Si susseguono ormai con puntuale sadismo allarmi ed emergenze, annunci di nuove crisi e ribaltamenti di scenari politici. Quello che eravamo abituati a definire, sostanzialmente dalla fine della seconda guerra mondiale, come Sistema, oggi pare ormai incapace non solo di rigenerarsi, ma ancor meno di tenere una posizione ferma attorno a quei principi che fino a pochi anni fa erano ritenuti fondanti delle nostre comunità.

La precarietà delle nostre esistenze, che per certi versi a lungo è stata occultata da un’organizzazione di Stato e di Mercato, ora è davanti ai nostri occhi con tutta la sua crudezza, antecedendo ogni altro problema seppur fondamentale.

Anna Frank: una belieber. O della Pop Shoah

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Avete presente cosa ha scritto Justin Bieber su facebook dopo la visita alla casa di Anna Frank, ad Amsterdam? Vi ricordate i manifesti pubblicitari del film Anita B dove Eichmann veniva accostato a un concorrente di X Factor? Avete mai visto la riduzione del cappottino rosso di Spielberg a artificio grafico nelle foto ricordo?

Le letture di James Franco, adesso

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Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d’ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I’ll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest’ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d’ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I’ll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest’ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.

Un pomeriggio con Vittorini

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Certi momenti, in libreria per Chiarelettere, racconta alcuni tra gli incontri più decisivi avuti da Andrea Camilleri nel corso della sua vita. Tra gli altri, lo scrittore siciliano ricorda Primo Levi, Benedetto Croce, Pier Paolo Pasolini, Carlo Emilio Gadda. Di seguito pubblichiamo l’estratto in cui Camilleri descrive una giornata passata con Elio Vittorini. Ringraziamo l’autore e l’editore (fonte immagine).

di Andrea Camilleri

Nel 1945 Elio Vittorini fondò a Milano la rivista «Il Politecnico» che si occupava di letteratura, arte e problemi sociologici. La rivista settimanale, formato lenzuolo, ebbe quasi immediatamente uno strepitoso successo: era edita da Giulio Einaudi e nelle sue pagine i nomi dei collaboratori erano di altissimo prestigio.

Signori, ecco un insegnante!

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Oggi esce per Ediesse Un’altra scuola. Diario verosimile di un anno scolastico di Giovanni Accardo, nella collana Carta Bianca diretta da Angelo Ferracuti. A seguire la prefazione di Eraldo Affinati.

di Eraldo Affinati

Conosco Giovanni Accardo da tanti anni. Mi ha sempre colpito la sua profonda dimensione etica che in questo diario scolastico assomiglia a un diamante prezioso. Lo scenario rappresenta una cellula di vibrante passione partecipativa: un liceo di Bolzano. Un luogo dove si consegna il testimone della tradizione, si formano le coscienze dei futuri cittadini e, se possibile, si impara a diventare adulti.

Un curriculum a modo tuo (biografia arborescente di un aspirante intellettuale)

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Questo pezzo è stato pubblicato sull’ultimo numero della rivista aut aut dedicato al lavoro intellettuale, curato da Massimiliano Nicoli e Dario Gentili. (Immagine: Monument Valley)

Hai diciannove anni e un vago riflesso edipico, una fragile coscienza politica, un insensibile moto generazionale ti spingono a pensare che no, non hai nessuna voglia di entrare nel ciclo produttivo del “capitalismo occidentale”. La tua posizione è altrove, a margine, leggermente decentrata rispetto al “sistema”. Lo senti: il tuo posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale.