Ritrovare l’oggetto perduto: una conversazione con Fabrizio Gifuni

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di Nicola Lagioia Questa conversazione è uscita su La Repubblica, che ringraziamo. Fabrizio Gifuni è uno degli attori più interessanti in cui è possibile imbattersi oggi andando a teatro. Chi l’ha visto lavorare su Gadda e Pasolini, su Camus e Primo Levi, su Cortázar e Bolaño sa che questo cinquantatreenne romano con ascendenze siciliane e […]

La chiave a stella di Giorgio Poi

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di Simone Tribuzio (foto di Fabio Mores)

“Scrivere, per me, è disegnare, unire le linee in modo che diventino scrittura, o disunirle in modo che la scrittura diventi disegno”
Jean Cocteau

Il prossimo 31 luglio si festeggeranno i cento anni dalla nascita di Primo Levi: partigiano, chimico e scrittore. Universalmente conosciuto per il suo impegno nel raccontare, attraverso diari e opere di enorme rilevanza letteraria, l’esperienza vissuta nei campi di concentramento di Auschwitz.

Con La chiave a stella cambiò direzione: fu infatti il primo romanzo di fiction dello scrittore torinese, che si inserì subito nel filone della letteratura industriale, e con il quale vinse il Premio Strega nel 1979.

Con Fa niente (Bomba dischi, 2017), Giorgio Poi, cantautore nato a Novara ma dall’animo cosmopolita, si era buttato in un calderone riempito di tropicalismi e di sonorità più mediterranee.

La memoria non ha nome. Su “Ricordi?” di Valerio Mieli

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Viviamo in un’orgia retorica di memoria a comando, con giorni dedicati e qualche ipocrisia. In questa pappa indistinta, Ricordi?, il film di Valerio Mieli – che al netto di traversie produttive, di altri film iniziati e non portati a termine, è solo l’opera seconda, a dieci anni da Dieci inverni, che pure convinse e si portò a casa un David di Donatello – è un balsamo, ma è anche la cura per un problema annoso come quello dell’ingiunzione a ricordare. Già il punto di domanda, l’espressione delicata di incertezza che il titolo sceglie, è un punto che va indagato.

La prefazione di Primo Levi a “Se questo è un uomo”

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In occasione del Giorno della Memoria, pubblichiamo la prefazione di Primo Levi a “Se questo è un uomo” (Einaudi). *** Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che i governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo […]

Voler bene a Primo Levi 

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L’11 aprile del 1987 Primo Levi viene trovato morto al piano terra della sua casa di Torino. Si è suicidato, dicono, gettandosi dalle scale. Ma la portinaia riferisce che quel giorno Levi, seppur stanco, era apparso cordiale come sempre (e come in ogni suo testo, diremmo da lettori). Un amico pure, il lunedì successivo avrebbe ricevuto una lettera scritta da una persona in apparenza tutt’altro che intenzionata a togliersi la vita. Potrebbero essere state le vertigini, allora, di cui lo scrittore e chimico torinese soffriva. Ma a quanto pare Levi soffriva anche di depressione, sin da ragazzo, e da qualche tempo aveva dovuto sospendere i farmaci per via di un intervento chirurgico. Non può essere un caso, allora, che avesse da poco rifiutato la presidenza di Einaudi, e che pare non riuscisse più a scrivere…

La biografia di un poeta è nella sua opera, ha detto qualcuno. E nelle sue opere minori soprattutto, aggiungo io: non è propriamente il caso di Primo Levi, forse, ma lì ci sono le tracce dell’uomo, spellate dalle manie di grandezza dell’artista.

I teorici dello Stato islamico e Primo Levi

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Quando diciamo che ci sono testi senza tempo, riflessioni valide per ogni stagione, pensiamo a Primo Levi e ai suoi libri. Questo articolo di Alessandro Leogrande, originariamente uscito su Lo straniero, rimetteva in circolo il messaggio di Levi a partire da un curioso cortocircuito: un saggio di Dabiq, la rivista dello Stato islamico, intitolato L’estinzione della zona grigia.

Per capire il fascino esercitato dai jihadisti dello Stato islamico su molti ragazzi che dal Nord Africa all’Europa al Medio Oriente ingrossano le sue file, è importante leggere i loro testi. Non solo vedere i loro filmati di propaganda, l’ostentazione delle morte e delle bandiere nere, i richiami alla guerra santa contro gli infedeli, ma leggere proprio i loro scritti, le loro riflessioni, la loro visione del mondo.

Il terrorismo spiegato ai nostri figli. Intervista a Tahar Ben Jelloun

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di Matteo Cavezzali

Intenso narratore e saggista, Tahar Ben Jelloun è uno degli intellettuali nordafricani che negli anni si è fatto meno scrupoli prendere posizioni nette nel dibattito europeo sul rapporto tra terrorismo e Islam. Vincitore del premio Goncurt nel 1987 con La Nuit sacrée lo scrittore marocchino residente a Parigi è oggi considerato una delle voci più autorevoli del mondo islamico in occidente.

In questi giorni è uscito il suo ultimo libro “Il terrorismo spiegato ai nostri figli”  (La Nave di Teseo), presentato per la prima volta in Italia a Ravenna per l’anteprima di ScrittuRa Festival.

Qual è secondo lei il luogo comune più pericoloso legato al terrorismo di matrice islamica?

«È l’amalgama tra una religione, l’islam, e il terrore che diffonde lo pseudo “Stato Islamico”. Le persone non distinguono tra una civiltà e la barbarie che utilizza l’islam per fini politici».

“La forma delle rovine”, complotti come opere d’arte collettive

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Emanuele Trevi

Sarà capitato a tutti ascoltare qualche immonda solfa dietrologica sull’11 settembre. Confesso che, pur trovando in genere divertente e addirittura poetica la follia umana, quella storia della CIA che riempie di esplosivo le Torri Gemelle, senza che nessuno se ne accorga, ha il potere di mandarmi in bestia.

Il mai troppo compianto Umberto Eco coniò una definizione perfetta di questo tipo di fissazioni: il «pensiero pirla». Possiamo riderne, ma ci vedo anche un risvolto tragico e ripugnante. Anche in queste forme di imbecillità tutto sommato innocue, sembra realizzarsi l’incubo di Primo Levi: che nessuno creda più ad Auschwitz. È dunque con grande empatia che ho gustato la scena in cui il protagonista della Forma delle rovine di Juan Gabriel Vásquez rompe il naso a un tipico esponente dello peudo-pensiero paranoico, tirandogli un bicchiere in faccia. Ma siamo solo all’inizio del lungo romanzo dello scrittore colombiano, nato nel 1973 e già noto in Italia per altri libri, tra i quali va ricordato almeno Il rumore delle cose che cadono.

La strategia della farfalla di Marco Belpoliti

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Questa recensione è uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Giacomo Giossi

Si susseguono ormai con puntuale sadismo allarmi ed emergenze, annunci di nuove crisi e ribaltamenti di scenari politici. Quello che eravamo abituati a definire, sostanzialmente dalla fine della seconda guerra mondiale, come Sistema, oggi pare ormai incapace non solo di rigenerarsi, ma ancor meno di tenere una posizione ferma attorno a quei principi che fino a pochi anni fa erano ritenuti fondanti delle nostre comunità.

La precarietà delle nostre esistenze, che per certi versi a lungo è stata occultata da un’organizzazione di Stato e di Mercato, ora è davanti ai nostri occhi con tutta la sua crudezza, antecedendo ogni altro problema seppur fondamentale.

Anna Frank: una belieber. O della Pop Shoah

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Avete presente cosa ha scritto Justin Bieber su facebook dopo la visita alla casa di Anna Frank, ad Amsterdam? Vi ricordate i manifesti pubblicitari del film Anita B dove Eichmann veniva accostato a un concorrente di X Factor? Avete mai visto la riduzione del cappottino rosso di Spielberg a artificio grafico nelle foto ricordo?