Un Tarantino nel palazzo di Siddharta

Django Unchained movie still

Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Per capire – oltre le ragioni dell’istinto – perché Django Unchained, ultimo film di Quentin Tarantino, unisca alla piacevole visione (come per ogni opera dell’autore di Pulp Fiction, ritmo dialoghi colonna sonora fotografia e incastri narrativi esplorano molto bene – come avrebbe detto Carmelo Bene – tutti i doveri del talento a dispetto delle umili possibilità del genio) la sensazione di una inutilità ormai storica, si può giocare a contrario la sua stessa partita, evocando qualcosa di solo apparentemente estraneo, allo scopo di assimilarlo e usarlo come chiave di volta. Per farlo, bisogna tornare ai mesi compresi tra 1991 e 1992.

Nel 1992 esce Le iene. Ma pochi mesi prima, il mondo del pop che ha ancora la musica come epicentro registra un terremoto (o meglio una sua reificazione) di cui si continua a parlare ancora oggi: Nevermind dei Nirvana. Non solo un album di rock alternativo sconquassa dopo tanto tempo il mercato musicale e le abitudini dei suoi fan, ma, per la prima volta, MTV inizia a trasmettere in modo compulsivo qualcosa che fino a quel momento era sembrato destinato solo ai circuiti marginali. La stessa cosa quell’anno accadrà a un altro gruppo musicale alternativo, i R.E.M.

Revolution nein. La narrazione come macchina del tempo

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Pubblichiamo un testo di Alessandro Romeo sulle narrazioni reticolari.

di Alessandro Romeo

L’evento che durante gli anni zero ha riappacificato, almeno sotto il profilo estetico e per un totale di circa sette ore, la generazione degli adolescenti dinoccolati di allora e quella dei propri genitori imbolsiti, è stata l’uscita nelle sale dei primi tre episodi di Star Wars, prequel dei tre episodi usciti negli anni Settanta.

La particolarità del prequel è quella di conoscerne il finale. Ciò che conta, diversamente dal solito, non è come andrà a finire la storia ma come si arriverà all’esito che già conosciamo. Tutto, nei prequel, concorre a costituire le premesse della storia vera e propria, quella in cui ci siamo identificati tempo prima e che ha dato inizio a tutto. È una bella sensazione. Non solo perché regala la facile illusione di poter prevedere il corso degli eventi – con conseguente, ovvio, cortocircuito derivato dal fatto che il futuro di quello che hai visto nel prequel è già stato visto nel passato -, ma anche per la capacità di dare spessore al rapporto che si è venuto a creare tra noi e i personaggi.

Il valore delle storie. Serie tv ed esperienza contemporanea

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Narrazioni di ogni genere e tipo: come già scriveva Raymond Williams, l’uomo non ha mai visto (e sentito, e letto) tante storie quanto nell’età contemporanea. Ma si tratta sempre delle stesse storie? E queste svolgono le stesse funzioni, hanno le stesse implicazioni, fissate da Aristotele in avanti? Per certi versi, sì. A ben guardare, però, negli ultimi anni, il cinema e la serialità ne hanno cambiato in parte la natura. E la visione, non più guadagno di esperienza, lascia spazio al disincanto. Pubblichiamo un articolo di Federico Di Chio uscito sull’ultimo numero della rivista «Link».

di Federico Di Chio

In uno dei suoi scritti, Walter Benjamin annota con una certa sorpresa il fatto che alcuni reduci della prima guerra mondiale, una volta tornati a casa, non riuscissero a raccontare – cioè non volessero o non potessero raccontare – nulla di quanto vissuto. Lo stesso succede all’inizio di Heimat, la lunga opera di Edgar Reitz: un giovane torna a casa dal fronte (siamo alle soglie del 1919); è muto e resterà muto per molto tempo. Ancora: in Shoah (1985), di Claude Lanzmann (opera monumentale, costruita a partire da oltre 350 ore di interviste a superstiti dei campi di concentramento nazisti e testimoni diretti) troviamo una galleria infinita di individui incapaci di raccontare, titubanti, reticenti, sopraffatti dall’emozione, bloccati da uno choc mai assorbito. Ci sono cose, insomma, (vissuti, esperienze) che proprio non riusciamo a raccontare. Perché non le abbiamo “metabolizzate”, “elaborate” (per dirla con Freud), “ri-figurate” (Ricoeur).