Rompere i giochi

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di Cinzia Bigliosi

Nel suo Inglourious basterds (2009), Quentin Tarantino aveva dato un saggio superlativo del proprio pensiero estetico riguardo al potere taumaturgico dell’arte (cinematografica). Con immaginazione utopica, aveva infatti rovesciato uno degli epiloghi più drammatici del passato dell’uomo. Regalando ai suoi spettatori una fantastoria, alternativa e consolatoria, il finale manipolava quelle che, nella realtà, sono stati i falliti attentati alla vita dei più alti capi nazisti, tra cui Hitler.

Nel film, infatti, invece di cavarsela, almeno per il momento, i criminali finivano prima crivellati, poi letteralmente fritti (o, come dice oggi il personaggio interpretato da Di Caprio in Once upon a time in… Hollywood, “crauti flambé”). Chiusi in una sontuosa sala cinematografica, esalavano il loro ultimo respiro, bruciati dalle fiamme purificatrici del giorno del giudizio, in una sequenza dai colori e fotografia sublimi e potenti, che ricordavano “la più grande opera d’arte possibile nell’intero cosmo,” come disse il compositore Stockhausen a proposito delle immagini degli attentati alle Torri Gemelle. Dallo schermo una risata seppelliva la platea nazista, prima che il palco esplodesse in un incendio catastrofico.

Chi ha paura di Quentin Tarantino?

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Dal nostro archivio, un pezzo di Antonia Conti apparso su minima&moralia il 6 febbraio 2016.

L’ottavo film esce con un numero nel titolo a contrassegnarne l’evidenza: The Hateful Eight. Sono 888 i posti a sedere messi a disposizione nello studio 5 di Cinecittà a Roma, dove il film è stato presentato in anteprima e resterà in programmazione per tutto il mese di febbraio, nella durata e nel formato (Ultra Panavision 70) voluti dal regista, Quentin Tarantino, l’unico a Hollywood a cui ogni vezzo – se solo di un vezzo si trattasse – è concesso. Solo al regista di Pulp Fiction è permessa la credibilità e accordato l’arrischio di un western di oltre tre ore, che senza avere il baricentro dritto e l’incedere epico di Django Unchained, riesce a imporsi in tutta la sua consapevolezza e magniloquenza cinematografica.

Paterson. L’America di Jim Jarmusch

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«It’s a sad and beautiful world» diceva Roberto Benigni in una notte spettrale a New Orleans, dopo aver pescato la frase in un taccuino misterioso. Era il 1986. Ed era, ovviamente, Daunbailò. Trent’anni dopo, quella battuta pronunciata in un inglese stentato sembra racchiudere ancora il senso del cinema di Jim Jarmusch, tornato nelle sale a fine dicembre con Paterson. Tredicesimo lungometraggio per il «regista più lento del mondo», come lo chiama l’amico Aki Kaurismaki, assai più prolifico di lui.

Salutato a Cannes come il vincitore morale del festival, insieme a Elle di Verhoeven (che poi si è rifatto ai Golden Globes), o addirittura come il più bel film di Jarmusch, Paterson è senza dubbio un film concepito in perfetto stile Jarmusch, quasi un manifesto, un compendio della sua poetica, ancora capace di opporsi al mainstream dilagante e di offrire un’immagine dell’America antitetica – perché ibrida, rarefatta, sfrangiata – a quella prodotta a L.A., «la centrale degli zombie».

It Follows indica la strada all’horror in crisi

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Se siete di quelli a cui piace lamentarsi delle malefatte dei distributori italiani e scrivere tweet polemici che comprendono le locuzioni “periferia dell’impero” e “se mi lasci ti cancello”, non dovreste farvi sfuggire l’occasione dell’uscita di It Follows per fare un po’ di esercizio di pubblica indignazione.

Distribuito in Italia con due anni di ritardo e mandato nelle sale a luglio come un gore balneare qualsiasi, nel 2014 il film di David Robert Mitchell è stato in realtà un piccolo evento cinematografico, ottimamente accolto a Cannes e acclamato dalla critica americana come uno degli horror più originali e interessanti degli ultimi tempi. Su Vulture David Edelstein intitolato la propria entusiastica recensione “Raramente ho avuto tanta paura quanto guardando It Follows” e sul Washington Post Micheal O’Sullivan ha scritto “It Follows è uno dei film più spaventosi che io abbia mai visto. E anche uno dei più belli”. Vice USA ha parlato del “miglior film horror da un bel pezzo” e lo ha paragonato a un ipotetico episodio di Hai paura del buio? diretto da John Carpenter.

L’altra faccia del supereroe in “Lo chiamavano Jeeg Robot”

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(Questo pezzo contiene spoiler del film)

È vero, i supereroi non avevano ancora trovato in Italia un’espressione così accreditata, e così intonata al profilo e alle contraddizioni del nostro paese. Ci aveva provato Salvatores con Il ragazzo invisibile un paio d’anni fa e vedremo se il sequel in produzione avrà più ispirazione e fortuna del primo capitolo. È vero anche che nessuno prima di Gabriele Mainetti aveva avuto l’ardire di calare a Roma una storia incentrata su essere umani che possiedono poteri sovrumani.

È vero, Lo chiamavano Jeeg Robot rappresenta qualcosa di diverso rispetto alla maggior parte del cinema prodotto in Italia; ma è vero anche che su un piano creativo il film deve moltissimo, forse troppo, a immaginari autoriali altri, immaginari molto diversi tra loro, che Mainetti assimila, centrifuga e rimette davanti agli occhi dello spettatore, senza crearne uno che sia autenticamente suo, solido e omogeneo, capace di corroborare l’originalità e le ambizioni delle premesse di partenza.

Effetti & scadenze: il pulp metropolitano di Giulio Questi

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di Matteo Moca

Giulio Questi, tra le altre cose regista, scrittore e partigiano, è morto nel 2014 all’età di 90 anni e forse appartiene a quel gruppo di persone che un po’ di notorietà in più l’avrebbero meritata; ma d’altronde non è dato sapere quali siano i meccanismi che portano a far raggiungere il traguardo della notorietà, né qui è interessante indagarli. No che non abbia mai ricevuto lodi, basti pensare alla citazione che Tarantino fa in Kill Bill Vol. 2 di un suo film, ma, in maniera assai brutale, poteva averne molte di più, sempre che a lui potesse interessare.

Regista, scrittore e partigiano si diceva, tutte e tre esperienze che segnano la sua produzione e che si intersecano tra loro: in ognuna delle sue opere, sia esso un film o un libro, si può essere certi che quel carattere di avvedutezza e correttezza verso la materia narrata sia al massimo livello, di modo che ci sia sempre una scrittura quasi letteraria nei suoi film e un movimento cinematografico nei suoi libri.

Essere David Foster Wallace?

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The End of The Tour è il nuovo film di James Ponsoldt che racconta i cinque giorni trascorsi dall’inviato di Rolling Stone David Lipsky in compagni di David Foster Wallace, nel 1996. Lipsky aveva trent’anni ed ebbe l’occasione di intervistare e conoscere approfonditamente Wallace, che ne aveva trentaquattro e stava completando il tour promozionale di Infinite Jest, l’ambiziosissimo e tentacolare romanzo di oltre mille pagine che lo avrebbe consacrato come lo scrittore americano più amato e frainteso della sua generazione.

The Pills, non si esce vivi dagli anni ’90

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di Mario Luongo

Prologo

“Io so tutto sull’occupazione giovanile, tutto! Bisogna inquadrare il problema da un punto di vista genealogico. Esempio: mamma e papà si sono spaccati il culo tutta la vita per mettere da parte un gruzzoletto, tu che fai? Approfittane, fatti mantenere, diamogli soddisfazione a questi genitori una volta tanto!”

Ad esporre questa teoria generazionale è Enzo, disoccupato orgoglioso e godereccio interpretato da un grande Valerio Mastandrea nel film del ’96 “Cresceranno i carciofi a Mimongo” diretto, sceneggiato e montato da Fulvio Ottaviano. Attraverso un bianco e nero che omaggia il primo “Clerks” di Kevin Smith, racconta le (dis)avventure di Sergio, laureato in agraria, tra colloqui surreali, guide pratiche per trovare lavoro e sbronze colossali. Mentre Sergio è determinato a trovare un impiego, il suo amico Enzo continua a godersi la vita da mantenuto, dando vita a siparietti e dialoghi esilaranti.

“Non so che farmene di tutti questi supereroi”: Intervista a Peter Bogdanovich

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Questo articolo è uscito sul Fatto quotidiano, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Peter Bogdanovich ha settantasei anni: “Wes Anderson, Quentin Tarantino e Noah Baumbach mi chiamano ‘nonnetto’. Gliel’ho concesso perché non mi dà nessun fastidio e perché in fondo e in superficie, i miei amici di oggi- affetti veri e costante fonte di ispirazione- sono loro. Quelli che avevo da ragazzo appartenevano a una generazione precedente: Orson Welles, Howard Hawks, James Stewart, John Huston. Tutti più grandi di me, più adulti, più vecchi. Tutti morti, purtroppo”. La voce roca, gli occhiali, il foulard. La vita romanzesca, la curiosità, i mestieri. Bogdanovich è stato attore, sceneggiatore, documentarista, giornalista, giocatore d’azzardo, Casanova, critico e regista di una ventina di film.

Quanto piace la guerra ai National Book Award

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di Matteo Bolzonella

Qualche mese fa, quando ho appreso la notizia che il National Book Award 2014 l’aveva vinto una raccolta di racconti sulla guerra in Iraq, sarò sincero, ho avuto paura. Ho avuto paura che il libro in questione potesse avvicinarsi allo spettro del banale,che potesse assomigliare ad un miscuglio ben scritto (si parla sempre e comunque di un vincitore dell’N.B.A.) di cliché alla American Sniper, proseguendo su una tradizione che fa del patriottismo vecchio stile americano e del lato umano del buon soldato statunitense costretto a malincuore ad obbedire agli ordini di superiori spietati, le sue teste d’ariete per far breccia nel cuore dello statunitense medio (e del botteghino medio).Timori del tutto immotivati, legati a sensazioni personali e forse dovuti a un po’ di malizioso pregiudizio, timori che mi hanno fatto rimandare la lettura di Redemployment fino all’uscita della traduzione italiana di Silvia Pareschi uscita per Einaudi lo scorso maggio.