Teorie, apostrofi e ippocentauri: i matti da inventare

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Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Simon Prades.)

Se ne stanno seduti al tavolino di un bar, impegnati a prendere appunti in un angolo in penombra, ogni tanto un’occhiata veloce alla porta d’ingresso – il nemico ci ascolta. Oppure in metropolitana, lo sguardo inchiodato a compulsare le pagine di un libro, la mano che traccia schemi sui bordi stropicciati, ogni segno un’abrasione. Al ritorno a casa si chiudono in una stanza e scrivono. Settimane, mesi, anni. A volte una vita intera per mettere insieme l’opera definitiva. A quel punto la spediscono a qualcuno che avrà il dovere di riconoscerla e di diffonderla. Negli archivi delle case editrici ci sono castelli di fogli pieni di intuizioni decisive, di rivelazioni ultime. Il senso del mondo – no, dell’intero universo – concentrato in un centinaio di pagine e miracolosamente rivelato ai nostri occhi.