La guerra di tutti. Intervista a Raffaele Alberto Ventura

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Pochi libri aiutano a comprendere il presente come La guerra di tutti di Raffaele Alberto Ventura.

Forse solo La società della performance di Maura Gancitano e Andrea Colamedici, affrontando la contemporaneità da un’angolazione diversa, offre la stessa mole di spunti e sentieri di riflessione.

Ventura, intellettuale da anni molto apprezzato per le sue riflessioni sul blog Eschaton, ha destato molto clamore col suo libro precedente, Teoria della classe disagiata (premiato anche da un ardito adattamento teatrale), un testo che ha mostrato le già note qualità dell’autore: una notevole erudizione, una spiccata capacità di analisi, una non comune libertà da schieramenti (post) ideologici.

La destituzione permanente. Un estratto da “La guerra di tutti”

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Raffaele Alberto Ventura La guerra di tutti, uscito per minimum fax. Ventura sarà ospite quest’oggi alle 16 da Fahrenheit su Radio 3 e presenterà il libro alle 20.30 presso la libreria Arcadia di Rovereto.

Da Anonymous al Movimento 5 Stelle, dalla maschera di Guy Fawkes ai gilet gialli, passando dagli indignados al popolo viola, dai forconi all’internazionale neonazionalista, il dibattito pubblico occidentale è stato occupato nell’ultimo decennio da forme di contestazione molto differenti che pure avevano qualcosa in comune: la vaghezza profonda delle loro rivendicazioni. Movimenti tenuti assieme dal rifiuto dello status quo e dal comune sconforto per un declassamento subito o anche soltanto temuto, ma composti da classi sociali differenti, culture politiche contrapposte e soprattutto interessi divergenti.

Mestieri inutili e crisi del capitalismo. Un dialogo con David Graeber

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Questo dialogo tra Raffaele Alberto Ventura e David Graeber è uscito sul numero di aprile di Linus, che ringraziamo.

Tu sostieni che al cuore del nostro sistema economico ci sono i mestieri del cazzo (bullshit jobs). Ovvero quei mestieri dai nomi altisonanti che sembrano non servire a nulla, dal consulente al product manager, anelli di una catena di operazioni di cui si fatica a vedere l’utilità. Al tempo della “classe disagiata”, si tratta di una condizione in cui si riconoscono molti lavoratori del terziario, una specie di vuoto di senso che ricorda la condizione dell’Amleto di Shakespeare…

La rivolta dei declassati

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di Federico D’Onofrio

La stagione della guerra (viene e va)

Dopo gli attacchi di Parigi, i giornali e molti commentatori hanno parlato di guerra. Lo stesso governo francese ha – forse un po’ impropriamente – chiesto l’assistenza degli altri membri dell’Unione Europea invocando l’articolo 42.7 del trattato di Lisbona, che regola, almeno nelle intenzioni originarie, la difesa comune in caso di invasione. Su Prismo, Raffaele Alberto Ventura ha invece invocato lo spettro della guerra civile, in Francia e più genericamente in Occidente. Non ha certamente torto, visto che il terrorismo ha proprio il compito di inasprire la divisioni di una comunità e portare, attraverso un meccanismo di attentati e rappresaglie, alla guerra civile. Ma è davvero la guerra (civile o esterna) la categoria utile per comprendere gli eventi di Parigi?

Quali maestri?

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Questo pezzo è uscito sul numero di Linus attualmente in edicola.

La domanda nasce come un gioco davanti a una vecchia pubblicità (apparsa su linus nel maggio 1976): chi può spiegarci, oggi,  “perché siamo diventati come siamo”? Chi potremmo metterci al posto di quei tre (Elio Vittorini, Alberto Moravia, Eugenio Montale)? e conduce fatalmente a interrogarsi sull’endemico senso di inferiorità che attraversa il nostro paesaggio culturale. Osservare quegli illustri scrittori prima ancora che uno sforzo d’intelligenza storica, di critica letteraria o militanza culturale, ha tutta l’aria di un esperimento emotivo. Come ci sentiamo, come vogliamo sentirci rispetto al nostro tempo?

Un casino immenso

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Questo pezzo è uscito sul numero di agosto di Linus. Ringraziamo gli autori e la testata.

di Valerio Mattioli e Raffaele Alberto Ventura

Alla fine era nell’aria: al di fuori dei canali che una volta avremmo detto tradizionali, e a fianco delle testate che per decenni sono servite come riferimento per il “dibattito politico-culturale” – qualunque significato decidiate di dare alla famigerata formula – si è sviluppata negli ultimi anni una… come vogliamo chiamarla? New wave dell’opinionismo da terza pagina? Giovane scena intellettual-letteraria? Nuova generazione del giornalismo più o meno critico, più o meno militante?

La sorte di Ivan Illich: inventario dopo la catastrofe. Un dialogo tra Leonardo Caffo e Raffaele Alberto Ventura

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Raffaele Alberto Ventura

Caro Leonardo, io inizierei con una domanda: perché noi due ci troviamo qui a dialogare su Ivan Illich? Vogliamo riesumare un autore passato di moda, un ferrovecchio della controcultura degli anni Settanta, oppure al contrario ci accingiamo a salire sul carro di coloro che oggi ancora ne celebrano il culto? Personalmente se penso all’uso che del suo pensiero fanno i sostenitori della “decrescita serena”, mi vengono i brividi. E capisco che, alla luce di questa tradizione interpretativa, per molti Illich sia semplicemente una specie di santone hippie chic che predicava l’austerità e il ritorno alle tradizioni. Si inizia con la convivialità e si finisce a tavola con Carlo Petrini! O nella migliore delle ipotesi, a fare le biciclettate collettive con i ragazzi di Critical Mass.

Che cosa abbiamo fatto per meritarci Diego Fusaro?

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di Raffaele Alberto Ventura In principio era un sito Internet intitolato “La filosofia e i suoi eroi”. Nei primi anni Duemila, chi cercasse in rete informazioni su Platone o Aristotele poteva facilmente imbattersi in queste pagine redatte da uno studente torinese di nome Diego Fusaro. Il sito era una galleria di santini animata da una […]

Mister Bombastium. Sulla vaghezza nel grillismo

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Riprendiamo questa riflessione uscita sul blog di Raffaele Alberto Ventura.

Post suffragium omne animal perplexe. Per una settimana mi sono chiuso nel silenzio — con qualche concessione ai bons mots su facebook — poi d’un tratto mi si è accesa una lampadina sopra la testa. E ho cominciato a capire: il movimento di Beppe Grillo è l’equivalente politico del Bombastium.

Bisogna tornare ai classici, e in particolare alla storia Zio Paperone e il tesoro sottozero firmata da Carl Barks nel 1957. Entrato per caso in una sala d’aste, il multimiliardario paperopolese acquista una palla di Bombastium, un misterioso elemento ambito dai servizi segreti brutopiani, ovvero sovietici. In mezzo a mille peripezie, da Paperopoli fino al Polo Nord, i nipotini scopriranno per caso che il Bombastium è una specie di grosso gelato con una caratteristica specialissima: ogni volta che lo si assaggia, esso ha un sapore differente. Ma prima di capire che la “semiosi infinita”, per così dire, è una caratteristica sostanziale del Bombastium, Qui Quo e Qua perdono tempo a bisticciare sul vero sapore del gelatone: Fragola! Ma vaffanculo, è cioccolato! Sei un morto vivente, è vaniglia!

Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 9

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Pubblichiamo l’ultima parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti. Qui la versione completa in ebook.

Paradossalmente per un uomo che tanto avversò il proprio tempo, Guy Debord non fu mai critico del Sessantotto. Anzi restò, fino alla fine della vita, fedele a quell’evento: appunto perché solo come evento — effimero, spontaneo, festoso e violento — era capace di concepire la rivoluzione. Il grande sciopero generale, iniziato il 13 maggio 1968 e protratto da alcuni ai primi giorni di giugno, era per Debord l’utopia finalmente realizzata. Un’epica vittoria contro lo Stato, i partiti, i sindacati e tutta la sinistra. Quello sciopero, Debord lo protrasse per tutta la vita: un lunghissimo Sessantotto finanziato prima dal proprio capitale e poi dal mecenate Lebovici. Durò meno la «ricreazione» degli operai e degli studenti, come la chiamò il generale De Gaulle: e presto tornarono al lavoro.