Il canone (americano) di Harold Bloom

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di parlare del Sublime, tema molto caro al vetusto e controverso principe dei critici Harold Bloom, bisogna dar conto di qualche mediocrità. L’anno scorso, appena uscito negli Stati Uniti il suo The Daemon Knows: Literary Greatness and the American Sublime, è partita la solita zuffa. Tagliando e incollando qualche riga estrapolata dal ponderoso tomo, Vanity Fair ha presentato i dodici autori americani che a parere di Bloom incarnano «lo sforzo incessante di trascendere l’uomo senza rinunciare all’umanesimo»: Whitman, Hawthorne, Melville e compagnia di defunti maschi bianchi (con l’eccezione di Emily Dickinson).

Il rifiuto della american way of life. Intervista a Arthur Hoyle, biografo di Henry Miller

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Anais Nin e Henry Miller.)

di Alberto Sebastiani

Un giorno, erano gli anni 90, il documentarista Arthur Hoyle sta curiosando in una libreria, in California, e gli capita in mano Come un colibrì di Henry Miller. Conosceva lo scrittore solo di nome, soprattutto come autore di Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno, ma non l’aveva mai letto. «Devo leggerlo», si dice, e rimane colpito da quella voce, «dalla sua sincerità, semplicità e dal suo essere estremamente diretta». Ricorda che era come se gli parlasse in modo intimo, e in fondo la biografia uscita nel 2014 negli Usa, Henry Miller Unknown (subito tradotta in Italia da Odoya col titolo ridotto a Henry Miller), nasce da quell’incontro, per dar corpo a quella voce. Nasce attraverso letture di studi e biografie, interviste alla terza moglie Janina Lepska, ma soprattutto da centinaia di lettere conservate in fondi di università americane, in larga parte inedite come tanti diari di amici e conoscenti o amanti dello scrittore. Leggendoli, Hoyle ha scritto una biografia che è un intreccio di voci, che va dal 1939, dalla fine del periodo parigino, alla morte di Miller, nel 1980. Un ritratto della maturità dello scrittore, tra vita professionale e sentimentale, progetti e difficoltà editoriali, scontri con la censura e difficoltà economiche, e una costante critica alla società americana, inseguendo una precisa idea di uomo e arte.

John Williams – Tra Melville e McCarthy

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

Sperduta nel Kansas, Butcher’s Crossing nel 1870 è una manciata di baracche di legno tagliata in due da una strada sterrata. Maniscalco, barbiere, emporio, hotel, saloon e bordello costituiscono l’ossatura di questo villaggio, assieme all’uomo che sembra rappresentarne il futuro: J.D. McDonald, ricco commerciante in pelli di bisonte.

È proprio di McDonald che è in cerca William Andrews, ventenne studente dell’est, quando un mattino di primavera scende dalla diligenza che lo ha accompagnato nell’ultima tappa del suo lungo viaggio da Boston. Ha in tasca una lettera del padre, una specie di raccomandazione. Ma non cerca lavoro. Non scommette sul successo nel nuovo mondo. Ha lasciato Harvard per inseguire ben altro: qualcosa che ha a che fare con se stesso e con la sfida della natura.