Bruciare la letteratura: “Manaraga” di Vladimir Sorokin

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Sul fatto che l’epoca non sia – per dirla con Bruno Schulz – «geniale» non ci sono dubbi. Anche riuscire a considerarla «letteraria» è complicato. C’è semmai da temere, e molto fondatamente, che in un futuro, prossimo o remoto che sia, venga ricordata come «culinaria», vale a dire il tempo in cui gli chef divennero stelle polari, il talento aveva il suono metallico di pentole e padelle e l’epos giaceva in ciotole colme di intingoli aromatizzati al timo, si diluiva nei soffritti più sofisticati, annegava nei brodetti.

Quante volte è successa la fine del mondo?

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La fine del mondo è successa un mucchio di volte, e siamo ancora qui a parlarne ogni tanto e per fortuna a parlare anche d’altro.
Il modo più strano in cui è avvenuta è forse quello raccontato da Douglas Adams in Guida galattica per autostoppisti: la Terra, che è una delle regioni più periferiche, insignificanti e soprattutto inconsapevoli e ignoranti di un grande impero interstellare (non sa nemmeno di far parte di un impero interstellare, figuriamoci!), deve essere asfaltata per costruire una superstrada interspaziale che attraversi in lungo e in largo il sistema solare.

La distruzione del Pianeta nella Guida galattica avviene per contrappasso: la Terra viene abbattuta con la stessa noncuranza con cui gli uffici comunali di una città (di provincia?), poco prima che succeda l’apocalisse, si accingono a radere al suolo la casa di Arthur Dent (uno dei protagonisti del romanzo) perché in quel punto deve passarci una tangenziale. Ad eseguire l’ordine di abbattimento della casa di Dent quel giorno c’è il signor L. Prosser, che alla domanda sul perché vada fatta una tangenziale, e proprio nel punto in cui sorge la casa di Arthur, risponde: «Perché mai andrebbe fatta? È una tangenziale e le tangenziali sono necessarie».

Identità molteplici. “Appartenersi” di Karim Miské

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Questa intervista è stata realizzata all’ultimo Salone del libro di Torino (fonte immagine).

Karim Miské non ha sostituito l’appartenenza all’essere. Regista di documentari e scrittore, nelle pagine dense di Appartenersi (Fazi, 96 pagine, 15 euro) racconta una conquista faticosa, dolorosa e feconda: ostinarsi a rifiutare quel posto di bastardo che il nonno francese, prima della società, gli assegnò.

Tutti pensavano che si fosse abituato alla figlia insieme a quell’arabo. All’ultima curva della vita invece scaricò sul nipote quella parola, bastardo, che secca negava quell’unione e la dote di un amore bicolore.

Miské, classe 1964, è nato ad Abidjan; padre mauritano, diplomatico, musulmano e madre francese, atea, femminista e militante comunista. È cresciuto a Parigi, per poi trasferirsi a Dakar per gli studi di giornalismo. Lui, affetto da una sana impossibilità di aderire, si è addossato il peso della differenza, tenendolo alla giusta distanza. Se Arab Jazz è il romanzo poliziesco d’esordio che l’ha fatto conoscere, Appartenersi sfugge a una classificazione univoca: è saggio di alta qualità, memoir intenso, nonché testimonianza politica.

Walter Tevis: la scrittura come cura

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Pubblichiamo la prefazione di Goffredo Fofi a Solo il mimo canta al limitare del bosco, romanzo di Walter Tevis in libreria per minimum fax con una nota di Jonathan Lethem (traduzione di Roberta Rambelli) ringraziando l’autore e l’editore. di Goffredo Fofi Non sono pochi gli autori di romanzi di genere che hanno scritto per sfogare […]

#onebook

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La scomparsa di certi libri mi preoccupa. Mi preoccupa così tanto che ci sono giorni che vado a comprare classici che non avrò mai tempo di leggere o che ho già letto perché così magari le librerie vedono che vendono e non li eliminano dagli scaffali. E ci sono notti che me li sogno. Sogno i libri.

Questa mia preoccupazione per la scomparsa dei libri è cominciata un paio di mesi fa. È andata così: una mattina sono andata a vedere al cinema La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. In una delle prime scene del film, e poi anche più avanti, Adele legge La vie de Marianne di Marivaux. Finito il film sono uscita dal cinema e sono andata alla Feltrinelli più vicina a cercare La vie de Marianne di Marivaux. Negli scaffali Marivaux non c’era. Non c’era La Vie de Marianne, ma non c’era nemmeno Il trionfo dell’amore, che è un libro che quando l’ho letto ho amato moltissimo e ogni tanto ho anche regalato. Di Marivaux alla Feltrinelli non c’era proprio un bel niente. Ho chiesto al commesso. Ha cercato con me nello scaffale e niente. Poi è andato al computer, ha scritto Marivaux, e anche lì non è uscito fuori niente. Mi ha guardato e ha detto: Marivaux non c’è più. Ha aggiunto: si vede che non vendeva. Io da quel giorno penso spesso a Marivaux.

Vuoto totale. David Foster Wallace e internet

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Nella foto: un taccuino di David Foster Wallace. (Fonte immagine: The New Yorker.)

Lo scorso settembre Bret Easton Ellis ha definito più che pubblicamente – via Twitter – David Foster Wallace un impostore, marcando il proprio territorio in 140 caratteri. Come spesso capita, la notizia ha rimbalzato a destra e a sinistra per qualche giorno, poi si è affievolita in favore di una nuova micro-opinione che, magari, consentisse la replica della persona tirata in ballo. Il compianto Wallace è morto suicida nel 2008.

Molti si sono chiesti cosa avrebbe fatto se fosse stato vivo nel momento in cui Ellis decideva di sguainare la sua spada cinguettante – posto che David non avesse ancora dimostrato di essere il genio che viene considerato e che Bret non avesse trovato il modo di apprezzarlo. La risposta è semplice: assolutamente niente.

Revolution nein. La narrazione come macchina del tempo

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Pubblichiamo un testo di Alessandro Romeo sulle narrazioni reticolari.

di Alessandro Romeo

L’evento che durante gli anni zero ha riappacificato, almeno sotto il profilo estetico e per un totale di circa sette ore, la generazione degli adolescenti dinoccolati di allora e quella dei propri genitori imbolsiti, è stata l’uscita nelle sale dei primi tre episodi di Star Wars, prequel dei tre episodi usciti negli anni Settanta.

La particolarità del prequel è quella di conoscerne il finale. Ciò che conta, diversamente dal solito, non è come andrà a finire la storia ma come si arriverà all’esito che già conosciamo. Tutto, nei prequel, concorre a costituire le premesse della storia vera e propria, quella in cui ci siamo identificati tempo prima e che ha dato inizio a tutto. È una bella sensazione. Non solo perché regala la facile illusione di poter prevedere il corso degli eventi – con conseguente, ovvio, cortocircuito derivato dal fatto che il futuro di quello che hai visto nel prequel è già stato visto nel passato -, ma anche per la capacità di dare spessore al rapporto che si è venuto a creare tra noi e i personaggi.

Addio, Ray

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Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci, uscito sul «Messaggero», sulla morte di Ray Bradbury.

“Vorrei dirle una cosa adesso, una cosa che la gente non capisce. Io ricordo il parto di mia madre. Intendo quando sono nato. Ricordo quando ero nell’utero. Mi crede?” Aveva ottantotto anni, Ray Bradbury, quando lo intervistai. Ci mise un po’ prima di arrivare alla questione che riteneva più importante: la memoria prodigiosa a cui si stentava a credere. “Lo so che è rarissimo” mi disse “Ma sa, ho scoperto di essere nato a dieci mesi e non nove. Pare che questo faccia una grande differenza. Del resto, io ho memoria di molte altre cose fin dall’inizio. Per esempio ricordo di aver visto Il Gobbo di Notre Dame quando avevo tre anni. E anzi fu in quel momento che decisi di scrivere, benché poi abbia cominciato più tardi”. Di aneddoti, Bradbury ne raccontava in quantità. Era generoso. Non si risparmiava. Ripeteva “sono la totale memoria di tutto quello che ho amato” e sosteneva di aver amato moltissimo.