Amare, perdere e poi scrivere, da Salinger a Ernaux

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera (Nell’immagine Charlie Chaplin con Oona O’Neill).

Il cuore di Jerome D. Salinger collassa una mattina del 1943, quando il futuro autore del Giovane Holden sorprende uno dei suoi compagni d’esercito mentre legge l’ultimo numero di Life. Salinger è riuscito ad arruolarsi nel Dodicesimo reggimento fanteria e sta per essere spedito in Europa con mansioni di controspionaggio. Ha ventiquattro anni, brucia di passione per Oona O’Neill, aspirante attrice. Lei è deliziosa, magnetica, figlia dell’autore teatrale più celebrato d’America. Hanno passato mesi di idillio e Salinger la vuole sposare a tutti i costi.

Il paradiso degli animali di David James Poissant

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo. (Immagine: Pannello in opus sectile con tigre che assale un vitello, Musei Capitolini)

Il paradiso degli animali, prima raccolta di racconti di David James Poissant, americano, deve il suo titolo a un’omonima poesia di James L. Dickey. Riportata in calce all’edizione italiana del libro – tradotto con grande efficacia da Gioia Guerzoni per NNEditore – la poesia si chiude così: “Sotto l’albero/cadono/sconfitti/si rialzano/si rimettono in cammino”.

Quello che rimane di C.K. Williams

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di Mario Luongo

Wit – dal dizionario Collins
a) intelligenza
b) spirito, arguzia
c) persona arguta, bello spirito

C.K. Williams è morto poco più di un mese fa, il 15 settembre, nella sua casa di Hopewell, in New Jersey. Aveva 78 anni, era malato di mieloma multiplo. Negli USA se n’è parlato molto, anzi il giusto, mentre in Italia in pochi sembrano essersene accorti.

Lode al film perfetto e al film più imperfetto di Venezia 2015

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C’è un filo extratestuale che accomuna Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson e A Bigger Splash di Luca Guadagnino, quello di essere stati eletti al ruolo dei più “esposti”di un festival del cinema. Si è parlato di tutti i film del concorso Venezia 72, ma nessuno quanto questi è affiorato all’attenzione di critica e pubblico, determinando una equivalente suscettibilità di opinione. Due storie che guardano al privato, differenti per cifra narrativa, in cui il racconto si realizza in modo così personale, radicale nella forma, da risaltare agli occhi di chi guarda. Compiuto ed essenziale il film d’animazione di Kaufman/Johnson, accolto con consensi pressoché omogenei; magmatica e spezzata è invece l’opera di Guadagnino, che ha offerto il fianco a dissidi e malumori. Ma è anche in virtù di una risonanza mediatica – è mancato il film scandalo quest’anno, a qualcosa ci si doveva pur attaccare – che Guadagnino e Kaufman/Johnson sembrano stati gli unici a osservare le oscillazioni dell’intimo umano in maniera altrettanto diretta ed efficace. Dunque, esiste anche un filo testuale che lega A Bigger Splash ad Anomalisa: raccontare quanto possa essere complessa e stratificata l’elaborazione del desiderio; e mostrare come l’emotività umana possa inframmezzarsi, talvolta avvicendarsi, alla realtà, al punto da alterarne i connotati, da rifondarne la parvenza.

Dov’è Bill? Appunti su William T. Vollmann

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(fonte immagine)

di Marco Drago

William T. Vollmann per me è un bel problema, e non solo per me, sia chiaro. Lo è un po’ per tutti un bel problema, William T. Vollmann. Temo – è una battuta – che sia un bel problema anche per William T. Vollmann.

Sono in una inedita condizione di doppia lettura (o lettura parallela) di due suoi libri, Riding Toward Everywhere (2008) e Kissing the mask (2010). Il primo – per quel che ho capito, sono all’inizio – parla di lui che si unisce a tre tizi che passano il tempo prendendo passaggi dai treni merci. Passaggi illegali, ovviamente. Gente che, in piena notte, salta al volo su un lunghissimo treno di vagoni aperti carichi di tronchi appena tagliati e si fa tutta la California senza motivo. Train hoppers, quelli che un tempo si chiamavano hobos. Una specie di sottocultura con personaggi e mitologie interne che farebbero gioire Bob Dylan. È un libro breve, per essere stato scritto da William T. Vollmann (Bill da qui in avanti) e contiene 65 pagine di fotografie scattate da Bill durante i vagabondaggi. L’altro libro di Bill che sto leggendo, invece, l’ho quasi finito, è lunghissimo, e parla delle maschere del teatro noh giapponese. E di femminilità. E delle donne asiatiche (una fissa di Bill). E poi parla di tante di quelle cose che ci vorrebbe una tesi di laurea per cercare di sviscerarlo tutto.

Ti proibisco di scrivere di me. Intervista a Livia Manera Sambuy

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Come si diventa autorevoli? Cosa significa essere una “firma giornalistica”? Il giornalismo culturale è finito? «Forse sì – afferma Livia Manera Sambuy – ma qualcos’altro sta nascendo, veicolato dai social network, con mezzi minori e molta precarietà». “Non scrivere di me” (edito da Feltrinelli) è uno scrigno di tesori, ricco di aneddoti, di vita vissuta, in cui gli scrittori sono resi con vividezza grazie ad una grande quantità di virgolettati che rispecchiano anni di conversazioni e di rapporti più o meno intimi, resi con sincerità, oscillando da Richard Ford a Philip Roth, da Mavis Gallant a Karen Blixen, da James Purdy a David Foster Wallace, passando dalla sincera ammirazione allo sconforto per le attese umane, talvolta, deluse. Livia Manera Sambuy firma di punta del Corriere della Sera, ha scritto sempre di libri e cultura, girovaga per il mondo, scoprendo e segnalando numerosi scrittori e fra questi ha tradotto, poco più che ventenne, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver («la sua brevità è intraducibile in italiano, è letteratura alta con frasi brevi e parole semplici, con un ritmo da pugno nello stomaco») e anni dopo ha firmato due documentari su Philip Roth.

“Scarti” di Jonathan Miles: Conoscere il proprio destino prima di esserne travolti

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(fonte immagine)

Elwin Cross avrebbe adorato Max, il protagonista di Perché non ballate? il mio racconto preferito di Raymond Carver. Come lui, Elwin tenta disperatamente di liberarsi degli oggetti di casa sua, quelli che gli ricordano Maura, la donna che lo ha lasciato per un altro. In Perché non ballate? invece, apparentemente non sappiamo perché Max abbia portato nel giardino di fronte alla sua casa tutti i mobili e le cianfrusaglie che si prepara a svendere come vecchi rottami. A Carver, un maestro nell’arte dell’intuizione, basta farlo entrare in scena così:

Max arrivò lungo il marciapiedi con una busta del supermercato. Aveva panini, birra e whiskey. Era tutto il pomeriggio che beveva e ormai aveva raggiunto il punto in cui l’alcol che mandava giù sembrava cominciare a schiarirgli le idee. Ma c’erano anche dei momenti di vuoto. Si era fermato al bar vicino al supermercato, si era messo ad ascoltare una canzone al jukebox e, non sapeva come, si era fatto buio prima che si ricordasse delle cose fuori sul prato.

Ce lo descrive con pochissime semplici frasi, quelle sufficienti ad intuire la sua devastante malinconia. Per Max, come quasi tutti i personaggi di Carver, il destino è una scommessa, un punto interrogativo: non sappiamo cosa farà, oltre le pagine del racconto, dove andrà, come risanerà quella voragine che (intuiamo) lo schiaccia mentre, devastato dall’alcol e dalla tristezza, regala i suppellettili superstiti di una vecchia vita. Jonathan Miles invece, coi suoi figli è più generoso: non getta la stessa magica scia di mistero sulla loro sorte; tutt’altro, li incoraggia a lottare, a scegliere, a diventare concretamente gli artefici del proprio destino, una speranza che in Carver era ancora spesso e volentieri embrionale. È in questo scollamento cruciale che Carver e Miles si distanziano: il primo ha dato tutto perché i suoi potessero intuire che oltre la staccionata di un dramma (un amore finito, un lavoro perso, un incidente di percorso) ci fosse qualcosa ad aspettarli; il secondo gli offre una panoramica sulle reali possibilità che esistono perché questo qualcosa diventi afferrabile.

“Atti osceni in luogo privato”: intervista a Marco Missiroli

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Marco Missiroli è un romanziere senza più timori. Uno che non ha mai temuto il confronto con i grandi temi del romanzo europeo e americano. E che oggi, al quinto libro, dopo aver già sperimentato terreni spinosissimi e totali, come direbbe lui – tipo l’esistenza di Dio, il rapporto con il padre, il razzismo, la […]

Tiziana Lo Porto intervista James Franco

Steinbeck al cinema con James Franco In Dubious Battle

Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Tiziana Lo Porto a James Franco apparsa sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Questa intervista (parzialmente pubblicata sul Venerdì) avviene in due tempi. Il primo a Venezia, alla scorsa Biennale del Cinema, James Franco presenta L’urlo e il furore che ha diretto, io sono lì per intervistarlo. Il secondo tra Roma e Atlanta lo scorso marzo. Io a Roma, James Franco ad Atlanta a dirigere La battaglia di Steinbeck. Tra i due tempi traduco il suo ultimo romanzo, Il manifesto degli attori anonimi (esce oggi per Bompiani) e leggo una trentina di libri che mi consiglia lui negli scambi di email. Molto Nabokov, molta poesia. L’anno scorso a Broadway gli ho regalato Camera da letto di Attilio Bertolucci e una raccolta di poesie di Patrizia Cavalli. Amiamo i libri di poesia.

I

Primo tempo, settembre 2014 

Grazie per Faulkner. Se non dovevo fare quest’intervista forse lo non avrei mai letto. Ho letto Mentre morivo e L’urlo e il furore, e dopo che li ho letti ho anche capito perché in In stato di ebbrezza hai usato così tante voci. 

Esatto, hai assolutamente ragione. Quando ho scritto In stato di ebbrezza una delle maggiori influenze è stata Mentre morivo, e la struttura iniziale del libro prevedeva che ogni personaggio facesse riferimento a una morte che accadeva al centro del libro. Uno degli studenti moriva. Pensavo di costruirlo esattamente com’è costruito Mentre morivo, in modo che ognuno avesse la sua prospettiva di quella morte, di cosa significasse per lui.

La vita, l’amore e la famiglia secondo Richard Yates

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Il 3 febbraio 1926 nasceva Richard Yates. Pubblichiamo la prefazione di Francesco Longo a Sotto una buona stella (minimum fax). (Fonte immagine)

Granate che esplodono e porte che sbattono. Le pagine di Sotto una buona stella sono lacerate da due guerre. Quella combattuta dal giovane soldato americano Robert Prentice, che salpa dagli Stati Uniti per l’Europa, dove la seconda guerra mondiale è ormai quasi al tramonto, e quella che vede in trincea la madre di Robert, Alice Prentice, in perenne guerra con l’esistenza. Richard Yates le combatté entrambe: si arruolò nell’esercito e sbarcò in Europa, e patì i traumi privati dovuti prima al divorzio dei genitori – aveva solo tre anni – e poi alla crisi e al divorzio con la prima moglie. Questi dolori furono le porte da cui entrò la corrente gelida della tristezza che lo investì per il resto dei suoi giorni, e la sua vita divenne tanto amara che per mandarla giù servirono sempre moltissimi drink. L’unico vero analgesico fu la scrittura.