Tracce di Bene

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Dopo essere stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, questa sera debutta su Sky Arte il documentario di Giuseppe Sansonna su Carmelo Bene. Questo articolo è uscito su Robinson  – La Repubblica di Nicola Lagioia “Sono un anarchico. Sono fuori da ogni problema politico. Credo negli uomini, i cittadini mi fanno schifo. I ministeri mi fanno […]

Nessuna solidarietà per i giornali che chiudono?

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I giornali chiudono. Alle volte in modo velocissimo. Pubblico di Luca Telese per esempio ci ha messo poco più di tre mesi. Ha dilapidato 650.000 euro e lasciato un sacco di giornalisti a spasso – casse integrazioni ballerine – e almeno un centinaio di collaboratori non pagati. Anche Pagina 99 ha chiuso il quotidiano dopo un paio di mesi per reinventarsi come settimanale. Ha chiuso Terra: giornale ecologista, dal 2009 al 2011 era in edicola tutti i giorni, 16 pagine 1 euro, poi è diventato mensile, poi non è più uscito – i giornalisti, che avevano fatto istanza di fallimento, sono ancora in causa con l’azienda per il saldo degli arretrati e sono finiti tutti in cassa integrazione (il sito è completamente bianco con delle scrittine html un po’ malinconiche). Liberazione ha salutato i suoi lettori il 19 marzo scorso dopo aver provato a restringersi, rinnovarsi, uscire solo on line (sul sito, cristallizzato da quattro mesi, campeggiano un comunicato di Paolo Ferrero, una pubblicità dell’università telematica eCampus e un video sull’eredità di Chavez nel nuovo Venezuela). Il riformista ha chiuso definitivamente due anni fa; qualcuno che ci lavorò ancora spera nei soldi di un’onda lunghissima del liquidatore. Hanno chiuso la maggior parte delle edizioni locali dei quotiani nazionali. E le riviste, come XL. E i grandi e piccoli quotidiani dimagriscono, prepensionano, ondeggiano sull’orlo del precipizio, non assumono, licenziano, sopravvivono con la cassa integrazione a rotazione, abbassano i compensi a un livello talmente infimo che scarseggia persino l’ossigeno… Dal Foglio al manifesto, dal neonato Garantista alle corazzate Repubblica e Corriere.

La reazione sorpresa di un razionalista: Odifreddi dà le sue controrisposte nel merito delle questioni storiche

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Pochi minuti fa Piergiorgio Odifreddi ha postato un commento al post precedente di Christian Raimo che indirettamente (rispondendo a Quit the Doner) lo chiamava molto direttamente in causa. Ci è parso giusto dare a questo lungo commento la dignità di un post a se stante.

di Piergiorgio Odifreddi

Se posso permettermi di aggiungere un’altra matrioska a questa vicenda, provo a rispondere ad alcune delle sue obiezioni. almeno per quanto posso farlo indirettamente, visto che lei non critica direttamente le cose che ho detto io, ma quelle che Quit the Doner ha detto su ciò che è stato detto di me.

1) Molto semplicemente, non sono scettico sull’olocausto in generale, e sulle camere a gas in particolare, né lo sono mai stato. e, tra l’altro, con tutto ciò che ho scritto nel corso degli anni, confesso onestamente che mi pare improbabile anche solo poter credere che lo fossi.

tanto per citare qualcosa di recente, questo mio post, di poco precedente quelli incriminati può essere compatibile con le idee di un negazionista e, addirittura, un filonazista?

Trova i nomi mancanti: un piccolo gioco enigmistico a partire da un articolo di Roberto Saviano

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Nel seguente articolo uscito ieri contemporaneamente sul New York Times e su Repubblica, Roberto Saviano usa 14 volte la parola banche, 10 la parola banca, 8 la parola capitali. Sottolinea i punti nel testo dove questo accade, e – se sei un bravo solutore – scopri se accanto a ognuna di queste o altre occorrenze simili, ci siano dei nomi propri.

Mafie, i padroni della crisi

di Roberto Saviano

I capitali mafiosi stanno traendo profitto dalla crisi economica europea e, più in generale, dalla crisi economica dell’Occidente, per infiltrare in maniera capillare l’economia legale. Eppure i capitali mafiosi non sono solo l’effetto della crisi globale, ma anche e soprattutto la causa, perché presenti nei flussi economici sin dalle origini di questa crisi. Nel dicembre 2009, il responsabile dell’Ufficio Droga e Crimine dell’Onu, Antonio Maria Costa, rivelò di avere le prove che i guadagni delle organizzazioni criminali fossero l’unico capitale d’investimento liquido che alcune banche avevano avuto a disposizione durante la crisi del 2008 per evitare il collasso.

Se non ti sta bene la nostra teoria su Caravaggio, quasi quasi ti meno.

Pubblichiamo una recensione di Carlo Mazza Galanti, uscita su «Alias», su «Dentro» di Sandro Bonvissuto (Einaudi).

“Sandro Bonvissuto ha quarantadue anni, fa il cameriere in un’osteria romana ed è laureato in filosofia”: la brevissima presentazione sulla quarta di copertina di Dentro introduce subito alla stringatezza di questo autore che esordisce “più o meno” già maturo e direttamente nel bianco prestigioso dei supercoralli einaudiani. I quali già da un po’, a pensarci, non tiravano fuori qualcosa di così nuovo, buono e interessante. “Più o meno”, perché in fondo al risvolto la “bio” si allunga e scopriamo che un paio di anni fa Bonvissuto pubblicò per un piccolo editore una raccolta di racconti che non fu mai distribuita, di cui aspettiamo la riproposta: i tre racconti compresi nel suo quasi esordio sono infatti, in buona parte, piccole perle di misura e ponderatezza letteraria. Verrebbe da pensare a certo minimalismo che via Giulio Mozzi ha preso abbastanza piede qui da noi e di cui l’ultima e più convincente incarnazione è, a mio parere, quella di Giorgio Falco. Ma Bonvissuto è un quarantaduenne laureto in filosofia che lavora in un osteria romana e non mi stupirei se ci tenesse a rivendicare una certa indifferenza, o quanto meno indipendenza, rispetto a tendenze e combriccole editoriali magari preferendo ascrivere la sua asciuttezza di stile ad altre e alte sfere, persino filosofiche perché no.

Nel tempo di mezzo

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La recensione di Giorgio Vasta all’ultimo libro di Marcello Fois, «Nel tempo di mezzo», uscita per «Repubblica».

Nell’incipit del nuovo romanzo di Marcello Fois, Nel tempo di mezzo (Einaudi 2012), il protagonista, appena arrivato a Cagliari dal Friuli dove è nato e ha vissuto in orfanotrofio fino all’età di ventisette anni, rivolgendosi all’impiegato di un ufficio della capitaneria di porto non riesce a pronunciare per intero il suo nome: Vincenzo, riesce a dire, ma il cognome – Chironi – non viene fuori.
Marcello Fois sa che gli uomini sono strutturalmente fratti, spezzati in varie parti che di rado e sempre a fatica riescono a tenere insieme. Sa che per ricucire tra loro i pezzi di un’esistenza ci vogliono anni da attraversare in lungo e in largo, e che spesso una vita sola non basta perché per provare a dare consistenza alle cose servono intere generazioni e servono i racconti che a quelle generazioni danno la parola.
Fois sa dunque che a causa di questa loro natura frantumata la parola degli uomini è incompleta e che tra il nome proprio – ciò che ci individua e ci sostanzia – e il cognome – ciò che ci collega a una storia familiare ma ancora di più alle epoche, al tempo irrisolvibile – c’è un luogo che è una cesura, qualcosa che rischia di essere un vuoto e che ambisce, se qualcuno se ne prenderà cura, a trasformarsi in una trama.

Il monopolio del libro: la figura dell’editore-distibutore come anomalia italiana del mercato

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Questa intervista a Marco Cassini, uscita oggi su La Repubblica, fa parte di un ciclo che il giornale dedica ai protagonisti dell’editoria italiana per indagarne lo stato attuale e le previsioni future. Dopo Roberto Calasso e Luca Formenton, tocca dell’editore di minimum fax, che ci espone il punto di vista di un marchio indipendente.

di Loredana Lipperini

Correva l’anno 1993 e i possessori di fax si videro recapitare una rivista che era stata concepita unicamente per quello strumento. Era fatta di brevissime recensioni e di letteratura comica, di attualità e di laboratorio narrativo. Minimum fax nasce così, dall’idea di due amici, Daniele di Gennaro e Marco Cassini, insieme a Francesco Piccolo e Antonio Pascale conosciuti in un corso di scrittura: i contenuti per la rivista c’erano, i soldi per stamparla no. Allora, meglio il fax.

La dimensione etica dello spazio in cui abitiamo

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Questa recensione al romanzo di Alessandra Sarchi, «Violazione», è uscita su «Repubblica». La foto è di Lucia Re.

Lo spazio può essere intelligente, così come può essere stupido. Può rivelare una cultura tanto quanto il suo opposto. In ogni caso non è mai neutro, non è mai irrilevante. Perché lo spazio descrive il tempo, è tempo che si manifesta fisicamente: decidere di vivere in un determinato luogo significa decidere la specifica qualità di tempo in cui si desidera abitare.
Con Violazione (Einaudi Stile Libero) Alessandra Sarchi edifica, è il caso di dire, una narrazione sempre consapevole del potenziale rivelatore dello spazio.
Alberto e Linda Donelli vogliono lasciare la città e trasferirsi con i figli in campagna. O meglio in quell’interregno tra l’area urbana iperantropizzata e qualcosa che nel concedere i privilegi degli spazi agricoli conserva una distanza accettabile dal centro abitato. Lo spazio-tempo che hanno in mente è un altrove reale e sano da opporre alla frustrazione di un qui vissuto come finto e insalubre: una nuova fondazione, insomma, uno spazio dal quale far ricominciare il tempo.

Le tre giornate di Palermo

Questo articolo di Giorgio Vasta è uscito in forma ridotta su «Repubblica» e tenta un ragionamento su quanto è avvenuto nei giorni scorsi ai Cantieri Culturali della Zisa a Palermo, uno spazio straordinario deputato (già nel nome) alla cultura, e su cui tuttavia le istituzioni hanno dimostrato di proiettare ben altre finalità, innescando un vero e proprio presidio da parte di artisti, associazioni culturali e del movimento I Cantieri che vogliamo.

di Giorgio Vasta

Si comincia con un video: una goccia dopo l’altra si forma una pozza d’acqua che impercettibilmente, senza sosta, allaga un pavimento rossastro.

La foto segnaletica diventa una mostra

Un nome, un cognome, un luogo e una data di nascita, possibilmente una residenza; dalla seconda metà dell’Ottocento anche le impronte digitali ma soprattutto una fotografia.
A partire da questi presupposti in Francia, tra la Seconda e la Terza Repubblica, si formalizza un’idea di identità giuridica – e dunque un sistema di pratiche e di protocolli – che nei decenni successivi si farà talmente pervasiva da normalizzarsi conducendo a quella che è oggi la nostra esperienza di ciò che si intende per identità legale.