Mondo nomade, città aperte. Intervista a Richard Sennett

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Questa intervista è uscita sull’Espresso, che ringraziamo.

Parigi. Pensare di arroccarci nella nostra identità, di «esimerci dal contatto e dalla contaminazione con gli altri è ridicolo, un’illusione». Respingere chi cerca aiuto, «una nuova forma di fascismo». Richard Sennett, tra i più autorevoli sociologi contemporanei, docente alla London School of Economics e alla New York University, guarda con preoccupazione al modo in cui in Europa si affronta la questione migratoria. Il «nuovo tribalismo», che combina la solidarietà con i propri simili e l’aggressività contro chi è diverso, è frutto di un’incompetenza sociale, sostiene l’autore de Lo Straniero. Due saggi sull’esilio (Feltrinelli 2014).

Un’incompetenza favorita dal modo in cui sono costruite le nostre città. Sistemi chiusi, sigillati, che dequalificano i cittadini e neutralizzano le differenze, eliminando quegli spazi ambigui in cui si può imparare a fare un uso produttivo della diversità. Perché la cooperazione con gli altri, specie con gli estranei, è una competenza, un’arte che va acquisita. E le città aperte, porose e dinamiche, possono aiutarci a esercitarla, «rendendoci cittadini migliori».

L’arte e la città: nuove pratiche ed esperimenti di futuro

Alessandro Bulgini Decoro urbano su relitto in Mar Piccolo (Taranto Opera Viva 2015)

Questo pezzo è uscito su “Scenari”, settimanale di approfondimento culturale di Mimesis. (Immagine: Alessandro Bulgini, Decoro urbano su relitto in Mar Piccolo – Taranto Opera Viva 2015)

I.

Quella che è una precondizione sostanziale di ogni discorso incentrato sulla cultura e sulla creatività viene in generale sorvolata, e va dunque continuamente precisata e definita. Non solo la creatività è alla base delle produzioni culturali e creative e della filiera industriale che fa ad esse riferimento diretto, ma essa oggi è e rappresenta molto di più, in termini di ruolo e di impatto. Uno degli errori di prospettiva più comuni relativi a questo tema consiste infatti nel considerare i diversi ambiti produttivi, innovativi, economici come disconnessi e separati, in base a una compartimentazione che non esiste più nei fatti, ormai da molto tempo, nelle società avanzate: questo errore è particolarmente evidente, per esempio, proprio nei Paesi che all’interno della presente crisi non riescono a uscire, a livello di visione politica e di policies concrete da attuare, da una logica totalmente concentrata sulla “manifattura” o sulla “grande industria”, a discapito delle idee e dell’innovazione.

Che cos’è l’innovazione culturale?

Pablo Picasso Chitarra partitura e bicchiere 1912 McNay Art Museum San Antonio

Presentiamo una versione ridotta dell’intervento che Michele Dantini ha tenuto al Festival Nuove pratiche di Palermo, dedicato ai temi dell’innovazione culturale, in programma ai Cantieri culturali alla Zisa il 17 e 18 ottobre. (Immagine: Pablo Picasso, Chitarra partitura e bicchiere)

di Michele Dantini

Possiamo definire l’innovazione culturale in modi diversi. È “pura” quando è indipendente da punti di vista applicativi. Ci muoviamo allora nei territori dell’arte, della filosofia, della scienza. Parliamo di Grande Creatività. Oppure è applicata: ci muoviamo negli ambiti della tecnologia, dell’economia d’impresa responsabile o del no-profit. In questo secondo caso è preferibile parlare di innovazione sociale.

Quale punto di vista intendiamo adottare? Questa è la prima domanda. La seconda: quali rapporti esistono tra innovazione culturale da un lato, “crescita” o “sviluppo” dall’altro? O tra innovazione culturale e sfera pubblica?

Insicurezza e utopia. Come lo sguardo del “diverso” può cambiare la vita

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Questo articolo è uscito su D – la Repubblica nel 2005. (Immagine: Slinkachu. Fonte)

Se la “minaccia di disastro”, di cui parlano Miguel Benasayag e Gérard Schmit, gli autori del libro L’epoca delle passioni tristi (Feltrinelli 2004) interessa ormai tutto il pianeta, l’insicurezza come umore esistenziale diffuso parla soprattutto dell’Occidente: un benessere insidiato dalla povertà, “valori” universali accerchiati da culture “diverse”, individualismo crescente, tecnologie incapaci di far fronte agli imprevisti della natura, “mali” che affiorano dietro la maschera della perfetta salute. Le immagini ricorrenti nelle analisi sociologiche per descrivere uno stato di incontrollabile mutevolezza sono quelle dei “liquidi”, che “non conservano mai a lungo la propria forma”, o dell’ “albero” che può flettersi e riprendere subito dopo la posizione di partenza. La “modernità liquida” di Zygmunt Bauman, l’“uomo flessibile” di Richard Sennett, o il San Precario dei Disobbedienti, sono le nuove icone di una civiltà che sente vacillare le sue fondamenta, e che ancora non sa se lasciarsi avvolgere dalla “notte apocalittica” o disporsi verso una trasformazione “epocale” del proprio modo di vivere.

L’era del permaloso

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L’atmosfera politica che leggo sui giornali assomiglia sempre di più a quella che respiro tutti i giorni, al bar, sul posto di lavoro, mentre sto in fila in banca, nelle assemblee politiche e in quelle condominiali, nelle discussioni de visu, in quelle al telefono e in quelle on-line… In questo senso, potrei dire, la distanza tra Paese Reale e Paese Legale si è accorciata. Dove mi giro vedo una specie di contagio esteso di una forma parossistica di permalosità. Mi sono sentito attaccato dalle tue parole, mi hai offesa sul piano personale, non solo le parole ma sono i gesti che contano, non solo i gesti contano ma anche certi sguardi: ogni atto, anche quello più involontario, mi può ferire. E io mi penso come un attore sociale solo se mi sento offeso.

L’Italia è un Paese strano. Senza mai aver sviluppato una cultura del politicamente corretto ha maturato solo gli anticorpi e rubricato direttamente l’espressione “politicamente corretto” tra gli epiteti ridicolizzanti, lasciando che espressioni di xenofobia e razzismo oggi siano tutto sommato tollerate come sinonimi di sincerità sanguigna o schiettezza fuori dai denti.