Fino a qui tutto bene. Intervista a Roan Johnson

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Piuma, in concorso all’ultimo Festival di Venezia, è uscito nelle sale il 20 ottobre ed è il terzo lungometraggio di Roan Johnson, dopo I primi della lista e Fino a qui tutto bene. Quest’ultimo ha vinto il premio del pubblico alla nona edizione della Festa del Cinema di Roma.

Io: Ho trovato che Piuma sia il tuo film più maturo, però forse è ovvio che ogni film sia più maturo del precedente.

Roan Johnson: Di solito sì, anche se sarebbe bello fare i film più maturi quando si è vecchi!

Io: In effetti avrebbe un senso. A ogni modo, dal punto di vista contenutistico e di immagini ho visto in Piuma grandi affinità col cinema indie statunitense – non sarò certo il primo che te lo dice. Eppure ho trovato anche una forte italianità. Penso che sia questo uno dei suoi punti di forza, l’essere italiano ma anche internazionale. Un po’ come te, no?

Roan Johnson: (Ride) Guarda, per me è sempre molto difficile vedere le mie diverse anime da un punto di vista consapevole, analitico. Cioè, come e quanto si è intrecciato il fatto che mio padre fosse inglese e io sono nato a Londra e ci ho vissuto per un periodo – non all’inizio ma a metà della mia vita – e quanto invece il fatto di essere cresciuto a Pisa, poi c’è mia madre che è materana… quindi il mix culturale è variegato ed è difficile da scindere in te stesso e nelle cose che fai. Non faccio mai operazioni dicendo: “Io voglio fare un film alla maniera di…”

Raccontare gli universitari senza reticenze: “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson

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di Valerio Valentini

«Ma devi per forza chiamarlo ultimo? Non ce la fai proprio a dire quinto? Non senti come suona già molto meno angosciante?».

Seduto al tavolino del bar, subisco in silenzio il rimprovero della mia compagna di università. La discussione, rimasta amabile finché si è mantenuta sul vago («Ma perché ti ostini a prendere il caffè senza zucchero?», «Devi assolutamente vedere l’ultimo video dei The Jackal con Malika Ayane»), s’è avariata d’improvviso, non appena ci siamo ritrovati a contare gli esami rimasti prima della tesi. Quando poi, incautamente, le ho chiesto se avesse deciso cosa fare, alla fine dell’ultimo anno, lei ha tirato indietro la testa, stizzita, s’è calata gli occhiali da sole sul viso. Ed è sbottata.