Ci metteremo a leggere verbali

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Pubblichiamo un’intervista di Lorenzo Alunni a Tommaso Munari, curatore de «I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1943-1952».

di Lorenzo Alunni

Tommaso Munari è il curatore de «I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1943-1952». La sua introduzione al volume inizia con le parole di una lettera del 1945 di una segretaria della redazione torinese a una collega di quella milanese: «Qui tutto procede. Pavese si strappa i capelli e si mangia le dita. Mila è tornato con noi ed ogni tanto dice la sua. Ormai però non si fa altro che scrivere e scrivere rapporti e verbali per Roma e Milano, e leggere quelli di Roma. Ci metteremo a stampare verbali». Quella segretaria, Bianca Maria Cremonesi, era stata decisamente lungimirante: circa sessantasei anni dopo quella lettera, si sono messi effettivamente a stampare verbali. Il volume curato da Munari raccoglie la documentazione delle celebri riunioni a cui partecipavano regolarmente personaggi quali Norberto Bobbio, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Antonio Giolitti, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Massimo Mila e così via. Pubblicata in coincidenza con il centenario della nascita di Giulio Einaudi, sempre presente a quegli incontri, la raccolta ha ricevuto apprezzamenti e sollevato polemiche che confermano l’interesse problematico verso i modi in cuila Einaudi ha influito sui percorsi del dibattito culturale italiano.

Il valore delle storie. Serie tv ed esperienza contemporanea

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Narrazioni di ogni genere e tipo: come già scriveva Raymond Williams, l’uomo non ha mai visto (e sentito, e letto) tante storie quanto nell’età contemporanea. Ma si tratta sempre delle stesse storie? E queste svolgono le stesse funzioni, hanno le stesse implicazioni, fissate da Aristotele in avanti? Per certi versi, sì. A ben guardare, però, negli ultimi anni, il cinema e la serialità ne hanno cambiato in parte la natura. E la visione, non più guadagno di esperienza, lascia spazio al disincanto. Pubblichiamo un articolo di Federico Di Chio uscito sull’ultimo numero della rivista «Link».

di Federico Di Chio

In uno dei suoi scritti, Walter Benjamin annota con una certa sorpresa il fatto che alcuni reduci della prima guerra mondiale, una volta tornati a casa, non riuscissero a raccontare – cioè non volessero o non potessero raccontare – nulla di quanto vissuto. Lo stesso succede all’inizio di Heimat, la lunga opera di Edgar Reitz: un giovane torna a casa dal fronte (siamo alle soglie del 1919); è muto e resterà muto per molto tempo. Ancora: in Shoah (1985), di Claude Lanzmann (opera monumentale, costruita a partire da oltre 350 ore di interviste a superstiti dei campi di concentramento nazisti e testimoni diretti) troviamo una galleria infinita di individui incapaci di raccontare, titubanti, reticenti, sopraffatti dall’emozione, bloccati da uno choc mai assorbito. Ci sono cose, insomma, (vissuti, esperienze) che proprio non riusciamo a raccontare. Perché non le abbiamo “metabolizzate”, “elaborate” (per dirla con Freud), “ri-figurate” (Ricoeur).