Venticinque anni senza Bukowski

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Il 9 marzo 1994 moriva Charles Bukowski. Lo ricordiamo la prefazione di Christian Raimo a Birra, fagioli, crackers e sigarette, il secondo volume dell’epistolario di Bukowski uscito per minimum fax nel 2001.

Il rapporto di Bukowski con la letteratura è quello di un autoctono. Il suo talento è così esageratamente e fastidiosamente esplosivo, naturale, che il suo percorso si sviluppa per certi versi all’opposto delle usuali parabole biografiche degli scrittori. Bu­kowski non sembra essere “arrivato” alla letteratura, ma essercisi “trovato”. La sua posizione quindi rispetto a tutto quello che è la scena letteraria è la stessa di un figlio ribelle ed ergo rinnegato (quanti ancora storcono il naso quando si parla di Bukowski come di un grande scrittore…), capace di svelarci quali sono le dinamiche famigliari, come funzionano sia i comportamenti di facciata che le beghe interne, sia la “sovrastruttura” della letteratura (editoria, industria culturale, eccetera) che la “struttura” (i meccanismi della narrazione, della poesia, eccetera). Perché è vero che, nonostante (o proprio per mezzo di) questa apparente a-letterarietà di Bukowski, noi nei suoi libri arriviamo a interrogarci (e risponderci) in molti modi su questioni del tipo “che cos’è che trasforma un testo scritto in un testo letterario?” E se è naturale che siano proprio quelle pagine originariamente non destinate alla pubblicazione, come i diari e le lettere degli scrittori, a fornire il campione migliore per analizzare il tessuto del testo, il caso di Bukowski può rivelarsi ancora più esemplare proprio per l’assoluta trasparenza, la sfacciataggine con cui il vecchio Hank sa gettarsi tra le braccia del lettore. La domanda di partenza insomma è questa: un brano di un diario o una lettera privata di uno scrittore è semplicemente una interessante testimonianza scritta (vai al punto 2) o può essere anche letteratura (vai al punto 5)?

L’idolatria del lunedì

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Parlare di Zerocalcare può apparire già superfluo: sembra ormai noto a tutti e non passa giorno in cui qualcuno non ti consigli di comprare i suoi libri, non importa quante volte ripeti  che già li conservi nella medesima nicchia dei grandi. Che poi, io stesso sono uno scopritore tardivo: quando vidi la sua striscia (per ora il prodotto calcariano meno convincente, ma confido che debba solo prendere le misure al formato) sostituire l’onorata Red Meat su Internazionale, pensai, “embe’?”, salvo poi ritrovarmi qualche settimana più

Vite a fumetti

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Pubblichiamo una recensione di Daniele Manusia sulle graphic novel «Io le pago» di Chester Brown e «Al Capolinea» di Joe Matt (Coconino Press).

Io le pago è il fumetto autobiografico in cui Chester Brown descrive quindici anni di relazioni con le prostitute. Da quel giorno del 1996 in cui la sua ragazza gli confessa di sentirsi attratta da un altro, all’estate del 2010, quando si rende conto che, di fatto, ormai frequenta sempre la stessa donna, anche se continua a pagarla.

Secondo la tradizione del fumetto underground americano (Harvey Peaker, Robert Crumb) Chester Brown pensa e parla molto all’interno delle sue vignette. Discute la sua scelta pubblicamente, con i suoi amici – i fumettisti Seth e Joe Matt insieme ai quali negli anni novanta formava il così detto Toronto Trio – con un’amica e persino con la sua ex ragazza. Non ha sensi di colpa e non vede la cosa come degradante, per sé o per le ragazze. Frequenta escort che ricevono nel loro appartamento-studio o che vengono a domicilio, niente sesso negli autolavaggi, nessuna di loro sembra costretta a farlo. Andare a mignotte significa: bussare alla porta con il dubbio se la persona che la aprirà sarà davvero attraente, pulire casa se è la ragazza a venire da te, chiacchierare con lei, farsi mettere il preservativo se non ci pensa da sola, pagare prima o pagare dopo, darle o meno una mancia.